Le reggenti di Ferdinando II (1621), sviando da queste intenzioni, empirono la Corte di lusso, d’intrighi, di frati, di garriti teologici; profusero titoli di duchi e marchesi fin a persone di servizio; col trafficare dei grani della maremma senese rovinarono questa provincia; e mentre Cosmo risparmiava trentamila scudi l’anno, si dovette intaccare l’erario.

Il granducato era da prima composto dei dominj delle repubbliche fiorentina e pisana, eccetto le isole d’Elba, Pianosa, Montecristo, e il distretto di Piombino, sovranità riservata agli Appiani. Cosmo I nel 1546 avea comprato dai conti di Noceto la rôcca Sigillina nel vicariato di Bagnone; nel 49 dai Malaspina il feudo di Filattiera; nel 51 il castello di Corlaga; a nome di sua moglie Eleonora di Toledo acquistò pure Castiglione della Pescaja e l’isola del Giglio; nel 57 ottenne il territorio di Siena, escluso Orbitello e il resto de’ Presidj, riservati dalla Spagna; dalla quale comprò inoltre il castello di Portoferrajo e sue circostanze nell’isola d’Elba. Dipoi Francesco I acquistò nel 74 Luzuolo e Riccò, e nel 78 Groppoli ed altri distretti in Lunigiana. Ferdinando I comprò dagli Orsini le contee di Pitigliano e Sorano, solfanello delle guerre d’Italia, come Cosmo le chiamava: poi Cosmo II dal conte Sforza Santafiora la contea di Scansano nel 1615, nel 16 quella di Castell’Ottieri dal conte Ottieri, nel 18 Terrarossa in Lunigiana dai Malaspina. Infine Ferdinando II dal conte Sforza ebbe nel 1633 la contea di Santafiora, e nel 50, al prezzo di cinquecentomila scudi, dal re di Spagna il distretto di Pontremoli, già feudo imperiale de’ Fieschi, poi confiscato pel duca di Milano[120].

Ancora duravano le forme repubblicane, e rappresentava il popolo un consiglio di ducento cittadini, da cui si sceglievano quarantotto detti il senato; quattro de’ quali per turno di tre mesi componeano il consiglio del duca, e con lui rappresentavano la signoria. Nel resto continuavansi le magistrature repubblicane, traendole a sorte fra i cittadini abili agli uffizj maggiori. I Ducento aveano diritto di convalidare o invalidare gli atti solenni e legislativi; il duca poteva proporre a loro qualunque legge; ma ed esso e quelli non poteano risolvere che coll’approvazione del senato.

I due consigli conservaronsi sempre, benchè ai Ducento alla fine non rimanesse che di spedire suppliche di monasteri, concedere certificati di cittadinanza o salvocondotti, deliberare sulle ripudie, sulle emancipazioni, e simili. Coi nomi e le forme antiche, la volontà del principe era però legge unica; nè i Medici applicarono all’uffizio consueto delle monarchie, d’unificare gli ordini e gli uffizj: il Senese e il Fiorentino rimanevano paesi distinti; le città continuavano ad odiarsi per una libertà che tutte aveano perduto; tanti statuti contavansi quante città o borgate o corporazioni.

Il magistrato supremo componevasi di cinque senatori, un auditore e un cancelliere, scelti fra i più insigni giureconsulti d’Italia, preseduti da un luogotenente del duca. Molteplici i tribunali, la più parte di mercanti ed artieri, mal distinti d’attribuzione, e perciò difficili e dispendiosi. Così un magistrato di otto conservatori vegliava sull’osservanza delle leggi, giudicando chi le trasgredisse; di sei negozianti componeasi il tribunale della mercanzia; il magistrato delle decime soprantendeva a ciò che concernesse il fisco; il magistrato degli otto di guardia e balìa alle cause criminali; il magistrato di parte guelfa su fiumi, ponti e strade; aggiungete il magistrato dei nove, quelli dell’archivio, quelli dei capitani d’Or San Michele, della dogana, e via là, a tal segno che settantadue tribunali vigevano nella sola Firenze. Cosmo II rese stabile la Consulta incaricata di esaminare le regole di ragione, la quale presto pigliò giurisdizione estesa, e massime sotto le tutrici empì gli affari di fiscalità teologiche e giuridiche, e aperse il campo agli arbitrj.

