Fu il colpo di grazia a questo povero paese, ove non si trovò più rimedio allo spopolamento, all’abbandono delle campagne, alla trascuranza delle arti, alla prostrazione degli spiriti sotto d’una sventura così estesa e irreparabile, e nel dubbio d’una altrettanto immensa perversità.
Perciocchè gli uomini, che, non potendo querelarsi di Dio, hanno bisogno di svelenirsi contro qualche uomo e mascherare di livore lo scoraggiamento, cominciarono a credere che il morbo fosse propagato con unti micidiali, fabbricati per malizia politica mista a diabolici concerti, e pagati da gran signori, fossero i Francesi, o il duca di Savoja per meglio ingrandire, o il governatore Cordova per vendetta degli sgarbi usatigli dai Milanesi, o qualche ambizioso che nella ruina universale sperava elevarsi. La credenza prese una spaventevole estensione; e l’autorità, forviata dal giudizio popolare, processò alcuni e li mandò ad orribili supplizj, colla legale iniquità dando ragione al furor popolare; ed eresse una colonna infame, che doveva ai posteri ricordare non la loro scelleraggine, ma la barbarie dei giudizj o la debolezza de’ giudici, che immolavano fino la legalità al pregiudizio plebeo ed alla paura[107].
Sì orribili miserie non commoveano l’atroce inettitudine o la caparbia ambizione dei padroni d’Italia, nè la guerra nel Monferrato cessò finchè la peste non ebbe decimato e rubatori e derubati, e reso vuoto ed incolto il paese che i forestieri si disputavano.
Il veder tanti maneggi riuscire alla perdita de’ preziosi suoi possessi e allo strazio dello Stato, amareggiò Carlo Emanuele, che morì a Savigliano (1630), lasciando di sè fama variissima; lodato da quelli che pregiano l’ambizione d’ingrandire e il proposito di sbrattare dai forestieri e d’unificare l’Italia, quand’anche i mezzi siano conducenti a sbranarla ed a sottometterla ai forestieri. Vittorio Amedeo succedutogli con pensieri più moderati e leali, era cognato del re de’ Francesi, eppure da principio dovette combatterlo non senza abilità. I Francesi, guidati dal maresciallo Thoiras, non riuscivano a liberar Casale, nè gli Spagnuoli a prenderlo; intanto d’ogni parte si combatteva e guastava alla peggio.
Giulio Mazarino, nato a Piscina negli Abruzzi, venne per gli studj a Roma, dove suo padre[108] avea servizio in qualità di gentiluomo coppiere nella casa Colonna. Girolamo di questa famiglia, che poi fu cardinale, piacquesi dell’ingegno svegliato del giovinetto, e menollo seco in Ispagna a studiare nell’Università di Alcala, donde ritornò per assistere suo padre accusato d’omicidio. Quando poi il connestabile Colonna levava milizie pel papa, il Mazarino ottenne una compagnia di fanti. Da Torquato Conti, generale delle genti della Chiesa in Valtellina, fu adoprato per trattare coi generali spagnuolo e francese, e su quegli affari stese una relazione, che al papa ne rivelò la capacità. Reduce a Roma, cercò entrare a servizio del cardinale nipote; ma poco profittando alla Corte, attese a studj legali. Quando Gianfrancesco Sacchetti, commissario generale delle armi pontifizie in Valtellina, fu destinato alla guerra di Mantova, Urbano VIII volle espressamente prendesse a lato il Mazarino, di cui subito apparve la destrezza politica nel trattare con Francesi e Spagnuoli, sicchè anche dopo dato lo scambio al Sacchetti, fu lasciato colà, dove impegnatosi di rimettere la pace, correva dagli uni agli altri per ridurvi gli animi, e potè introdurre una tregua, per cui Casale fu data agli Spagnuoli, la cittadella ai Francesi.
Vi tenne dietro la pace di Ratisbona, compiuta dal trattato di Cherasco (1630-31), sotto la mediazione di Urbano VIII, stipulandosi che Francesi e Imperiali uscissero d’Italia, l’imperatore desse al Nevers l’investitura del Mantovano e del Monferrato, tenendo però guarnigione in Mantova e Canneto; il Nevers cederebbe alla Savoja Trino, Alba ed altre terre del Monferrato, che fruttassero diciottomila scudi l’anno; Luzzara e Reggiuolo al duca di Guastalla; la Francia serberebbe Pinerolo, Bricherasco, Susa, Avigliana, solo fintantochè il Mantovano e il Monferrato non fossero assicurati al duca di Nevers. A questo fu restituito il funesto Casale; e quando ritornò in Mantova, i principi gli rifornirono la casa depredata, il granduca mobili e paramenti, il duca di Parma gli argenti da tavola, quel di Modena cento paja di bovi con altrettanti agricoltori. Tutte le parti esclamarono contro questa pace: gli Spagnuoli ne vedeano scassinata la loro reputazione in Italia; i Francesi stizzivano d’abbandonare ancora quelle porte della penisola; il duca di Mantova, sì solennemente protetto dalla Francia, trovavasi smebrata la miglior parte del retaggio; laonde già stavasi per tornare alle mani, quando il Mazarino, galoppando di mezzo alle truppe in marcia, e gridando pace di qua, pace di là, riuscì a rattoppare.
