A Venezia entravano quasi quattro milioni di scudi; ma ingente spesa le cagionava il difendersi dai Turchi e dagli Uscocchi, e il presidiar Brescia, Bergamo, Verona contro le ambizioni di Spagna. Da cinquanta fin a ottanta galee armava essa; conduceva al soldo signori e principi; e difettando di soldati e di grano, quelli avea licenza di levare dagli Stati Pontifizj, questo tirava dal Levante, da Urbino, dalla Mirandola. Attenta all’Oriente come avanguardia della civiltà europea, nella penisola studiava mantenere l’equilibrio, facendo opposizione alla Spagna, naturale nemica delle repubbliche e degli indipendenti[1].

Mentre a Venezia la tirannide del Governo avea mantenuto la pace, a Genova la disunione de’ primati sfaceva il Governo; quella col professarsi neutrale mostrava debolezza, ma sfuggiva ai pericoli in cui cadeva Genova, che, come protetta da Spagna, doveva acconciarsi agli interessi e ai capricci di questa. D’entrambe le repubbliche la prosperità non poteva venir che dal mare. Ora, non tanto le nuove vie del commercio ve le indebolirono, quanto le molestie dei signori d’Italia, obbligandole a mescolarsi delle loro baruffe o a guardarsi dalle loro insidie. Per le conquiste turche Genova avea perduto i possessi di Levante; Salonichi e la Macedonia nel 1421; nel 53 Pera, nel 55 le Focee, nel 65 Metelino, nel 75 Caffa e altre terre di Crimea; nel 61 Totatis e Samastro in conseguenza della caduta dell’impero di Trebisonda; sicchè nel commercio d’Oriente non potè sostenersi che mediante trattati con quei principi, cioè con aggravio di spese e minoramento di sicurezza. Restava signora della sua riviera e delle isole di Corsica e Capraja; se le stimavano cinquecentomila scudi d’entrata, e molto costavano gli stipendj e le sei galee; le gabelle avea quasi tutte oppignorate al banco di San Giorgio. Per Sarzana, che un tempo apparteneva alla Toscana, e per la Corsica, già de’ Pisani, stava sospettosa del granduca; del re di Spagna dopo che questi ebbe occupato il Finale; ma più dovea temere l’avidità del duca di Savoja. Vantava poter mettere in piedi fin sessantamila soldati, migliori in mare che in terra come littorani, eccetto i Corsi. I nobili suoi, copiosissimi ricchi, aveano possessi nel Napoletano e nel Milanese; alcuni attendeano al mare, e servivano a Spagna e ad altri principi; alcuni negoziavano, massime dei tessuti di seta, i meglio stimati di cristianità[2].

Lucca restringea più sempre la sua aristocrazia: una ruota di cinque giureconsulti forestieri decideva le controversie fra i cittadini: entrata di cendiecimila scudi: trentamila gli abitanti, procaccianti principalmente nel setificio. Dal territorio esteso ma montuoso non avea grano bastante alla vita; ma buoni soldati dalla Garfagnana. Per la quale contendeva col duca di Modena; del granduca temea le ambizioni, ma era sorretta da Genova e dalla Spagna, entrambe attente che Toscana non ingrandisse.

Ormai però delle antiche repubbliche parlavasi come d’una malattia di cui si era guariti. Le tre di Pisa, Firenze, Siena costituivano il granducato di Toscana, cui si aggiudicava l’entrata di un milione e mezzo di scudi. Il Senese abbondava di prodotti, mentre i Fiorentini bisognava se li procacciassero col commercio e le manifatture; e di molte tasse profittava l’erario, come l’otto per cento sulle doti, e sulle vendite e compre di stabili; la decima delle pigioni, la sportula delle liti, e molte gabelle; al bisogno obbligavansi i più ricchi a far prestiti, non superiori a cinquemila ducati, redimibili per mezzo delle gabelle. Da trentaseimila soldati si arrolavano, esenti i soli preti, i quali pure poteano portar armi in città, e godevano altri privilegi. L’isola d’Elba era ben munita, e buon’armeria a Pisa.

Il duca di Mantova avea da trecensessantamila scudi d’entrata: i ducentomila che venivangli dal Monferrato riunitogli, consumava nel fortificarlo; levava moltissimi soldati ed eccellenti cavalli, per militare a soldo altrui.

