Se si pensi che le truppe anche amiche ricevevano scarsissima paga, la quale spesso era ritardata, sicchè esigevano imperiosamente il vivere dai privati o dai feudatarj, nelle cui case e terre alloggiavano, si comprenderà qual fosse la miseria di popolazioni, che non sapevano mai fin dove arriverebbero le esigenze di costoro.
Vittorio Amedeo, generalissimo della Lega, opera in tentenno perchè non volenteroso, e perchè ingelosito del Crequi, per modo che i Francesi sono costretti a ritirarsi, imputandosi a vicenda la mala riuscita. Il Farnese che aveva osato cimentarsi con Spagna, eccolo esposto ai risentimenti di questa e del papa suo sovrano; il papa si contentò d’intimargli cessasse le armi; il duca di Modena ne invase gli Stati con soccorsi di Lombardia; e li desolarono finchè il papa rannodò la pace (1536), restando Sabbioneta agli Spagnuoli, e ruinato il paese. Francesco di Modena ottenne dagli Spagnuoli il principato di Correggio, tolto a Siro che avea adoprato consulti e coraggio per salvarsi dai Tedeschi, e che ne veniva spogliato col pretesto di adulterata moneta[112].
D’altra parte in mezzo ai Grigioni, sempre scissi tra Francia e Spagna, quest’ultima prevalse, in grazia delle condizioni che il re di Francia avea proposte alla Valtellina, e fece animosi a cacciare i Francesi: il Rohan vi accorse, e preso in mezzo dagli insorgenti, e non soccorso dal Richelieu per invidia, dovette tornarsene al suo paese. Ai Valtellinesi non restò più che rimettere la loro sorte all’arbitramento della Spagna. Un consiglio ecclesiastico a Madrid decise potersi popoli cattolici riporre sotto il dominio d’eretici, purchè cautelati che nella religione non avrebbero molestia; e la valle, dopo tanti patimenti e tanto sangue, fu restituita ai Grigioni.
Maggior gola a Francia e a Spagna faceva il Piemonte, sicchè lo rimescolarono fin nelle viscere. Vittorio Amedeo morì a Vercelli (1637) ancor fresco, e sì improvvisamente che la fama il disse avvelenato dal Crequì[113]; e Carlo Emanuele II suo figlio non avendo che quattro anni, Spagna ed Austria s’impegnano per darne la tutela ai zii Tommaso e Maurizio ad esse devoti; mentre i Francesi appoggiano Madama Reale, cioè sua madre Cristina figlia d’Enrico IV e sorella del regnante di Francia, al quale per tal modo riuscirebbe ligio il Piemonte. Qui lunghi intrighi de’ confessori, ch’ebbero sempre grand’entratura in quella Corte[114]. L’imperatore pretende che Cristina produca le sue ragioni avanti a lui: e perchè essa sdegna quest’atto di vassallaggio, egli si chiarisce per gli zii, che ustolando l’eredità del nipote o almeno la reggenza, si rassegnano persino al vassallaggio dell’imperatore, a ricever guarnigione spagnuola in tutte le fortezze, e ad altre dure condizioni; compromettendo l’indipendenza dello Stato, mentre spargono che Madama lo sagrificasse ai Francesi. E danni e pericoli venivano in fatto dalle vivacità francesi, dalla lentezza spagnuola, dalle divisioni intestine; Galli-Piemontesi combattono Ispani-Piemontesi; ogni città osteggia l’altra con insegne avverse e tutte straniere; a gara guastansi campagne e vite; preti e frati parteggiano ed aizzano; i tradimenti si alternano colla forza aperta. Anche il mare è contaminato di stragi; e la flotta spagnuola diretta alla Finale per portare uomini in Lombardia, è assalita dalla francese in vista di Genova e sconfitta, ambedue perdendo il loro generale.
