Fra tanta parsimonia e tanto pensare positivo, recano stupore i divisamenti suoi fantasticamente grandiosi. Fece fabbricar dieci galee, imponendo settantottomila scudi per la marina. Sperò distruggere l’impero Ottomano, e ne trattò colla Persia, coi Drusi, con alcuni capi arabi; allestì le sue galee, cui Spagna ne aggiungerebbe altre, mentre Stefano Batori dalla Polonia romperebbe la prima lancia. Ito in fumo questo disegno, pensò conquistar l’Egitto; allora, mediante un canale tra il mar Rosso e ’l Mediterraneo, rimetterebbe sulla via antica il commercio; e finchè venisse il destro di ricuperar Terrasanta, pensava rapirne il santo sepolcro, ed erigerlo a Montalto, vicino alla santa casa di Loreto. Dicono trattasse fin con Enrico III di fargli adottare un suo nipote per erede: tanto s’immaginava che tutta cristianità dovesse entrare a piè pari ne’ suoi divisamenti.
Fermo alle dottrine del potere spirituale, e che il poter regio derivasse da quel del popolo e della Chiesa, insisteva continuo perchè l’imperatore non tollerasse i Calvinisti, e procurava collegare lui e gli Stati cattolici di Germania col re di Spagna per trionfo dell’ortodossia: ma in Francia vide soccombere la Lega, scomunicò Enrico IV benchè lo stimasse, poi adombrato della prevalenza spagnuola, inchinò verso Francia. Così dai gabinetti europei rispettato e temuto, fu l’ultimo papa che tenesse gran mano nelle pubbliche vicende. Udita la conversione del marchese di Bade Hochburg, fece una processione a piè scalzi, in conseguenza della quale morì, e il nome suo rimase popolare, come avviene de’ forti caratteri; e a lui fu fatto merito anche d’istituzioni ed ordinanze molto anteriori.
In questo tempo la città di Roma si può dire si rinnovasse. I lunghi disastri dei tempi dell’invasione, la barbarie, le tante guerre intestine, e forse più che altro la vedovanza avignonese l’aveano resa deserta; e quando i papi vi tornarono, era popolata solo da mandriani, scesi dalle inospite colline ne’ piani lunghesso il Tevere, e quivi annidati in povere casipole, con vie anguste, fangose, oscurate da terrazzi e da cavalcavia. Gli edifizj antichi sfasciavansi; sul Campidoglio pascevano le capre; le giovenche erravano pel Foro romano, donde i nomi di Monte Caprino, Foro Boario, Campo Vaccino: e da San Silvestro alla porta de’ Pioppi (Popolo) non incontravi che orti e pantani, ove si cacciavano anitre selvatiche. Primamente Nicola V si prefisse di ornar Roma con edifizj convenienti alla maestà antica ed alla nuova; i successori lo secondarono, massime Giulio II e i Medici. Nuove fabbriche popolarono le due rive del Tevere, che Sisto IV aveva riunite col ponte che ne serba il nome: Giulio II, a tacere le meraviglie del Vaticano e della Cancelleria, può dirsi ricostruisse la città bassa e la via Giulia, parallela alla Lungàra: cardinali e principi a gara alzavano palazzi, e quelli dei Riario, de’ Chigi, de’ Farnesi, degli Orsini emularono le costruzioni antiche in bellezza, le vinsero in comodità.
Il sacco di Roma e la peste la disertarono da capo; ma sotto Pio IV si tornò sul fabbricare, e i palagi risalirono sui colli abbandonati. Egli ampliò la cerchia di Roma formando il borgo Pio; risarcì la ruginante cerchia del Vaticano, rimodernò porta Popolo, e da quella che conserva il suo nome trasse la via diritta fin a Montecavallo. Tornò a pubblico uso la via Aurelia, migliorò l’altra che va alla campagna di Roma; nel palazzo Vaticano fece terminare la sala regia, il magnifico cortile del Belvedere, e due conserve d’acqua; fabbricò il seminario Romano; donò a Venezia il palazzo di San Marco; fece ristaurar le chiese che davano il titolo ai cardinali, e le basiliche nuove non lasciavano invidiare alle prische. Sul nuovo Campidoglio, per opera di lui torreggiò il palazzo dei Conservatori, disegno di Michelangelo; il quale pure sul Viminale alzava la Certosa degli Angeli, adattandovi gli stupendi avanzi delle terme di Diocleziano.
Sisto V, quand’era ancora il cardinale Montalto, incaricò Domenico Fontana luganese di far la cappella del presepio in Santa Maria Maggiore; ma privato delle pensioni dal pontefice, sospese la commissione. Il Fontana però invaghitosi dell’opera propria, esibì continuarla del suo: del che gli volle tanto bene Sisto, che venuto papa non solo gli diede a compire essa cappella, notevole per le eleganti proporzioni della cupola, e il vicino palazzo (villa Negroni), ma lo sovrappose a tutte le sue opere, talchè i loro nomi vanno associati.
Ripopolarsi non poteano i colli finchè mancassero d’acqua. Pio IV avea già condotto l’Acqua Vergine: poi Sisto V, con impresa degna degli antichi signori del mondo, per ventidue miglia guidò l’Acqua Felice che (cantava il Tasso), dopo il bujo del lungo sentiero, zampillava vivace, per contemplar Roma quale Augusto la vide. Fece spianare il terreno presso la Trinità dei Monti, e preparare la scalea che quell’altura congiunge a piazza di Spagna, aprì la via Felice e le altre che si difilano a Santa Maria Maggiore, collocando al crocicchio le quattro fontane; ampliò la stamperia greca e orientale, e la biblioteca Vaticana, traverso al cortile del Belvedere, con dipinti e iscrizioni che figurano i fasti d’esso papa, i concilj generali, le più famose librerie del mondo, gli uomini illustri per scienze ed invenzioni, sicchè riuscì la più bella del mondo; fabbricò il grande ospedale sul Tevere per duemila poveri, e sempre coll’opera dello stesso architetto, che nella fontana di Termini indicò il miracolo di Mosè: fece la fronte della basilica Laterana verso Santa Maria Maggiore, e il palazzo pontifizio, grandiosa mole di sobrj e corretti ornamenti; la parte del palazzo Vaticano che guarda Roma; lavori attorno al Quirinale, dove nell’allargata piazza collocò i due colossi che ostentano i nomi di Fidia e Prassitele.
