Abbiamo trovato e troveremo il Mazarino continuamente nelle vicende d’Italia, dove non cessò mai d’osteggiare la Spagna, fosse nella maremma toscana, fosse in Lombardia, principalmente sull’Adda; e colla duchessa di Savoja conchiuse il trattato del Valentino (1644), pel quale le rilasciava tutte le piazze, eccetto la cittadella di Torino. Allora il duca Carlo Emanuele II potè entrare nella sua capitale, le armi savoiarde presero fin Vigevano, e cooperarono costantemente colle francesi. Ma l’irrequieto duca Tommaso portava il valore e gl’intrighi suoi in ogni parte, agognando sempre un dominio. Si credette complice d’un frà Gandolfo che con altri avea tramato per avvelenare Madama e il giovane duca, e che scontarono colla vita; onde Madama riuscì a torgli Ivrea. Sempre col piede in due staffe, costui, quand’era del partito spagnuolo (dice Alberto Lazzari) seppe servire ai Francesi, e quando militava co’ Francesi prestava servizio agli Spagnuoli (-1656).
Quando la Francia si trovò assorta dal tramestìo della Fronda, i ministri di Milano e di Napoli s’accordarono per isnidare i Francesi anche da Piombino e Portolongone, dianzi acquistati, e ne vennero a capo. Al tempo stesso il Carasena governatore di Milano tentava cacciarli dal Piemonte, e alla reggente Maria di Monferrato promise cedere il contrastato Casale appena presolo, purchè ella volesse sconnettersi dall’alleanza di Francia. Fece ella, e il Carasena prese Trino e Crescentino (1652), saccheggiò quant’è fra il Po e la Dora, sempre dando voce che gli acquisti cadrebbero in vantaggio del duca di Mantova. Tra per forza e per corruzione venne dal presidio francese sgombrato Casale; ma mentre lusingavasi di tornare a dominazione italiana, si trovò occupato da Tedeschi e Spagnuoli. Quindi un lungo ed irresoluto battagliare, finchè il Mazarino, ripigliato il sopravvento in Francia, restaurò le cose (1659), e conchiuse la pace de’ Pirenei. In questa si trattò degli Italiani solo in quanto amici o nemici alle due potenze, e si fermò che tra Savoja e Mantova vegliasse il trattato di Cherasco; il principe di Monaco fosse restituito nella grazia e nel possesso; il Cristianissimo renderebbe al re di Spagna le piazze di Mortara e Valenza sul Po; Spagna accoglierebbe amichevolmente il duca di Modena; perdono ai Napoletani che aveano portate le armi nelle passate guerre, od erano fuorusciti.
Ma era nei destini che per Mantova vacillasse continuamente in quel secolo la pace d’Italia. Carlo di Nevers lasciò il dominio (1637) al nipote Carlo II, al quale successe Carlo III ancor fanciullo (1665). Cresciuto ne’ vizj paterni, dissipando in feste il denaro, in lascivie la salute, perdè la speranza di figli. Ecco dunque tornare in campo la contesa del succedere; e parendo che la moglie del duca di Lorena, figlia dell’imperatrice ch’era dei Gonzaga, fosse chiamata all’eredità del Monferrato, l’imperatore maneggiò per assicurargliela, vivo ancora il duca. Questi, tribulato dai diversi aspiranti, mostrò inclinare per Luigi XIV, e mandò il conte Mattioli bolognese con carta bianca per trattarne col ministro Louvois, col quale si accordò di consegnar Casale alla Francia. Ma reduce, il disleale manifestò quel maneggio (1679) al conte di Melgar governatore di Milano; onde Louvois, deluso, gli tese un laccio, e coltolo, il gittò prigione a Pinerolo, e poi di carcere in carcere, accompagnato da Saint-Mars destinato a custodirlo, finchè alla Bastiglia morì il 1703. Credesi lui essere quel misterioso, di cui si romanzò col nome di Maschera di ferro.
Il trattato falliva, ma non l’avidità di Luigi, il quale colle lusinghe e le minaccie addusse il duca di Mantova a lasciare che Catinat entrasse di guarnigione nella fortezza di Casale. Quel codardo, rotto ad ogni bruttura, e che non bramava se non di imbrutire ne’ carnevali a Venezia, si attirò con quel fatto il disprezzo universale. Invano se ne finse innocente, e giurò sull’ostia di non averne avuto un soldo: i Veneziani a cui era rifuggito, gli tolsero ogni onoranza ed esenzione, proibirono ai loro nobili di aver a fare con esso. Quando poi si ruppe guerra, il comandante francese fece arrestare il mantovano, e Casale restò ai Francesi sino al 1695.
CAPITOLO CLIV. Toscana.
