Costoro cresceano i mali gravissimi della carestia che quegli anni desolò la penisola; e il papa restituì il diritto d’asilo alle chiese, e ne’ pochi mesi che campò, spese tre milioni di scudi, anche per sostenere la lega cattolica che allora dal trono di Francia respingeva Enrico IV calvinista, e a sostegno della quale mandò truppe comandate da suo nipote Ercole Sfondrati duca di Montemarciano. Ma Clemente VIII (Ippolito Aldobrandini) (1592) succeduto a Innocenzo IX (Gianantonio Facchinetti), ebbe la consolazione di vedere re Enrico tornar in grembo alla Chiesa. Dubitava egli che Enrico andasse a messa sol per acquistare il regno; pure sollecitato da san Filippo Neri, dal cardinale Baronio e da altri, accettò questa conversione che rendeva la Francia pacificata e cattolica; onde solennemente festeggiata, se ne perpetuò la memoria con una colonna.

Clemente VIII visitò tutte le chiese e i monasteri[22], introdusse il giro delle quarant’ore in Roma: delle consulte non si serviva per pubblicare ciò che avea deliberato da solo: stabilì anche imposte senza sentire i contribuenti, e sottomise i baroni alla giustizia. Al giubileo da lui aperto concorsero moltissimi fedeli, ma mentre prima era un’occasione di smisurati lucri a Roma, i prelati ebbero a mostrar la loro carità col largheggiare elemosine; il santo padre dispose in Borgo un palazzo ove alloggiava per dieci giorni qualunque prelato o sacerdote, ed egli stesso vi tornava sovente, e servivali a tavola o ne lavava i piedi. L’arciconfraternita della Trinità accolse da ducentocinquantamila pellegrini e ducentoquarantotto confraternite forestiere; nobili ecclesiastici e secolari gareggiavano nel servire agli accorrenti, fra i quali vennero incogniti anche gran principi, vennero per curiosità molti eretici e non mancò chi ne rimanesse convertito.

Un indebitato rifugge nel palazzo del cardinale Farnese, e i birri pontifizj ve l’inseguono malgrado le immunità; ma i gentiluomini del cardinale li maltrattano, e fan cansare l’inseguito. Il papa in collera ordina si proceda con tutto rigore; ma si oppongono i baroni romani e l’ambasciatore di Spagna, e ne nasceva tumulto se il cardinale non avesse avuto la prudenza di ritirarsi con folto seguito di partigiani e di popolo. Gli uffizj di Ranuccio Farnese di Parma calmarono il pontefice: il popolo gridò — Viva casa Farnese»; ma il cardinale e i suoi, benchè perdonati, non si fecero premura di ritornare[23]. Il papa n’ebbe amareggiati gli ultimi giorni; ne’ quali si abbandonò al cardinale nipote; e la sua casa, fiorente allora di tre cardinali e molti signori, ben presto rimase estinta.

Nel conclave prevaleva il cardinale Baronio, se i suoi scritti non gli avessero suscitato l’opposizione di Napoli; tanto che fu eletto Leone XI de’ Medici (1605), parente dei reali di Francia. Morto fra ventisette giorni, gli è dato successore Paolo V (Camillo Borghese), contrario alla parte francese. Studiosissimo, d’illibati costumi, di fare soave, ottenuta la tiara integramente, ne sente la dignità, e si propone di rialzar la morale autorità del cattolicismo. Canonizza san Carlo, approva gli Ordini del Carmine e di san Lazzaro, vuole che in tutti gli Ordini mendicanti s’insegnino latino, greco, ebraico, tanto da non iscapitare a petto delle Università di Germania, e risolutamente esige la residenza de’ cardinali; caldeggiò i diritti della santa Sede quali risultavano dalle decretali, e diè l’ultima mano alla bolla In cœna Domini. Questo zelo pei diritti ecclesiastici lo pose in litigio clamorosissimo con Venezia, la quale pretendeva infliggere castighi comuni a persone ecclesiastiche. Trovandola imperterrita a monitorj e scomuniche, cautamente le temperò; in tutte le altre occasioni cercò e diffuse la pace. Sontuosissimo in fatto d’arti, ornò le basiliche Vaticana e Liberiana e il Quirinale; dal territorio di Bracciano tirò l’acqua Paola a vantaggio del Trastevere: ma smodatamente arricchì i nipoti, i quali e sul Pincio, nei beni confiscati all’antica famiglia Cenci, e fuor di Roma fabbricarono con indicibile fasto: il duca di Sulmona accumulò centomila scudi di rendita; il cardinale Borghese, despota della curia, conferiva a’ parenti quanti buoni benefizj vacassero.

