V’avea chi mettevasi a vivere ne’ presbiterj alle spalle de’ curati, altri obbligavano i monaci a profonder loro il pane destinato ai poverelli; mandavano bandi in nome del popolo romano; nelle strade più frequentate derubavano i passeggieri, talchè i mercanti non osavano condursi ai mercati; entravano a spogliare i magazzini nel bel mezzo di Roma; impedivano i corrieri; più non era sicuro chi in fama di denaroso; chi avesse un nemico, vedeasi i beni devastati, uccise le mandre, invase le abitazioni, stuprate le figliuole. Divisi in sêtte, distinte per segnali, trucidavano mariti perchè le vedove potessero sposar uno della fazione opposta; costringevano fanciulle ricche a fidanzarsi ad abjetti e banditi, o le traevano di monastero per buscare le doti. Raffinavano anche di crudeltà; ne’ boschi piantavano tribunali, ove prefiggevasi chi svaligiare, chi trucidare e con quali spasimi, o a quanto prezzarne il riscatto. In Roma stessa i signori tenevano buon numero «di quei bravacci che son buoni a far tutto fuorchè bene, anzi che non sanno far altro mestiere che quello o di minacciare o di eseguire, di bastonar l’uno, uccidere l’altro, e tagliare l’orecchio o il naso a questo o a quello».
I bandi moltiplicavansi; ma chi avesse adoprato la forza della legge e la giustizia contro alcuno di que’ bravi, più non isperasse tregua finchè non avesse scontato acerbamente la pena; i birri cadevano trucidati nelle pubbliche piazze. Nel 1583 questi colgono un bandito in casa degli Orsini, ma nel partire sono affrontati da un Orsini, da un Savelli, da un Rusticucci coi loro staffieri, che intimano di rilasciarlo, perchè preso in luogo di franchigia. Il bargello ricusa, questi si ostinano, e l’Orsini dà una vergata al bargello, il quale ordina di adoprar le armi; il Rusticucci cade ucciso, gli altri due feriti a morte. I vassalli degli Orsini ne’ giorni seguenti «come in tempo di sede vacante», ammazzano quanti sgherri colgono, fin dentro il palazzo del papa, il quale non potè che lasciar sbollire quella furia; dappoi mandò al supplizio lo stesso bargello, e anche alcuni de’ tumultuanti[10]; «il qual accidente (dice l’ambasciador veneto) per un pezzo sarà di non poco impedimento alle esecuzioni future della giustizia». Dal carteggio di questo ambasciadore abbiamo pure che un Caffarelli gentiluomo, burlando con altri giovani, rotolò giù dalla scalea d’Ara Cœli una botte piena di sassi, ammazzando e ferendo molti popolani che stavanvi a dormire: che un Vincenzo Vitelli, tornando una sera a casa, fu assalito da sette armati, spalleggiati da forse trenta ch’eran disposti nel contorno, ed ucciso[11]. Simili scene menziona ogni tratto.
Alfonso Piccolómini duca di Montemarciano, grosso feudatario, cominciò da giovane a bottinare sia come soldato o come masnadiere; e postasi attorno una mano di bravacci, straripò in atroci vendette sopra i Baglioni di Perugia. Gregorio XIII lo scomunicò e ne confiscò gli averi, ond’esso non vedendo più nei governi che la prepotenza, ne’ popoli che la codardia, si pose in guerra colla società; quanti erano ladroni per Toscana e Romagna aggomitolò, e ne somministrava a chi ne bisognasse. Invaso Montabboddo, fece mettervi al supplizio i suoi avversarj fra il ballonzare de’ masnadieri; mandò dire a que’ di Corneto si avacciassero alla mietitura perchè dovea venir a bruciare quella di Latino Orsino; côlto un corriere, gli tolse le lettere senza toccar il denaro.
I vicini, che Gregorio avea mal disposti colla sua tenacità ai diritti papali, lo videro volontieri nelle male peste, ed aprivano ricovero ai masnadieri quando fossero rincacciati, sicchè nè la forza approdava nè le scomuniche. Assalito seriamente, il Piccolomini si ritirò sul Toscano; poi nojato dell’ozio, nel 1581 ricominciò i guasti; e il papa dovette calar seco a patti, e per intermezzo del granduca gli restituì i beni, e perdono a lui e a tutti i suoi. Il terribile fece solenne entrata in Roma, prese alloggio nel palazzo Medici, e presentò per l’assoluzione tal lista di assassinj, che il papa inorridì e più al sentirsi intimare che bisognava o assolverli, o vedersi assassinato il proprio figliuolo.
Altrettanto imperversava nell’Abruzzo Marco Sciarra, che faceasi chiamare re Marcone, e a capo di seicento banditi, dandosi mano con quei dello Stato Pontifizio, diffondea largo spavento; saccheggiò perfino il Vasto e Lucera uccidendo il vescovo, e per sette anni continuò, ridendosi di quattromila soldati spediti contro lui dal vicerè conte di Miranda.