Il Leganes governatore di Lombardia, protestando venire in Piemonte soltanto per tutelarlo dall’oppressura francese, distrugge Breme (1639), al cui assedio era perito il Crequì; dopo gloriosa resistenza prende Vercelli, ciuffa Cherasco: il principe Tommaso sorprende Torino, ma le natie contestazioni impediscono d’assediare la cittadella in cui Madama erasi gettata. Il Richelieu volò a soccorrere la sorella del suo re, ma opera interessato; e per trarre dalle strettezze di essa vantaggi alla Francia, fin colle minaccie voleva indurla a consegnare a lui i suoi figliuoli e la fortezza di Monmeliano; il che essa ricusò. Casale, spasimo degli Spagnuoli, torna campo di fiere battaglie (1640), ed Enrico di Guisa conte d’Harcourt ed il maresciallo di Turenne vi esercitano la famosa loro abilità. Leganes, qui occupato, non potè soccorrere Tommaso, che dopo memorabile assedio fu costretto rendere Torino al maresciallo d’Harcourt[115] (17 9bre); e la Reggente vi ricomparve.
Consigliere, sostenitore e amico di questa era sempre il conte Filippo d’Agliè, perciò odiato dal Richelieu; e il governatore francese un giorno lo invita a un ballo, il fa cogliere e portar prigione a Vincennes: talmente gli amici erano funesti non men de’ nemici. La pace era fatta, ma Francia non volea sgombrare le terre occupate, non Spagna le sue, i due zii pretendevano piazze forti per propria sicurezza, e si tornava ogni tratto ad avvisaglie. Di tale stata e della debolezza d’una principessa bella, leggiera, adulata, vantaggiavansi i nobili, che soprusavano ai popolani e malversavano il denaro pubblico.
Frattanto l’instancabile Richelieu suscita nemici alla Spagna sì in Catalogna, sì in Portogallo, sì nel principato di Monaco. In questo brano della deliziosa riviera ligure, appartenente alla Casa Grimaldi, fin dal 1605 Spagna teneva presidio per concessione del fanciullo Onorato II; ma poichè essa non pagava i soldati, il principe era costretto mantenerli; sicchè, desideroso di sbrattarsene, s’intese coi Francesi, avvinazzò la guarnigione spagnuola, e ne fece macello. I Francesi vi buttarono proprio presidio, nè più ne uscirono, conferendo al principe il titolo di pari di Francia e il ducato del Valentinese.
Nuovi accordi del duca Tommaso colla Spagna portarono nuove ostilità; all’assalto d’Ivrea, l’Harcourt diceva ai soldati: — Figliuoli, salvate le mura pel re, tutto il resto è a voi»; ogni cittaduola, ogni bicocca fu assaltata e difesa; sinchè Madama pacificossi coi cognati, troppo tardi scaltriti che mal si compra un trono con braccia forestiere. Nel trattato di Torino ella fu riconosciuta tutrice; però gli editti doveano farsi «con l’assistenza de’ principi cognati e col parere del consiglio». Maurizio, tornato al secolo e sposata Luigia sorella del duca, veniva a governare o piuttosto a regnare su Nizza; Tommaso su Ivrea e Biella; ed esigevano dal Piemonte buoni denari per soddisfare i mercenarj con cui il Piemonte aveano sobbissato. Luigi XII li toglieva a protezione e stipendio, purchè molestassero gli Spagnuoli; che in fatto vennero attaccati in ogni parte, e Piemontesi e Francesi occuparono molte terre lombarde.
