Il granduca Francesco moriva al 20 ottobre 1587, e al domani la Bianca, si disse per opera del cardinale Ferdinando Medici; il quale non soffrì ch’ella fosse deposta nelle tombe ducali, gli stemmi e i ritratti di lei furon levati d’ogni dove, il senato veneto proibì ogni lutto: il figlio suppositizio non fu riconosciuto: Bartolomeo restò ricchissimo ma disonorato, come che quel guadagno fosse «non conveniente alla grandezza dell’animo d’un generoso nobil veneziano che ha il suo fine sol nella vera gloria, la quale può bruttare un sol punto»[118]. Pellegrina, figlia di Bianca Capello, sposò il conte Ulisse Bentivoglio bolognese, il quale avendone ricevuto torti, la fece ammazzare presso Bologna (1598) con due donne ch’erano seco e il cocchiere.
Il cardinale Ferdinando succeduto al fratello (1587), trovava tesori procacciati col traffico di diamanti e con due banchi a Venezia e a Roma: altri guadagnò col trarre, in grave carestia, molti grani dall’Inghilterra e dal Nord: quattro navi sue, con patente inglese e olandese, faceano vivo contrabbando in America a danno di Spagna: e impiegando un milione di scudi, sorpassava ogni concorrenza; provvede di denaro l’imperatore contro i Turchi, di truppe il principe di Transilvania; ad Enrico IV mandava secreti sussidj in odio di Spagna, e cercò riconciliarlo col papa; per lo che l’ambasciadore spagnuolo a Roma eccitò il famoso capobande Alfonso Piccolomini a invader la Toscana; ma Ferdinando lo prese, e malgrado i reclami l’appiccò (1591).
Tre milioni di scudi si ricavavano fra drappi di seta, tele d’oro e d’argento, e rasce, che esitavansi in Inghilterra e in America; trecentomila scudi l’anno si spendeano in comprare sete greggie di Napoli; esercitavansi pure i rischiosi giuochi di banca; sicchè quando Filippo II fallì, molte case ne rovinarono. Ma già le nazioni studiavansi di non avere bisogno di mercanti forestieri, e viepiù Sully, l’accorto ministro di Enrico IV, sotto cui cessarono i vivi traffici colla Francia, e si chiusero le ultime case fiorentine a Lione. Allora molti che negoziavano fuori, rimpatriati si applicarono all’agricoltura; i Corsini e i Gerini da Londra, i Torrigiani da Norimberga; fiorentini si fecero i Ximenes mercanti portoghesi; il granduca da’ proprj piantonaj distribuiva gelsi a’ proprietarj: insieme si estesero gli uliveti e le vigne, piacque il lusso de’ giardini, ornati con pellegrinità d’Asia e d’America; e i Gaddi, i Salviati, gli Strozzi, gli Acciajuoli, i Riccardi vollero emulare quelli del principe, e scienza cavalleresca parve l’orticoltura, e da tutta Europa si cercavano i giardinieri toscani; molte piante cretesi arricchirono la botanica, e dall’Ida non meno che dal monte Baldo ne portò Giuseppe Casabona; a Matteo Caccini è dovuto il gelsomino arabico, detto mugherino. Francesco Carletti fiorentino, da suo padre negoziante spedito a Siviglia a imparare la professione, in Africa trafficò di schiavi, indi in America, nelle Indie, al Giappone e alla Cina; spogliato dagli Olandesi, a Firenze ad istanza del granduca stese (1601) il racconto de’ suoi viaggi, da uomo incolto, ma buon osservatore; diede le prime esatte notizie sul muschio, sul cocco delle Maldive, sulla cocciniglia, e insegnò l’uso della cioccolata. Filippo Sassetti negoziante erudito, di cui si han buone lettere, specialmente relative ai lunghi viaggi in Europa e in Asia, di là mandava preziose rarità al granduca.
Grosseto era stata in man dei Francesi fino al 1559, poi Ferdinando s’applicò a migliorarla, procurandovi acque salubri, scavando fossati, demolendo pescaje; ne alleggerì le imposte, edificò case, fece far le fortificazioni colla bella rôcca e coi bastioni agli angoli delle mura esagone. A Pisa riparò la primaziale, incendiata nel 1595, allacciò molte polle d’acqua salubre per condurle in città, dove edificò un collegio, la loggia dei banchi e il canale Navicelli verso Livorno. Tutto il Val di Chiana può dirsi da lui creato; diè scolo ai traripamenti del lago di Fucecchio, fece canali e dighe nella maremma di Siena, protesse il littorale mediante le navi dell’Ordine di Santo Stefano; le quali, nella memorabile impresa guidata da Jacopo Inghirami (1607) contro Bona, presero undici insegne, millecinquecento schiavi ed armi moltissime. Coi «metalli rapiti al fiero Trace», in un’altra battaglia nell’Arcipelago, Gian Bologna fuse la statua di Ferdinando per la piazza dell’Annunziata.
