Il Governo napoletano, sulle cui frontiere soleano ricoverare i briganti, lo seconda; e l’impunità promessa a chi consegna il camerata vivo o morto atterrisce quelli che dianzi aveano atterrito. Prete Guercino, che titolavasi re della campagna, scrive a monsignor Odescalchi gli mandi trecento ducati, se no devasterà le sue terre: esso ricorre al papa, che fa arrestar il messo e metterlo in galera. Ma ecco altra lettera del Guercino, che minaccia cento pugnalate all’Odescalchi e bruciargli e sparpagliargli le possessioni, onde quello supplica il papa a liberare il carcerato, come si fa; anzi si pone mediatore di pace presso il pontefice, il quale in fatto assolve il Guercino di quarantaquattro omicidj commessi; e mentre appunto ottiene il perdono, va e uccide quattro suoi nemici[14]. Ora però Sisto n’ebbe la testa, pagata duemila scudi, ed esposta incoronata al ponte Sant’Angelo. Un Della Fara, chiamate le guardie fuor di porta Salara, le bastona, e le incarica de’ suoi complimenti al papa; e Sisto intima ai parenti glielo consegnino o gli impiccherà tutti, e perchè mostrava far da senno, è obbedito. A trenta ritirati presso Urbino, quel duca mandò un carico di vittovaglie ma avvelenate: il conte Giovanni Pepoli di Bologna, per aver lasciato fuggire dal suo castello un bandito, fu strangolato in prigione: fin madri e mogli di masnadieri pagarono colla testa l’averli ricoverati. Un Transteverino era troppo giovane per essere mandato al supplizio, e Sisto disse: — Gli aggiungo alcuno de’ miei anni». Punì di morte l’adulterio e la connivenza de’ mariti; volle che i nobili soddisfacessero i vecchi debiti verso i mercanti; vietò ai signori di far raccomandazioni a pro di qualsifosse criminale; pretese sollecito spaccio e severo rendiconto da tutti i giudici, e gli dessero anche la lista di quanti sfaccendati, tagliacantoni, discoli sapessero nella loro giurisdizione; pensava anche cacciar di Roma chiunque non giustificasse de’ suoi mezzi di vivere. Proibì i soliti viva che suole schiamazzare la plebe dietro ai papi, ma punì severissimamente le pasquinate; di una ove Pasquino esclamava di aver la camicia sporca dacchè la sua lavandaja era divenuta principessa, Sisto volle a ogni modo saper l’autore, e nol potendo altrimenti, promise salva la vita e mille doppie se si rivelasse da sè. L’avidità ingannò il poeta, e Sisto gli fece contare il denaro, ma tagliar le mani e forare la lingua. Con questa fierezza orientale, che, secondo il detto vulgare «non la perdonava neppure a Cristo», in men d’un anno ebbe nettato il paese, e gli furono coniate medaglie col motto Perfecta securitas, e Vade, Francisce, repara domum meam quæ labitur.

Inesorabile agli individui e sulla violazion delle leggi, negli atti generali mostrossi benevolo, indulgente a chi obbedisse. Non che soccorrere alle fami allora gettatesi con ducentomila scudi, che dichiarò suoi meri risparmj, fondò una frumenteria per mantenere l’abbondanza in Roma: tremila scudi ogni anno destinava a riscattare Cristiani dai Turchi: fondò l’ospizio presso ponte Sisto, «affinchè radunati in uno e bene osservati tutti coloro che van mendicando, senza sapersi se n’abbiano giusto titolo, si esamini in cadauno la sanità dei corpi e la robustezza degli animi, e collo scoprire i pigri e non infermi, taglisi la strada alla poltroneria di quelli che, con finte malattie e affettata povertà, abbandonandosi all’ozio e alla pigrizia, rubano gli alimenti ai veri bisognosi, e dopo fatto l’infermo in alcune ore, in altre sani e robusti corrono alle gozzoviglie»[15]. Alla pia confraternita istituita sotto Gregorio XIII per assistere ai carcerati, concedette scegliesse un visitatore delle prigioni, il quale ogni primo lunedì di quaresima potesse liberare un condannato anche di pena capitale.