Quante poi le interne diversità! Pistoja e Pontremoli erano governate dalla Pratica secreta, nè poteano scegliere i proprj magistrati. Monte Sansovino, le contee di Pitigliano, Sovana, Scansano dipendeano da due sovrantendenze arbitrarie, che vi delegavano a podestà i loro creati. Nelle città mandavasi un gentiluomo per vicario, o un cittadino per podestà nelle terre e borgate; che conduceva notaro, attuaro, giudice, col consiglio e l’opera loro regolandosi. Ma i ricchi non rassegnavansi ai governi piccoli; i poveri aveano troppi incentivi ad abusare; nè le estorsioni restavano represse dal rigoroso sindacato.

Gabelle molteplici e vessatorie, e chi tardasse un’ora a pagarle gravavasi del venti per cento a pro dell’esattore. Pei contratti doveasi il sette e tre quarti per cento; e se non si pagasse, l’atto rimanea nullo. I magistrati dell’abbondanza trafficavano di grani, impinguandosi sulla miseria. Sussistendo qui pure la preferenza degli abitanti della città su quelli della campagna, i foresi venivano sacrificati ai privilegi di quelli. Il Monte di pietà, che ad orfani e vedove sovveniva per interesse moderato, cominciò a prestare alla bisognosa Spagna, e ne ricevette in cambio mercanzie, sicchè divenne e banco e negozio, e concentrò i capitali, col suo monopolio rovinando ogni altro traffico. Sopravvenne la fame, poi la peste del 1630 che sospese per sempre le manifatture: l’erario esausto ricorse al Monte contraendo un debito di ottocentomila ducati. Minute prammatiche e uggiosi divieti impacciavano ogni andamento; quali piante coltivare, come manipolare il pane, dove vendere il pesce e le derrate; vietato uscir di paese per acquistarsi il vitto: un giorno si proibisce aucchiare stami e lane, pochi anni dopo si permette, essendo impossibile far senza: si vieta usar le mortelle per le concerie, poi si concede. Nel 1651 si vieta di portar fuori l’artifizio della seta, pena la vita; e l’operajo che fosse migrato, poteva esser ucciso impunemente (Galluzzi). Intanto cessava il commercio d’economia in grazia dell’operosità d’Inglesi o Olandesi, le manifatture languirono, il popolo mendicava o birbava; anche la terra isterilivasi, il caro del sale disajutava la pastorizia; frodavasi, e ne venivano rovine di famiglie; il popolo vessato dalle maremme fuggiva a Piombino, a Orbitello, in Romagna.

La Corte mutò anche in un fasto sontuoso l’antica apparenza cittadinesca; ebbe teatro, nani, buffoni; estese caccie riservate, le quali concedeansi anche a gentiluomini; e sull’esempio de’ principi, i costumi si cangiarono. Francesco I col chiamarsi attorno i feudatarj del ducato innestò l’ambizione delle cariche, per le quali si dismesse la mercatura; Orsini, Savelli, Gonzaga si cercarono titoli di marchese e di conte; s’introdussero servili formole nelle lettere[121]. I titoli di Corte prevalsero alla dignità magistrale, e un senatore s’ebbe da meno che un ciambellano; in conseguenza cercossi il lustro delle famiglie coll’accumulare le sostanze e restringere i diritti della successione femminile qual era portata dall’antico stile repubblicano: ai soli grandi si permise di tenere armi, ed essi ne abusavano per braveggiare. Alla dissolutezza palliata s’univa la manifesta ferocia; bravi dappertutto; e le immunità e gli asili delle chiese arrestavano il corso della giustizia. Quel carattere così proprio e inciso, quell’arguzia, quell’ingegno agile insieme e profondo, quella semplicità che non toglieva gli ardimenti, quella minutezza mercantile che non esinaniva il genio del bello, quell’impronta nel parlare, nello scrivere, nel fabbricare, per cui una cosa si caratterizza fiorentina senza far fallo, sparvero per dar luogo a modi contegnosi e austeri.