Vittorio Amedeo, per quanto di pessima voglia, dovette cedere ai Francesi Pinerolo e la val di Perosa, affinchè il Richelieu non gli contendesse la ottenuta parte del Monferrato. Ma le gelosie fra il Richelieu[109] e il conte duca Olivares, quello padrone di Luigi XIII, questo di Filippo IV, intesi a nuocersi in ogni parte d’Europa, e ingrandire i loro padroni, non tardarono a suscitare ostilità nuove tra Austria e Francia.
All’una o all’altra si attaccavano i principi d’Italia, indipendenti di nome, servili di fatto. «Il duca di Parma (dice un contemporaneo), quel di Modena, Genovesi, Lucchesi sono deboli. Il granduca, votati gli erarj nelle guerre passate della Germania, non molto applicato agl’incomodi della guerra, con pochi e non sperimentati consiglieri attorno, è mal atto a opporsi; obbligato massimamente anch’egli ad ajutare, almeno in apparenza, gl’interessi degli Spagnuoli. I Veneziani, separati dalla Sede apostolica, che possono fare, se non gridare ad alta voce, State attenti, ma senza frutto? Il papa ha gli Stati circondati dagli Spagnuoli; solo non può; con chi farà lega, senza timore di essere abbandonato nel colmo del pericolo, in aperta diffidenza coi Veneziani e col granduca? Sicchè i principi d’Italia poca resistenza possono fare. Potrebbero chiedere ajuto al re di Francia; ma essi fanno come chi elegge morir piuttosto di veleno che di ferro, per allungare poche ore la vita; temono più la spada francese che la lima spagnuola»[110].
Il Richelieu, deliberato a rialzare la fortuna francese in Italia, e temendo che Savoja negoziasse cogli Spagnuoli affine di recuperare Pinerolo, gli intimò o lega o guerra. Vittorio dovette dunque a Rivoli stringere con Francia un accordo (1655 11 luglio) per conquistare insieme il Milanese, e spartirlo, facendo un rimpasto di tutta l’Italia; a Savoja toccherebbe l’Alessandrino, tutto il Milanese e il lago Maggiore, cedendo Cremona al duca di Mantova, creatura dei Francesi, il quale rinunzierebbe il Monferrato; altri vantaggi a Ottavio Farnese duca di Parma, che scontento dell’indiscreta vicinanza degli Spagnuoli, avea fatto gente e accolto i Francesi a Piacenza. Urbano VIII favoriva l’impresa, pur sempre procurando rappaciare mediante l’opera del Mazarino, allora secretario di monsignor Pancirolo legato a latere, e che instancabilmente spiava ed informava: ma Toscana, non sentendosi esposta, poco se ne pigliava briga; gli altri oscillavano; Venezia tenevasi in uffizio di paciera, non mirando tanto ad incrementi proprj o a libertà dell’Italia, quanto a conservare bilanciate Francia ed Austria.
Nè di schietta fede operava nessuno; e mentre Vittorio collegavasi colla Corte di Parigi, suo fratello Maurizio cardinale rinunziava al protettorato di Francia per divenir protettore dell’Impero; e l’altro fratello Tommaso passava a servizio di Spagna; il che si credette fatto d’intesa, per trovarsi l’adito in tre luoghi. I Francesi, nojati di tante inquietudini avute da Carlo Emanuele, s’erano fitti a voler la Savoja[111]; e perchè, oltre Pinerolo, non mancasse un altro passo verso l’Italia, pensarono alla Valtellina, le cui sorti non erano ancora state definite. Affine dunque che di là non venissero soccorsi tedeschi al Milanese, rinvigorirono la parte francese tra i Grigioni, e mandarono in Valtellina il duca di Rohan, gentiluomo di gran nome e caporione de’ Riformati. Senza darne avviso egli traversa la Rezia, occupa la Valtellina per proteggerne la libertà, e vi esercita maestrevolmente la guerra di montagna. Lombardi si accolgono dal lago di Como, Tirolesi dal Tonale, Tedeschi dal Braulio per ispennare i galli, come diceano, e fra ciò trattando da nemico l’innocente paese; ma il Rohan li sbaraglia, e piantatosi nella valle, vi fa da padrone, obbliga i natii a rimettere all’arbitrio del re le loro differenze coi Grigioni, per quanto sapessero come Francia, e il Rohan specialmente per religione, propendessero ai Grigioni. Eppure questi ultimi non s’adagiarono all’accordo proposto; e il Rohan dalla sponda orientale del lago di Como tentava far una punta nel Milanese per dar mano ai Francesi che di Piemonte v’erano condotti dal maresciallo di Crequì. Costui, uom da caccie più che da guerra, con buon esercito assedia Valenza, ajutato dal Farnese duca di Parma, ma con tanta sfortuna quanta inettitudine; passa il Ticino a Buffalora, guastando il naviglio; accampa nella brughiera, desiderando almeno saccheggiar Milano: ma sì improsperamente si conduce, che va fama siasi lasciato corrompere dall’oro austriaco; — frase antica.