Casa d’Este da Modena e Ferrara ritraeva poco meglio di centomila scudi, di cui quattromila tributava all’imperatore, suo signor sovrano; ma da cinquanta altri mila ne cavava dal vendere i titoli di marchese, conte, cavaliere; altri dalla cattiva moneta e dal tollerare gli Ebrei, massimamente a Carpi. — Quel duca (scriveva l’ambasciatore veneto nel 1575) ha nella città e contado milizie, che passano il numero di ventisettemila; buona gente; avria comodità di far buona e numerosa cavalleria di nobili, i quali si dilettano assai dell’armi, come quelli che in niun’altra cosa si esercitano, ed hanno la maggior parte vissuto nelle guerre... E quando sua eccellenza andò in Ungheria a servizio dell’imperatore nel 1566, in tutto quel campo non era nè la più bella nè la più buona nè la più ordinata gente, sebbene tutti li principi italiani fecero a gara per mostrare all’imperatore le loro forze e grandezza».

I Farnesi, duchi di Parma e Piacenza, l’alto dominio della santa Sede riconosceano con diecimila scudi l’anno; i centomila d’entrata raddoppiarono col confiscare i feudi ai Pallavicini, Landi, Scotti, Anguissola, e con nuove imposte che il papa permise. Il duca d’Urbino, anch’egli vassallo della Chiesa a cui retribuiva ottomila scudi, ne ricavava trecentomila, principalmente per l’uscita de’ grani da Sinigaglia: paese pingue, non oppressi i sudditi, e talmente agguerriti, che avrebbe potuto coscrivere fin ventimila pedoni.

Aveansi dunque undici dominj; a tacer altri signorotti, simili piuttosto a baroni, benchè godessero pieno impero e zecca, quali il principe di Guastalla, il marchese di Castiglione ed altri di casa Gonzaga, gli Appiani di Piombino, i Pico della Mirandola, i principi di Massa, Carrara, Correggio, e i romani che non battevano moneta[3]. Il principe di Monaco, occhieggiato dai Genovesi e dal duca di Savoja, tenea navi di corso per punire chi passasse senza pagare il pedaggio.

Seguivano altri baroni, quali, a dir solo i primarj, i conti Bevilacqua e i Pico di Ferrara; i Malvezzi, i Riario e i Pepoli di Bologna; di Roma Orsini, Colonna, Conti, Savelli, Gaetani, Cesi, Cesarini, vassalli della Chiesa; nella repubblica veneta i Martinengo, i Pesaro, i Sanbonifazj; sotto Genova gli Spinola e i Doria; sotto Mantova i Verua, i Guerrieri, i Castiglioni; in Toscana i Salviati, i Corsini; nel Modenese i Bentivoglio; nel Parmigiano Lupo di Soragna, lo Stato Pallavicino di cui era capo Busseto, e lo Stato Lando di cui era capo Borgotaro, i Sanseverino di Sala, i Sanvitali di Colorno; nei paesi di Spagna i marchesi di Marignano, i Trivulzio, i Borromei, i Caravaggio, i Visconti, i Serbelloni, gli Afaitati in Lombardia, e nel Napoletano i Davalos, i Sanseverino, i Caraffa, i Caraccioli, i Piccolomini, i Gesualdi, i Loffredi, gli Aquaviva, i Lancia, gli Spinelli, i Castrioti, i Toledo. Principotti, deboli per sè e non sapendo farsi robusti coll’unione, si reggeano coll’appoggiarsi ai nemici dell’indipendenza italiana.

Il liberalismo consisteva nel resistere, non dico ai re, ma ai governatori del Milanese o ai vicerè del Napoletano; lo che otteneasi coll’aderire ai Francesi non sinceramente, bensì con viluppi e finzioni e rimutamenti indecorosi. Ai principi d’Italia (chè ai popoli non si parlava) ripetea la Francia: — Non vedete che l’Austria vi tiene vassalli? padrona delle due estremità della penisola, detta superbamente il suo volere; traversa i vostri Stati colle sue truppe, le stanzia a svernare nei vostri paesi; arroga a’ suoi rappresentanti i primi onori... Guaj a voi se non vi tutelasse la Francia! Essa, più affine di costumi, è la naturale avversaria de’ vostri padroni; e come salva Germania dagli arbitrj dell’imperatore, così voi dalla tracotanza spagnuola». Massimamente il cardinale Richelieu (-1642), che per lunghissimo tempo tenne in mano le sorti della Francia qual ministro di Luigi XIII, si direbbe non operasse che per salvare l’Europa «dalla oppressura degli Spagnuoli, dalla tirannia di casa d’Austria, la cui avidità insaziabile la rende nemica del riposo della cristianità»; vuol farle restituire ciò che ha usurpato in Italia, e questa assicurare dall’ingiusta oppressione di essa[4]; e da ciò motivava lunghe guerre e intralciatissimi negoziati.