Così i paesi retti militarmente; la Toscana intanto avea principi e governo non forse migliori, ma volenti la pace, e che confondevano il ben proprio con quello de’ sudditi: onde ebbe a soffrire di meno, e avvolgeva di postumo splendore la decadenza. Cosmo I granduca al duca d’Este scriveva: — Con questi principi grandi è necessario governarsi in modo, che noi consideriamo bene i loro fini, e ci andiamo ajutando con avvertirci l’un l’altro, e opporci alle loro ingiuste mire, in forma che non ci mova la passione di Francia o di Spagna, ma solo il bene universale d’Italia, nostra patria». Vedemmo (t. IX, p. 501) com’egli, strozzata la repubblica colla forza e coll’astuzia, saldasse l’autorità con atti umani e con fieri, carezzando letterati e artisti, lasciando a tutti libertà di scrivergli, ma perseguitando a sangue coloro che si ostinassero sulle antiche reminiscenze. Se è merito ristabilir pace e giustizia a costo della libertà, egli il fece, e fuor di Firenze i Toscani erano contenti di lui. Ma i molti profughi, svampandosi coll’ultimo ristoro de’ vinti, lo sparlare, il disonestarono di nerissime accuse, che ripetute nel secolo passato dai fautori di Casa d’Austria succeduta a’ Medici, e nel nostro da quei che avversano il principato, lo scolpirono nelle storie, ne’ romanzi, nelle tragedie come un Tiberio (1562). Di cinque figliuoli natigli da Eleonora di Toledo, l’epidemia ne rapì di tratto due e la madre; e la malevolenza diffuse che don Grazia in rissa uccidesse il fratello Giovanni cardinale; di che furibondo il padre trucidò l’omicida; ed Eleonora per crepacuore ne morì. Aggiungeano che, feconda di sè, Cosmo desse una sposa al figlio, e più che da padre amasse la figlia Isabella. Nel fare il famoso corridojo che, traverso alle case di mezza città, congiunge i Pitti cogli Uffizj, entrato in casa Martelli vi conobbe la Camilla, e l’ebbe a sue voglie; ma essa si raccomandò a Pio V che lo indusse a sposarla, benchè senza titolo nè onori. Il giorno che egli morì, il successore le intimò di chiudersi nelle Murate, dove essa fece un tal tramestìo, che le monache impetrarono fosse trasferita altrove, e morì imbecille.
Il figlio Francesco Maria (1574), non avendo i talenti nè la prudenza di Cosmo, s’abbandonò all’Austria, mentre disonoravasi in amori. Bartolomeo Capello veneziano, da Pellegrina Morosini avea generato Bianca, che bella, giovane e mal custodita dopo la morte della madre, prese vaghezza di Pietro Bonaventuri fiorentino, ragioniere al banco de’ Salviati a Venezia, e uscita una notte per parlargli lasciando socchiusa la porta, accadde che un fornajo di gran mattina andando per l’arte sua, credendola dimenticanza, serrò i battenti (1565 28 9bre). Non potendo più rincasarsi inosservata, ella fuggì all’amante, e venuti a Firenze si sposarono. Il consiglio dei Dieci, sopra istanza del Capello, e supponendola rapita per gola della pingue dote, bandì una taglia sopra il Bonaventuri e suoi complici, esigliò Bianca, confiscandole seimila ducati che teneva della madre. A Firenze ella con filtri e prestigi, come si disse, guadagnò il cuore di Francesco Maria. Il marito oltraggiato le rese la pariglia amoreggiando Cassandra Ricci maritata ne’ Bongianni; finchè Roberto de’ Ricci con altri dodici l’assalì sul ponte Santa Trinita e l’uccise; mentre alcuni mascherati uccidevano nel proprio letto la Cassandra.
Il granduca, non solo agli aggressori lasciò tempo di rifuggire in Francia, ma non dissimulò d’essere stato conscio del fatto. Poco poi Giovanna d’Austria, costui moglie, le cui gelosie aveano cresciuto lo scandalo, o sconciando o pel cruccio di quella tresca moriva, e il vulgo susurrò di veleno. Tanto più che, due mesi dopo, egli sposava secretamente la Bianca[116] (1578); poi finito il lutto, il partecipò ufficialmente alla Signoria di Venezia. E questa, ad istanza di lui, nominò cavalieri della stola d’oro il padre placato e il fratello di lei; non che abolir la sentenza e il processo, lei dichiarò vera e particolare figliuola della Repubblica, inviandole una corona ducale. Allora letterati e scienziati le dedicarono scritture; Speron Speroni la lodò in versi, la lodò il povero Torquato Tasso[117], al quale largì protezione e una tazza d’argento; che più? Sisto V le mandò la rosa d’oro.
Bianca a posto turpemente acquistato si mantenne con intrighi, cinta da gentaglia ordinaria, ebrei, fatucchieri, distillatori, indovini; coi quali si bisbigliava studiasse incantesimi e fatture per mantenersi l’affetto del marito e il modo d’aver figliuoli. A questo desiderio non riuscendo, ne suppose uno, del quale dicono mandasse a male la madre.
Più profittevolmente trescava Vittorio fratello di lei, intromettendosi agli affari, e vendendo le grazie; chiese a prestanza dal granduca tremila scudi, ed alterò la cifra in trentamila; del che scoperto, fu dal granduca cacciato. La Corte si modella sul padrone; Piero fratello del granduca pugnalò la moglie per infedeltà, che troppo aveva provocate colle sue; Isabella, suora di lui, pochi giorni dopo è strangolata dal marito fra gli abbracci conjugali.