De’ cardinali prefinì il numero a settantadue, di cui sette vescovi suburbicarj, cioè di Velletri, Porto Santa Ruffina, Civitavecchia, Frascati, Albano, Palestrina, Sabina; cinquanta preti; il resto diaconi. Si distinguevano i cardinali principi, viventi con isfarzo, e che riguardavano gli altri come inferiori; i cardinali politici, che dirigendo gli affari arricchivano; e i cardinali poveri, la più parte frati, mantenuti dai papi o dai cardinali superiori, e dediti agli studj e alla pietà. Sisto voleali sottoposti ai decreti come tutti gli altri, benchè zelasse il loro decoro in faccia ai potentati; fossero principi altrove, ma sudditi in Roma.

Alle sette loro Congregazioni, dell’indice, dell’inquisizione, dell’esecuzione e interpretazione del Concilio, de’ vescovi, de’ regolari, della segnatura e della consulta, crebbe importanza, e ne aggiunse otto altre, una per fondare vescovadi nuovi, una sopra i riti, le rimanenti per materie temporali, l’annona, le strade, l’alleggiamento delle imposte, le costruzioni guerresche, la stamperia vaticana, l’Università di Roma. Quella del buon governo dirigeva gl’interessi economici delle comunità. La sacra Consulta rivedeva gli affari criminali, e reprimeva gli eccessi de’ baroni e de’ governanti. Il tribunale delle due Segnature, cioè di grazia e di giustizia, provvedeva sui ricorsi presentati al pontefice per semplice grazia o in materia mista, come la restituzione in intero.

La Chiesa erasi sempre tenuta a ordini collegiali e a deliberazioni precedute da discussione; talchè queste consulte e la sacra Rota assistendo al papa, alcune come vescovo nelle cose diocesane, altre per gli affari dello Stato, le più pel governo della Chiesa universale, davano un’aria repubblicana, ma non poteano resistere a volontà assolute come Sisto V. La propria famiglia arricchì egli con proprj risparmj, e con laute parentele; collocò due nipoti nelle famiglie Colonna e Orsini, con privilegio ai mariti di star accanto al soglio quando il papa celebra, e con grado superiore a tutti i signori romani; sicchè questi o per invidia o per inferiorità si divisero dai nobili di soglio; ed ebber fine le leghe che, sotto quei due nomi, continuavano a osteggiarsi.

Restava l’altra piaga, delle finanze. All’udire i forestieri così concordi nel lamentarsi dell’oro che, prima della Riforma, spedivasi a Roma, si crederebbe che la Camera ne regurgitasse; ma sì poco n’arrivava sin alle mani dei papi, che Pio II dovè limitarsi a un pasto il giorno, e tôrre a prestanza ducentomila ducati per l’impresa contro i Turchi. Nel 1471 si contavano fin seicencinquanta cariche venali, la cui rendita valutavasi a centomila scudi[16], sicchè i proventi ne colavano in mano de’ compratori. Ne’ bisogni dunque (oltre il particolar ripiego delle indulgenze) non si sapeva che crear titoli e cariche nuove: Sisto IV n’aveva abusato strabocchevolmente; Innocenzo VIII, costretto perfino a mettere in pegno la tiara, istituì un nuovo collegio di ventisei segretarj per sessantamila ducati; Alessandro VI, ottanta scrittori di brevi, ciascuno per settecencinquanta scudi; Giulio II n’aggiunse cento degli archivj per altrettanto prezzo, ed ebbe lode di trovar denaro ad ogni occorrenza; lo splendidissimo Leone X introdusse milleducento cariche, del cui valore i compratori riceveano gl’interessi vita durante, onde vanno considerati come prestiti o come rendite vitalizie, che ammontavano fin all’ottavo del capitale. Questo rifondevasi parte con un lieve aumento delle tasse di curia, parte coll’eccedente di quanto si ritraeva dai municipj, dalle cave di allume, dal monopolio del sale, e dalla dogana di Roma.