L’eccelsa rappresentanza della cristianità sostenevano i papi coll’opporsi ai Riformati e ai Turchi. Mantenere la lega contro questi procurò Gregorio XIII; soccorse di denari l’imperatore e i cavalieri di Malta; si chiarì per l’indipendenza dell’Irlanda; esultò nell’udire la strage del San Bartolomeo. Per le sue imprese non sovvenivano più i tributi di tutta cristianità; e non volendo lucrare da nuove imposte sui sudditi, nè da concessioni spirituali, pensava sopprimere certi privilegi di stranieri e abusi della nobiltà, revocar alla Camera molti castelli ricaduti o non paganti, e redimere i venduti o ipotecati: ma coll’incarire le dogane sviò da Ancona il commercio, ed eccitò malcontento e resistenza aperta. Gli fu posta una statua, «per aver tolta la gabella della farina, ornata la città di tempj ed opere magnificentissime, ottocentomila scudi distribuiti con singolare beneficenza ai poveri, pei seminarj di estere nazioni nella città e dappertutto onde diffondere la religione, per la carità sopra tutte le genti, per la quale fin dalle estreme isole del nuovo mondo ambasciadori del re del Giappone con triennale navigazione venuti ad offrire obbedienza alla Sede apostolica primamente in Roma ricevette come conveniva alla pontificia dignità»[12].
Com’egli morì, i banditi ricomparvero dappertutto con baldanzosissime iniquità; i frati del convento del Popolo si sguinzagliarono, e ai birri chiamati dal priore resistettero e ne uccisero, poi raccolto il buono e il meglio si salvarono. Il padremastro vide rubati i ricchissimi arredi di cui aveva ornata una cappella della Minerva, e dal dolore morì. Cinque case di cardinali furono svaligiate, e sin quella del Farnese, benchè vi avesse sei guardie e più di trenta cortigiani; alcuni nobili con bande di sessanta, di cento, correano rubando, violando, rapendo, sicchè Roma pareva una foresta; i vicelegati, i governatori, gli auditori profittavano della vacanza per espilar le provincie, scarcerare delinquenti, vendere la giustizia, concedere indulti.
Reprimer tanti disordini fu il principale intento del nuovo papa Sisto V (1585). Chiamavasi Felice Peretti, da Montalto presso Ascoli, e dal custodire i majali levollo un suo zio francescano, l’educò, il pose frate. Unitosi a quei che zelavano la rintegrazione della Chiesa, salì di grado in grado fin ai sommi. Rigoroso inquisitore, caldo pei diritti pontifizj, benchè come cardinale frate vivesse di limosina, soccorreva ai poveri, sicchè acquistò venerazione. Non che aspirare al papato, mostrava pensar solo a morire; e le visite consuete prima d’entrare in conclave fece «sputando ad ogni passo, sospirando di dolori ad ogni due, e riposandosi ad ogni tre», come dice Gregorio Leti, in una Vita stolidamente romanzesca (1669). Nel conclave i voti sparpagliavansi, finchè, quasi a loro malgrado, si riunirono sopra di lui, che, mentre prima parea tener l’anima coi denti, subito ringiovanì, gettò via il bastoncello, e a chi gliene faceva l’osservazione disse: — Finora andavo chino perchè cercavo le chiavi; trovatele, guardo al cielo».
De’ predecessori suoi parlava senza ritegno, citando il male che aveano fatto, massimamente Gregorio XIII[13]. Non trovandosi parenti che il raggirassero; ascoltando il popolo che chiedeva abbondanza e giustizia, il forte ingegno e un carattere imperioso e violento applicò a restaurare anche esteriormente il papato. Delle truppe e della sbirraglia licenzia gran parte, ma vuol che «i decreti si adempiano senza riguardo a chicchessia, e si comprenda che Sisto regna».
Anzitutto bisognava riparare al vuoto dell’erario e ai briganti. Soleva ogni nuovo papa graziare molti carcerati, talchè durante il conclave i contumaci si costituivano nelle prigioni, sicuri d’ottenere l’indulto. Mal per loro, chè questa volta egli volle severa giustizia; e il giorno della coronazione, la folla andando pel Ponte in Vaticano vedeva spenzolar dal castello quattro giovani, côlti con armi corte. Nella cavalcata di possesso a San Giovanni Laterano, minacciò guaj a chi disturbasse con pretensioni: chi suscitasse scandalo con risse, parole, ingiurie o qualsiasi insolenza, avrebbe prigionia di tre anni se nobile, la galera per cinque se persona ordinaria, la frusta se donna. Il canonico Carelli, al quale egli doveva il suo primo innalzamento, aveva un nipote inquisito per ratto; e Sisto il fece impiccare davanti alla casa violata, allo zio dando licenza di sepellirlo in terra sacra e il vescovado di Amantea. Fatto un catalogo di tutti i vagabondi, maneschi, spadaccini, scioperati, rinnova le taglie, ma non si pagherebbero più dalla Camera, bensì dai parenti o dal Comune: dal Comune o dal signore, sul cui territorio avvenisse un ladroneccio, doveano rifarsi i danneggiati.