Gregorio XV (Alessandro Ludovisi) (1621), indebolito e inetto, nè occupato che di pietà, di dotti, d’accademie, lasciò le redini a suo nipote Lodovico Ludovisi. Già era fatto universale quest’uso d’un cardinal padrone; e il Ludovisi, giovane d’ingegno, amico del denaro, de’ piaceri, della splendidezza, della giustizia, seppe diriger bene gli affari, e orzeggiare nelle tempeste. La sua casa acquistò il principato di Piombino, e colla erede del principato di Venosa ebbe quarantamila ducati di rendita in tanti feudi del Napoletano.

Allora vengono santificati Ignazio da Lojola e Francesco Saverio: frà Girolamo da Narni predicatore insigne dà impulso alla Congregazione allora istituita de propaganda fide, da cui partivano gl’intrepidi, che per tutto il mondo portavano il vangelo. Moltissimi anche de’ nostri affrontavano il martirio de’ lunghi e oscuri patimenti, se non era anche quel degli strazj e della morte. Per far solo d’alcuni memoria, dirò come i Cappuccini si volsero principalmente all’Africa, e Giovanni Bellotti da Romano bergamasco scrisse le Apostoliche giornate, nelle quali rappresenta parte delle sue fatiche nelle missioni sostenute a benefizio delle anime de’ Negri infedeli. Dionigi Carli piacentino, itovi con Michelangelo Guattini reggiano che colà morì, a Bologna pubblicò i suoi viaggi, con avventure non sempre serie, e con osservazioni superficiali ma schiette; e siccome di paesi incogniti, furono tradotti in tutte le lingue[24]. Giannantonio Cavazzi modenese lasciò la descrizione dei regni di Congo, Matamba, Angola. Girolamo Merolla sorrentino, per sei anni versato fra i Negri del Congo, d’ordine della Propaganda faticò, se non a togliere, a mitigare la tratta di questi infelici. Francesco Maria Maggi palermitano, cherico regolare, dopo otto anni di missioni in Siria, Persia, Mesopotamia, Georgia, portò a Roma la cognizione di quegli idiomi, e dedicò a Urbano VIII Syntagmata linguarum orientalium.

Le missioni della Cina sono l’epopea de’ Gesuiti, che si può dire, la scopersero; nè fu colpa loro se non venne alla nostra civiltà. Quando vi si avviò primiero Francesco Saverio, vi condusse il padre Paolo da Camerino. Il padre Matteo Ricci da Macerata, mandatovi coi due altri italiani Rogero e Pasio, vi fondò le prime missioni; e conoscendo che bisognava mostrarsi letterato, fece un mappamondo ove collocava la Cina nel mezzo, e un breve catechismo in quella lingua; insegnò chimica e matematica; e le quindici opere sue sono le prime che Europei dettassero in cinese, e alcuna è posta fra le classiche da quel popolo geloso. Avea creduto dover condiscendere ai costumi e alle opinioni dei Cinesi fin dove non cozzassero colla vera fede, onde togliere le repugnanze che un popolo eminentemente storico aveva al cristianesimo: e siffatta tolleranza fu l’accusa più violenta che poi recarono ai Gesuiti quelli che per avventura continuavano a imputare l’intolleranza cattolica. Come superiore di quelle missioni gli fu surrogato Nicola Lombardi siciliano, autore di scritti importanti su Confucio.

Il padre Giacomo Ro milanese, dopo predicato molti anni nel Scian-si, fu chiamato alla Corte perchè attendesse alla compilazione del calendario imperiale, come fece col celebre padre Schall; più di cento opere scrisse in cinese di pietà e d’astronomia; ricusò dignità e favori, sol chiedendo agevolezze pe’ Cristiani. Come astronomo e ambasciatore vi fu pure adoperato il napoletano padre Francesco Sambiasi. Frà Castiglione pittore, fattosi converso ne’ Gesuiti, e mandato a Pechino, lavorò per quella Corte anche da architetto. Martino Martini di Trento diede l’Atlas Sinensis (1655), l’opera più compiuta che ancor si fosse vista sul grand’impero, e voltò in quella lingua diverse opere. Il siciliano Francesco Brancato vi pubblicò molti scritti, e specialmente il Trattenimento degli Angeli (1637), catechismo rimasto classico. Luigi Buglio palermitano missionò a Goa, nel Giappone, nella Cina, e morì a Pechino il 1682, lasciando in cinese alquante opere. Giulio Aleni bresciano, professore di matematica a Macao, penetrò nell’impero, e per trentasei anni vi predicò e scrisse, ed era detto il Confucio d’Occidente. Prospero Intorcetta siciliano missionò colà col padre Martini e quindici altri Gesuiti, adoperando zelo immenso: nella persecuzione del 1664 fu condannato alla bastonatura e all’esiglio: calmata l’ira, venne a Roma per implorare nuovi operaj, che esso incoraggì fin alla nuova persecuzione del 90, quando coraggioso affrontò i tribunali: scrisse più libri in cinese e in latino, massime intorno alle dottrine di Confucio, e morì vecchissimo nel 1696. Molto stimato fu pure nella Cina il padre Paolantonio Mainardi torinese, vissuto fin al 1767.