Oggi che si considera come regola il far debiti, e prospero il paese che più ne ha, non vorrassi condannare quegli spedienti, pei quali prosperarono le finanze, in modo da non occorrer più nuovi aggravj allo Stato che fra tutti era il meno pagante, tanto più che non manteneva grossi eserciti, spugna degli erarj. Ma tosto che le casse dello Stato cessarono di dare un avanzo, le finanze crollarono; e tra la Riforma, tra l’essersi i principi opposti all’esportazione del denaro, Leone le lasciò talmente esauste, che Adriano VI dovette sovrimporre mezzo ducato per fuoco; Clemente VII ricorse anche a un prestito semplice di ducentomila ducati al dieci per cento, monte non vacabile, o, come diciam ora, debito consolidato, trasmissibile agli eredi, assicurato sopra le dogane. I successivi pontefici ingrossarono quel capitale; e Paolo III rinunziando a rincarir il sale, stabilì il sussidio, imposta diretta che prometteva abolir poi, e che già si trovava in altri paesi, coi nomi di donativo a Napoli, di mensuale a Milano, d’altro altrove; e furono trecentomila scudi, ripartiti sopra le provincie, nessuna esentata. Le città fecero ivi richiami; Bologna se ne redense con un capitale alla mano; altre ne vollero rimessa porzione o tutto; ed era un gran che se alla cassa giungeva la metà. Ad ogni modo, l’entrata dello Stato, che sotto Giulio II computavasi di trecencinquantamila scudi, sotto Leone X di quattrocentoventimila, sotto Clemente VII di cinquecentomila, alla morte di Paolo III trovossi di settecentoseimila e quattrocentoventitre scudi.

Pure ne’ tempi successivi, dovendo sussidiare i Cattolici sia contro i Protestanti, sia contro i Turchi, bisognarono nuovi acconci, e imposte sulla farina, sulla carne, su altri consumi, e sempre assegnavansi a creditori; talchè dal crescente aggravio de’ sudditi ben poco vantaggiava la Camera, e lo Stato pontifizio restò gravato quant’altri. Secondo il Leti, ai papi entravano di rendita ordinaria 1,273,344 scudi d’oro[17]; di straordinaria e per ammende e diritti di cancelleria, altri 413,480. Sisto V li crebbe con nuove imposte, col riscuotere crediti vecchi, aggravar le ammende, fare ai Giudei pagar la protezione che otteneano dal Governo, e con un’economia di cui si vantava a ragione. Restrinse le spese e gli uffizj di corte: delle cariche venali elevò il numero fin a trentaseimila cinquecencinquanta[18], dalla cui vendita ritrasse 5,547,630 scudi, e ciascuna gravò di tasse; crebbe i monti vacabili e no; pose gabelle sui viveri più indispensabili; alterò fin le monete.

Trovato il tesoro esausto, fra un anno v’ebbe avanzato un milione di scudi d’oro, e così ne’ quattro anni successivi: e appena vi contasse un milione, il deponeva in Castel Sant’Angelo consacrandolo alla beata Vergine e ai santi Apostoli, come nell’Antico Testamento serbavasi nel tempio; e nella bolla, assicurando che provenivano da suoi risparmj, stabiliva che a quel tesoro non si dovesse por mano se non per ricuperare Terrasanta, ed anche allora unicamente dopo che l’esercito avesse già passato il mare; o per estrema carestia o peste, o quando alcuna provincia cristiana pericolasse di essere occupata da infedeli, o quando alcun principe portasse guerra allo Stato della Chiesa; ma sempre nell’estremo della necessità[19]. Gravar il paese e far prestiti per riporre denari infruttiferi, è uno sbaglio perdonabile a tempi che non conosceano come il denaro vaglia unicamente in quanto è posto in giro.

Con tali mezzi potè restituire qualche splendore alla tiara. Blandito dai potentati pel suo denaro, e’ li chetò di lor pretensioni, e se gli ebbe devoti, quanto avversi il suo predecessore; conciliossi i signori del paese; largheggiò privilegi alle città di Romagna, ad Ancona molti diritti antichi, a Fermo l’arcivescovado, vescovado a Tolentino e al suo natìo Montalto; ridusse a città Loreto; avviò in bene l’amministrazione civica; moltiplicò le spese straordinarie, che prima coprivansi con cenquarantaseimila scudi, e più di tre milioni e ducentomila ne erogò in sole fabbriche; favorì l’agricoltura, e minacciosamente comandò di piantar gelsi; incoraggì i lavorieri della seta e della lana; cercò disseccar le paludi d’Orvieto e le Pontine, spendendo ducentomila scudi per aprire il fiume che serba il suo nome; avrebbe voluto che ciascun nunzio avesse palazzo proprio nella città ove risedeva.