Ferdinando II, preso a governare da sè (1627), tentò allogare le nocche della reggenza, e insinuare gusto nel lusso, gentilezza ne’ costumi. Eccellent’uomo, rispettoso a fratelli e parenti, nella peste del 1630 girava egli stesso soccorrendo; educato a rispettare i dotti dal gran Galileo, al cui letto di morte assistè, insinuava ai nobili l’amor delle arti; visto in teatro il Chiabrera, se lo volle al fianco per tutta la rappresentazione; interveniva all’accademia del Cimento; invitò il tedesco Giambattista Bulinger, lo scozzese Tommaso Dempster, erudito di ferrea memoria, ma bizzarrissimo, forzoso, accattabrighe, scrittore disordinato, il quale illustrò le antichità etrusche; il naturalista Nicolò Stenon, ed altri dotti stranieri. Torricelli, Viviani, Bellini, Redi, Magalotti fregiarono le Università di Pisa, Firenze, Siena; sorsero nuove accademie; fu rinnovata quella degli Immobili, la prima che si proponesse di divertir il pubblico col teatro della Pergola. Si sanarono maremme, si raccolsero le acque termali, fu estesa la coltura del filugello e d’alcune piante esculente, e vennero in fama gli agrumi toscani. Valent’uomini cercarono pel mondo cognizioni e rarità, onde si fondarono il gabinetto fisico e i serragli d’animali vivi in Boboli, e il museo di fossili e testacei e d’altra suppellettile, che il principe crescea ricambiando i doni colle essenze e le medicine della sua fonderia.

Di Livorno, borgo mentovato appena ne’ bei tempi di Pisa, i Fiorentini non tardarono a comprendere l’importanza[122]. Il duca Alessandro vi eresse la fortezza vecchia; Cosmo I un molo a disegno del Vasari, e un nuovo canale, e vi si allestivano le galee pei cavalieri di Santo Stefano; Francesco I con gran solennità gettò le fondamenta delle nuove mura, secondo la pianta del Buontalenti, compite poi da Ferdinando I con belle porte e ponti di pietra e opportuni munimenti, e ogni sorta edifizj, oltre il lazzaretto e il gran molo[123] che univa per centomila braccia la lanterna alla terraferma, sicchè potette considerarsene il fondatore, e la chiamava la mia dama. Procurò estendere verso Spagna e Ponente il commercio di cui fallivano le occasioni in Levante: assicurava persone e beni di chi accasasse a Livorno, vero asilo dove non faceasi indagine di qualsifosse delitto anteriore, talchè vi accorreano molti indebitati, corsari arricchitisi, Ebrei e Cristiani nuovi di Spagna e Portogallo, Cattolici fuggenti d’Inghilterra, Greci fuggenti di Turchia, Corsi malcontenti dei Genovesi, fuorusciti di tutta Italia e di Provenza. Ferdinando II fabbricò il quartiere, per somiglianza denominato Venezia, e meglio stabilita la franchigia del porto, fra la guerra universale vi dava ricovero a tutte le navi, per quanto nemiche; sicchè Livorno non crebbe come le capitali, a scapito del restante paese, ma mediante i forestieri; negozianti n’erano i ricchi, e la pigione de’ magazzini rendeva al granduca centomila scudi. Esso Ferdinando aveva dal granturco ottenuto salvocondotto pe’ suoi sudditi in tutti gli scali della Porta; tentò una società mercantile coi negozianti di Lisbona, cui i Toscani avrebbero contribuito quattro milioni di ducati d’oro, assicurati sul magistrato dei capitani di parte guelfa; ma poi reputando o soverchia o scarsa la sua marina, vendette tutti i legni alla Francia (1647), e così Toscana cessò d’essere potenza marittima.