Degli antichi obelischi restava in piedi quel solo del Vaticano, mezzo sepolto; e per trasportarlo davanti al rinnovato San Pietro si consultarono quanti erano matematici; e di cinquecento pareri fra dotti e bizzarri fu preferito quel del Fontana. Parendo egli troppo giovane, benchè di quarantadue anni, l’attuazione voleva affidarsene all’Ammanati e al Della Porta, ma dal suo papa egli ottenne di eseguir egli stesso quest’operazione, ch’era senz’esempio nella meccanica moderna. L’obelisco, che col rivestimento pesava un milione e mezzo di libbre, doveasi toglierlo dal suo basamento, sdrajarlo sui carri, raddrizzarlo, impostarlo sulla base nuova. Sisto scelse a tale operazione un mercoledì, giorno che diceva tornargli sempre fausto; universale ansietà occupava i cittadini; pena la forca a chi dicesse sillaba, a rischio d’impacciare i comandi dei capi; l’architetto stava sospeso fra la gloria e i castighi minacciatigli dal severo pontefice. E già l’obelisco era trasferito, alzato vicino al posto, ma le tagliuole non poteano avvicinarsi tanto da raddrizzarlo, quando un villano, di mezzo alla tacita folla, gridò: — Acqua alle corde!». Ottimo suggerimento, che impediva si schiantassero, e le accorciava; sicchè ben tosto le campane e il cannone di Castello annunziarono riuscita l’impresa, che fu avuta come la più insigne del secolo. Sisto decorò cavaliere e nobile il suo architetto, gli regalò cinquanta scudi d’oro e tutto il materiale che avea servito, gli assegnò dieci cavalierati lauretani con duemila scudi d’oro di pensione, trasmissibili a’ suoi eredi. Il villano, che aveva affrontato la forca per dar un parere opportuno, chiese in ricompensa pel suo villaggio natìo il privilegio di fornir di ulivi la città per la festa delle palme[20]. Sisto annunziò il fatto ai principi e al mondo, coniò medaglie; tanto si compiaceva d’esser riuscito a quel che gli altri pontefici aveano tenuto impossibile. Dappoi fece erigere gli altri obelischi di Laterano, di Santa Maria Maggiore, di piazza Popolo, e voltò la cupola di San Pietro.
Se già Michelangelo aveva adoprato le pietre del Coliseo per murare il palazzo Farnese, e staccato un architrave del tempio della Pace per farne base al Marco Aurelio, non è meraviglia che Sisto, poco devoto al bello etnico, non siasi fatto scrupolo di abbattere il Settizonio di Severo per trasferirne le colonne a San Pietro; pensava demolire il sepolcro di Cecilia Metella ed altri, che gli parevano ingombri deformi; sfasciò la venerabile e caratteristica antichità del patriarcheo papale, sostituendovi il palazzo Laterano senza impronta significativa; quell’Apollo, quelle Veneri non gli pareano arredi da Vaticano; a una Minerva in Campidoglio cangiò la lancia in croce; le due colonne Trajana e Antonina sprofanò col sovrapporvi i santi Pietro e Paolo, e all’obelisco fece innestare un pezzo della vera croce, perchè i monumenti dell’empietà fossero sottoposti al simbolo della fede là dove tanti per questa aveano patito.
La popolazione di Roma che, sotto Paolo IV, sommava appena a quarantacinque mila anime, sotto lui arrivò alle centomila, gente d’ogni nazione, il cui vario vestire dava bizzarra vista, e che attaccavasi a corteggiar questo o quel Cardinale, sperando e brigando perchè il loro patrono giungesse al principato o a cariche onorevoli e lucrose. I favoriti poi e i parenti di ciascun papa costituivano una nobiltà nuova e nuove fortune.
Qui in sedici mesi si succedettero quattro papi. Urbano VII (Giambattista Castagna) (1590) mostrossi degno del papato ne’ tredici giorni che il tenne. Il Piccolomini, insofferente di requie, si era ricovrato in Francia, poi ascoltando a Spagna, nimicata colla Toscana, con cinquecento masnadieri devastò il Pistojese; respintone per forza, stette nascoso a Piacenza, finchè eletto papa Nicolò Sfondrati milanese cardinal di Cremona col nome di Gregorio XIV, accostossi a Roma col terribile Sciarra e trecento seguaci, imponendo contribuzioni; e il governatore colse una carrozza di denari, archibugi e polvere, che ad essi era mandata da un ambasciadore residente in Roma[21]. Truppe di Napoli e Toscana si unirono alle romane per reprimerlo; in giusta battaglia ucciser ben cento di que’ suoi banditi; poi il conte Enea Montecuccoli, spedito da Alfonso d’Este, sbrattò il paese; il Piccolomini preso a Staggia, per quanto il papa e Spagna lo ridomandassero come loro vassallo, fu fatto appiccare dal granduca; lo Sciarra si resse ancora, finchè stimò bene mutar aria; e molti briganti passarono a servizio di Venezia contro gli Uscocchi.