Libravasi dunque l’Italia fra quattro sistemi politici, di Spagna, di Savoja, di Venezia, de’ papi; e ne nasceva un giuoco d’altalena, che portò interminabili raggiri e guerre, tutte per talento de’ forestieri, non essendo di origine italiana che quella del papa coi Francesi; e intanto le divisioni si perpetuavano, fino a stabilire nemici un all’altro que’ popoletti, i quali pure non aveano che un nemico solo.

Roma, cessato d’essere la capitale del mondo, non nutrivasi più coi tributi di tutta la cristianità, ma soltanto col patrimonio della Chiesa, che così serviva di rinfianco all’influenza spirituale, e che le nuove costituzioni vietavano di smembrare, come si soleva a favor de’ popoli. I papi, scaduti di potenza quanto cresciuti di rispetto, non che contendere del primato del mondo cogli imperatori, neppur di maggioreggiare in Italia poteano lusingarsi, dacchè vi si erano radicati gli stranieri; e sebbene inclini alla Spagna come cattolica e come vicina, a frequenti cozzi si trovavano con essa per quistioni di territorio o di giurisdizione.

Lo Stato papale comprendeva l’Umbria o legazione di Perugia, le legazioni di Romagna, di Bologna, di Spoleto colla marca d’Ancona; inoltre il ducato di Benevento nel regno di Napoli, e il contado Venesino nella Provenza; e avea vassalli gran principi, quali il re di Napoli, il duca di Parma e Piacenza e quel d’Urbino: paesi buoni, sebbene alcuni infetti da mal’aria, come Ravenna, Bagnacavallo, Lugo, Bologna, oltre le Pontine. Da questi e dal tributo de’ vassalli traeva mille ottocento scudi d’oro: ma i più erano assorbiti dall’interesse de’ Monti: oltre quel che si profondeva pe’ magistrati e pei nipoti, e il moltissimo in ricomprar feudi da abolire. Alla lista particolare del papa servivano gli uffizj camerali della Dateria, regali che venivano ancora lautissimi[5]. Inoltre egli aveva i migliori modi di premiare, donando senza suo aggravio, e conferendo una dignità pari alla regia. Tutto ciò rendeva potente il papa, e, soggiunge il Botero, — Nulla dico dell’autorità che gli arreca la religione; nulla dell’interesse che gli altri principi d’Italia hanno nella conservazione dello Stato ecclesiastico, la cui depressione sarebbe rovina loro; nulla della potenza con la quale i principi stranieri si moverebbero a prendere la protezione della Chiesa e per vaghezza di gloria e per ragion di Stato. Nella guerra di Ferrara pose in piedi ventimila soldati in un attimo, il che non potrebbe niun principe d’Europa».

Quel territorio forniva di grano Venezia, Genova, Napoli, e nel 1589 valutarono se ne asportasse annualmente per cinquecento mila scudi, oltre lino da Faenza e Lugo, canapa da Cento e da Butrio nel Perugino, l’uno e l’altro da Viterbo; vino buono dappertutto, ma distinto da Cesena, Montefiascone, Faenza, Orvieto, Todi, Albano; uva passerina da Amelia e Narni, olio da Rimini, guado e pastello da Bologna e dal Forlivese, cavalli da Campania, manna da San Lorenzo e da terra di Campagna; caccie nel Lazio verso Sermoneta, Terracina, Nettuno, con grossissimi cinghiali: aggiungansi le pescagioni, le saline d’Ostia, Comacchio, Cervia, le allumiere della Tolfa, e cave di marmo, e selve inesauste di ghiande e di legname d’opera, ed altre produzioni vantate. Ancona rannodava commercio con Greci e Turchi, avendo Paolo III permesso a qualunque mercante infedele od eretico di venire a trafficar ne’ suoi Stati, con privilegi, esenzione dal Sant’Uffizio, uso de’ tribunali ordinarj[6]: Giulio III estese quelle concessioni; ma Paolo IV ne escluse i giudaizzanti, cioè i Marani di Spagna e Portogallo. Alcune case d’Ancona in un anno faceano affari per cinquecentomila ducati, e d’ogni paese vi capitavano convogli.

Posto nel mezzo d’Italia, il men esposto a invasioni di stranieri, quel paese è il più atto a travagliare o a tener in pace l’Italia; i suoi porti non basterebbero di ricovero a un’armata che assalisse, e la mal’aria sterminerebbe chi accampasse sulle coste. Il papa armava dodici galee, e poteva coscrivere cinquantamila pedoni e quattromila cavalli, oltre i dovutigli da vassalli; ma sistemato il governo, non soldava che cinquemila uomini, la più parte svizzeri. Di rimpatto la capitale non sta nel centro del dominio, le fortezze non sono sufficienti, abbondano i ladri, scarsa la mercatanzia, negletti i gelsi, poca la popolazione, che esce a servigio altrui. Costituzioni provinciali non sussistevano più, bensì corpi privilegiati, come i nobili, i cittadini, le municipalità, principalmente nelle terre deditizie che faceano valere le stipulate franchigie; molte amministravano il proprio patrimonio, levavano soldati e tributi, assegnavano stipendj; e libertas ecclesiastica chiamavasi questa special relazione di diritto pubblico.