Ippolito Desideri gesuita pistojese fu nel Tibet, e con coraggio indicibile traversò paesi ignoti e sostenne avversità. Ivi poi faticò lungamente il padre Della Penna maceratese con altri Cappuccini, ed espose la storia e i costumi di que’ paesi e singolarmente la religione, dove tante somiglianze trovava colla nostra. Più tardi il padre Percoto da Udine tradusse i libri dogmatici de’ Birmani fra cui avea predicato, e ragguagliò sul governo e la religione dei paesi di Ava e di Pegù. Il padre Giuseppe Maria Bernini di Carignano corse l’India, descrisse il Nepal, fece dialoghi in lingua indiana, e ne tradusse varie opere. Antonio Ardizzoni napoletano vi missionò col padre Francesco Manco e altri cherici regolari; dimorò otto anni a Goa, poi lungamente a Lisbona, varie cose dettando in portoghese. Costantino Beschi gesuita arrivò il 1700 a Goa, e molto lavorato nel regno di Madera, e scritte assai cose e nominatamente il Tembavani, poema di tremila seicentoquindici tetrastici, con commenti a ciascuno, in lode della Madonna, fece grammatiche e un dizionario tamulo-francese. Gianfilippo Marini da Genova apostolo per quattordici anni nel Tonking, e descrisse le missioni e il paese. Cristoforo Borro da Milano diede una relazione della nuova missione de’ Gesuiti alla Cocincina, e meditava una nuova strada per passare all’Oriente dalla parte occidentale. Apostolo dell’Oriente fu intitolato Alessandro Valignani imolese, che speditovi il 1573, più volte corse il Giappone e l’India.

Andrea Borromeo milanese teatino, ito il 1652 nella Mingrelia e Georgia, vi faticò undici anni, e ne lasciò una relazione. In Arabia predicò Alessandro Botto cremonese. Carlo Francesco Breno di Valcamonica, minor riformato, preparò libri pei missionarj in Oriente. Galano Clemente, teatino di Sorrento, stando dodici anni in Armenia, raccolse assai carte, atti e monumenti, che stampò poi a Roma in latino e in armeno[25], e compilò pure una grammatica di quella lingua. Colà Paolo Maria Facentino rese importanti servizj ai Cristiani, stabilì nuove missioni, scrisse pei nuovi convertiti, e tornato a Roma il 1620, fu superiore delle missioni dei Domenicani. Anche il calabrese Piromalli domenicano molti Monoteliti convertì. Fu approvato dal papa a riunire gli Armeni di Polonia e di Russia, e ad Urbano VIII presentò una grammatica e un lessico armeno, oltre lavori di controversia. Ignazio di Gesù, carmelitano scalzo, descrive i Mandaj, cristiani viventi presso Bàssora. Tommaso Obicini novarese minorita, missionando in Oriente, diede una grammatica araba lodata, e un fallace dizionario siriaco. Una grammatica della lingua georgiana e una della turca, oltre molte opere ascetiche, lasciò pure Francesco Maria Maggi palermitano teatino, ito a visitar i conventi de’ suoi fratelli in Oriente e principalmente nella Georgia, e che a Caffa stabilì una casa di Teatini. Pietro Foglia medico a Capua, fatto carmelitano col nome di Matteo di San Giuseppe, missionò nella Siria poi nell’India, facendo anche da medico, e raccogliendo molte notizie botaniche, di cui giovò i dotti. Arcangelo Lamberti teatino diede una relazione della Mingrelia. Gianandrea Carga friulano de’ Predicatori apostolò il Levante, fu vescovo di Sira, ove perì martire de’ Turchi nel 1617.