Moriva tra questo il Richelieu (1642-43), e poco dopo Luigi XIII, di cui quegli era stato l’anima; e sottentrava Luigi XIV ancor fanciullo, sotto la reggenza di Anna, ch’ebbe per ministro Giulio Mazarino, del quale i Francesi dissero tanto male solo perchè italiano. L’abbiamo purdianzi trovato destro negoziatore a Cherasco, altrettanto buon capitano mostrossi in Valtellina, e sebbene coraggioso ad affrontar le spade in duello e le fucilate in una mischia, preferì la vita ecclesiastica, come più opportuna a salire. Di fatto i grandi politici allora formavansi nella Chiesa, che, oltre svolgere le facoltà dell’uomo, vi aggiungeva la dignità del grado. Presa la sottana, fu sommista del cardinale Barberini con ottocento scudi di provvigione, poi vicelegato ad Avignone, poi nunzio straordinario in Francia. Tornato a Roma, gli Spagnuoli lo perseguitarono come propenso ai Francesi, onde il Richelieu, che aveva imparato a stimarlo come nemico, lo invitò in Francia; e Luigi XIII lo naturalizzò e lo propose cardinale; allora andò ambasciadore straordinario al duca di Savoja e plenipotente ad Amburgo: e il Richelieu, che gli aveva specialmente commessi gli affari d’Italia, morendo lo raccomandò come capace di compiere l’opera sua. In fatto egli riuscì a conchiudere la pace di Westfalia (1648), dopo trent’anni di guerre religiose, e dopo che da quattro anni vi disputavano cencinquanta ambasciadori: dove fu rimpastata la carta d’Europa, e alle momentanee alleanze e alla forza sostituito un diritto universale delle genti, arbitrario in parte, ma con garanzie tratte dai fondamenti dell’ordine sociale.
Il Mazarino, conquistato il cuore della Reggente per dominarne lo spirito, seguitò perseverantemente il proposito del Richelieu d’indebolire gli Austriaci fuori, dentro abbattere i signorotti onde assodare la monarchia; opera più difficile a lui perchè straniero, senza radice nè appoggio, e con un re pupillo. Trionfò della elegante ribellione di Parigi denominata la Fronda, e questa si vendicò del suo vincitore disonestandone la memoria con un sobisso d’epigrammi, consegnati nelle Mazarinade: fatto è che, senza velleità d’innovare il sistema del Richelieu, menollo a fine; conchiuse le due grandi paci di Westfalia e de’ Pirenei; trovò mezza Francia ribellata, eppure senza far morire un sol uomo rese vincitrice la monarchia; seppe ritenerla dagli eccessi, e portare quel regno al colmo del suo ingrandimento intellettuale e territoriale. Simulatore e dissimulatore, più avido della potenza che della gloria, non operando a inclinazione ma a calcoli, non falsando il giudizio per vanità, sagrificando l’amor proprio all’ambizione, entrando negli interessi e nelle viste di quei che voleva persuadere, più che rispetto per sè, cercando infondere disprezzo per gli avversarj, ricorrendo a spedienti spesso vulgari, alla doppiezza ancor più che alla riflessione, non iscrupoleggiando su promessa o moralità, non badando ad affetti o ad ingiurie, nè rincrescendosi di cedere, purchè potesse poi ripigliare e raggiungere il suo scopo. Netto e diritto giudizio in mezzo ai passionati, mente provvida e feconda, benchè neppure nei grandi divisamenti mostrasse ampia veduta, più attivo che creatore, e riponendo l’arte del governare nel negoziare; volontà flessibile non debole, adottò per impresa Il tempo e me: mentre Richelieu immolò inesorabilmente i suoi nemici, egli non offese mai alcuno per conto proprio, gli ostacoli rimoveva anzichè spezzarli, e professava che il mondo bisogna comprarlo. Cercò la propria grandezza; sì, ma questa era grandezza del Governo, e il Governo era necessario. Tutto dovendo al re, al re era devotissimo; ma il non essere francese fu il suo scoglio, la causa della sua impopolarità, pochi amici avendo fin tra’ suoi stessi creati. Eppure la condotta di lui, se non fu la più onesta, fu la più utile alla Francia, la quale non può non contarlo fra i suoi Quando a cinquantanove anni morì (1661), lasciava più di cento milioni, di cui seicentomila lire al papa per la guerra col Turco; quattrocencinquantamila alla duchessa di Modena, figlia della Martinozzi sua sorella; a questa diciottomila di rendita perchè continuasse e crescesse le sue carità; alla nipote Olimpia Mancini, che fu madre del principe Eugenio, trecentomila, oltre ducencinquantamila per la sopravvivenza d’intendente alla Casa della regina; alla Corona diciotto grossi diamanti e tappezzerie su disegni di Rafaello; a Parigi il collegio Mazarino con due milioni e colla biblioteca; e una parte del suo palazzo divenne la biblioteca nazionale.