Nelle frequenti e non brevi vacanze le città rizzavano la cresta, e i prischi signori le pretensioni di dominio; sempre poi stavano in occhi che qualche parente del papa o cardinale non ottenesse diritti a scapito loro, e se ne riscattavano a denaro, a rimostranze, talvolta a viva forza. Faenza festeggiava ogni anno il giorno che, in giusta battaglia, cacciò gli Svizzeri di Leon X; e Jesi quello in cui si sottrasse alla tirannide del prolegato; ad Ancona, al contrario, fu messo il freno con esercito e fortezza; Perugia, che erasi ricusata all’imposta del sale, fu interdetta e doma coll’armi di Pierluigi Farnese, abrogandone gli antichi privilegi[7].

I governatori poteano essere laici, ma le città aspiravano all’onore d’averli ecclesiastici. Al pari dunque dello Stato veneto, l’autorità sovrana rimaneva in man de’ Comuni, che spesso teneano dipendenti altri Comuni; a Venezia soprastavano i nobili, a Roma la curia: ma mentre a Venezia il corpo sovrano considerava come avito retaggio i diritti governativi, alla curia romana gli elementi si cangiavano ad ogni conclave, coll’introdursi parenti e compatrioti del nuovo papa; a Venezia gl’impieghi erano conferiti dal corpo, a Roma dal capo; colà severe leggi imbrigliavano i governatori, qui non li teneva in dovere che la speranza di avanzamenti; colà insomma la stabilità, qui mutazioni continue ad arbitrio. Roma aveva l’aria d’una città di principi, vere corti tenendovi ciascun cardinale, e i Barberini, i Farnesi, i Chigi, i Panfili, altre famiglie vecchie e nuove. Cinquanta ve n’era allora, che contavano più di trecento anni di nobiltà; trentacinque più di ducento; sedici d’un secolo; antichissimi gli Orsini, i Conti, i Colonna, i Gaetani, e que’ Savelli che liberavano uno da morte ogn’anno, e le cui donne non uscivano che in carrozze chiuse[8]. Dalla campagna ove soleano far la vita feudalmente, vennero costoro a Roma quando i Monti lautamente fruttavano, poichè ciascuna casa ne aveva eretti, ai creditori assegnando la rendita de’ proprj beni: ma scemati il credito e gl’interessi, andarono in dechino.

Dai Romagnuoli eransi sempre cerniti i migliori soldati, ma il Governo cercava distogliere dalle abitudini guerresche. Il popolo medio e basso attendeva a tranquille fatiche. I nobili, chiamati all’amministrazione municipale, senza industria nè arti nè educazione, s’agitavano in minuziose irrequietudini; i titoli di Guelfi e Ghibellini applicavano a dissensioni nuove; nè città v’era, nè famiglia che non fosse aggregata agli uni o agli altri, distinguendosi nell’abito, «nel tagliar del pane, nel cingersi, in portar il pennacchio, fiocco o fiore al cappello o all’orecchio»; ed esercitavano gli odj col ricingersi di spadaccini. I signori campagnuoli sfoggiavano ospitalità e lusso, teneano relazioni e intelligenze con quei della città, ma più coi proprietarj delle terre, i quali dipendevano da loro alla maniera patriarcale. Anche qualche famiglia paesana conservatasi libera dava di spalla a questa o a quella fazione, sicchè si procurava tenerne amico il capo.

Rivivevano dunque i disordini del medioevo, e vi si applicavano i rimedj stessi. Talvolta gente quieta stringevasi in alleanze; come la Santa Unione a Fano, formatasi per reprimere gli assassinj e latrocinj[9], con giuramento di mantenere la pace anche a prezzo della vita. S’allargò per tutta Romagna col nome di Pacifici, e fu costituita una specie di magistratura popolare, da cui naturalmente veniva ingrandito il potere pubblico, non meno che dalle rivalità de’ Comuni; l’indipendenza antica soccombeva all’amministrazione regolare, ma lo Stato fondavasi, non sull’ordine, sibbene sulle nimicizie e sul sospetto, e sull’opposizione tra la forza e la legge. Queste gelosie stornavano l’attenzione delle città dai diritti municipali, giacchè ciascuna fazione studiava amicarsi il nuovo legato, anzichè frenarlo; e costringevalo a pronunziarsi per gli uni o per gli altri, anzichè rendere a tutti egual giustizia.

Anticamente i signorotti doveano affrettarsi a rinnovare i villaggi man mano che ruinati, se voleano mettere a valore i fondi. Ma dopo che essi furono spossessati o trasferironsi in città, que’ villaggi restarono abbandonati, e al luogo loro il deserto. La peste del 1590 e 91, che uccise settantamila abitanti, spopolò borgate e castelli della Romagna e dell’Umbria, e le campagne rimaste incolte a vicenda divenivano causa di spopolamento. Tal condizione favoriva i briganti, al qual mestiero si buttavano i malcontenti, ostentando come virtù questo abuso della bravura. Con loro metteasi chiunque volesse scialare furfantando, e preti e frati sottraentisi al giogo. I signorotti confinanti gli accoglievano, altri gli adopravano a particolari vendette, o traevano lucro dal comprarne le spoglie, o dall’immunità che procacciavano ai minacciati.