Risoluto, giusto, operoso, ingenuo, eppur cauto, il terzo granduca favorì le scienze naturali e matematiche, fondò il museo di storia naturale a Pisa, ravvivò l’Università di Siena; talvolta raccoglieva i migliori dotti nelle sue camere, e in presenza de’ figli metteali su dispute di fisica, di matematica, di letteratura. Già da cardinale avea aperto a Roma la stamperia di Propaganda, e compratovi la Venere, l’Arrotino, l’Ermafrodito, i Lottatori e la famiglia di Niobe per ornare la villa che ivi eresse sul Pincio. Emilio de’ Cavalieri gentiluomo romano, messo ispettore sulle varie arti, cercò promoverle; e a tacere i lavori d’orefice e giojelliere e musaicista, le fabbriche di cristalli e di majoliche emularono quelle di Faenza, Urbino, Fossignano, Arbisola; le fonderie di Gian Bologna servirono, a tutt’Europa, e Ferdinando si piaceva di regalare alle Corti e agli ambasciatori oggetti d’arte nostrale, e massime commessi di pietre dure.
Esso Cavalieri unì lo spettacolo teatrale colla musica, frapponendo al dialogo ariette. Poi si pensò che gli antichi accompagnavano la recita colla musica, onde Giulio Caccini romano maestro di cappella compose arie, Giacomo Peri inventò armonie pel recitativo; e la Dafne di Ottavio Rinuccini fu rappresentata il 1594, poi l’Euridice dello stesso quando Maria de’ Medici sposò Enrico IV nel 1600, indi l’Arianna nel 1608.
Cosmo I aveva ordinato che la somma di cinquantamila scudi destinata ai funerali del principe si applicasse agli orfanelli; Ferdinando volle altrettanto; e divennero il fondamento di quel ricchissimo istituto degli Innocenti. Nel cedere Siena, erasi stipulato che i matrimonj de’ granduchi dovessero approvarsi dall’Austria; ma Ferdinando se ne emancipò, sposando una principessa di Lorena. Anche nel resto operò con politica indipendente; in ventitre anni non cambiò di ministri; e mentre Savoja e Spagna sprecavano in armeggiamenti, egli lasciò morendo (1609) dieci milioni di ducati, e due milioni in pietre. Giovan de’ Medici, suo fratello naturale, fu valentissimo capitano nelle guerre di Francia e Ungheria[119].
Suo figlio Cosmo II era stato diligentemente educato da Celso Cittadini, da Giambattista Strozzi, dal Galileo; ma riuscì fiacco di salute e di carattere; abbandonava gli affari alla moglie, alla madre, a Curzio Pichena ministro di suo padre; e limitavasi a maneggiar paci e combinare matrimonj fra’ principi. In mezzo ai dolori della gotta, voleva senza interruzione feste, banchetti, giuochi, spettacoli; onde allora fu introdotta nel palazzo Pitti una società di nani e buffoni, e si videro fin cavalli sulle scene.
Ferdinando avea tenuto mano con tutti i bascià rivoltati alla Porta, e con Scià Abbas di Persia. I Drusi, tribù ricoverata sul Libano, di una religione mescolata d’islam e di cristianesimo, resistettero ai Turchi, e fattisi indipendenti, pigliarono a capo Fakr-Eddyn (1613), il quale con un pugno di prodi tenne testa agli eserciti musulmani. Sgomentato da nuovi preparativi, costui fuggì a Livorno colla favorita, la figlia, il visir e molte ricchezze, offerendo di far omaggio del suo Stato a’ principi cristiani, e campeggiar per essi in Terrasanta, se volessero ajutarlo a difendere i proprj dominj. Il re di Spagna ordinò al vicerè Ossuna di rimetterlo ne’ suoi Stati, che in fatto ricuperò ed estese, giovandosi delle dissensioni de’ Musulmani: e continuando relazioni amichevoli col granduca, molti operaj toscani trasse colà. Lasciossi poi persuadere a recarsi a Costantinopoli, ove Amurat IV il tenne in onoranza, poi lo fece strangolare (1635). I suoi discendenti continuarono a dominare nel Libano. Allora il granduca ideò una lega contro i Turchi, che doveva abbracciare tutta cristianità; e sebbene non gli badasse l’Europa, assorta nelle rivalità di Francia e Spagna, egli ne prese occasione di riguarnir la marina toscana, che ricche prede condusse a Livorno.
D’amore pubblico più che di prudenza diè segno Cosmo nel suo testamento, ove alla moglie e alla madre, destinate reggenti, proibiva di lasciar in Firenze risedere ambasciadori, massime dell’imperatore o dei re di Francia o di Spagna, nè verun principe forestiero; nessuno estranio in impieghi; non confessori fuorchè francescani; del tesoro ducale non si facessero prestiti od imprese mercantili.