Esso duca teneva già le terre che cogli Spagnuoli avea pattuito; laonde, non restandogli altro a sperarne, porse ascolto a Richelieu, che tra lui, Venezia e Mantova combinò una lega per francheggiare l’indipendenza italiana; il papa presterebbe ottocento cavalli, duemila il Cristianissimo, mille ducento Venezia, seicento Mantova, e ciascuno il decuplo di fanti; fu sin detto che Carlo Emanuele se la intendesse col famoso generale tedesco Waldstein, per tentare d’accordo una mossa che desse l’ultimo tuffo a Casa d’Austria.

Aveva egli appena conchiuso, che ripigliò dispetto coi Francesi, i quali, fortificando Pinerolo, mostravano intenzione di radicarsi là donde gli avea divelti Emanuele Filiberto; lamentavasi di non avere col loro mezzo potuto ciuffarsi nè il Monferrato nè Genova, e negò il passo agli eserciti loro. Insomma, sentendo che e Spagnuoli e Francesi aveano bisogno di lui, a quegli e a questi perfidiava; prometteva agli uni di vittovagliare Casale, prometteva agli altri di trovare pretesti a non farlo; da Avigliana minacciava abbarrare i passi al Richelieu, dal Po minacciava irrompere nel Milanese: ma quell’interminabile scaccheggiare gli tornò a danno. Perocchè Richelieu, in arnese di cavaliero, e avendo a’ suoi comandi i marescialli di Bassompierre, di Crequi, di Chomberg, varca la Dora, e ad Avigliana lo sconfigge (1630).

La successione di Mantova e del Monferrato implicava dunque tutta Europa, atteso l’incremento o la depressione che ne verrebbe a Casa d’Austria. Correva stagione che ai Cattolici sarebbe importato di tenersi uniti per far fronte ai Protestanti nella guerra che poi fu intitolata dei Trent’anni. La durata di questa portò in Germania una trasformazione della milizia; e poichè la feudalità non apprestava soldati per lunghe imprese, si reclutavano da una nuova specie di capitani di ventura, forniti di denaro dai principi. V’entravano prima valletti (bübe), poi scudieri (knappe), sinchè formavano una lancia (lanzknecht), donde il nome di Lanzicnecchi. Ogni loro devozione era pel capitano, non pell’imperatore che nè li pagava nè li ricompensava; e dello scarso e incerto soldo rifaceansi col rubare ad amici non men che a nemici; spirata la capitolazione, per privilegio imperiale poteano mendicare, spigolando come veterani se alcuna cosa avessero lasciato indietro come soldati.

Ferdinando II imperatore, che di sue vittorie andava unicamente debitore alla Lega Cattolica, della quale era capo il duca di Baviera e braccio il Tilly, avrebbe voluto un esercito proprio, ma gliene mancavano i mezzi; quando glieli offerse Alberto Waldstein, povero gentiluomo boemo, che a Padova aveva studiato astrologia sotto l’Argoli, combattè nell’Ungheria sotto il celebre Basta mantovano, nella Boemia, nel Friuli, nella guerra degli Uscocchi, poi di nuovo in Ungheria sotto il napoletano Girolamo Caraffa di Montenegro, e fatto potente, nelle stelle credette leggersi pronosticata una suprema grandezza. Ed a questa unicamente egli mirava, non a vantaggi dell’imperatore e della Chiesa: gli studj occulti davangli del misterioso; e raccolto a proprie spese un grosso di Lanzicnecchi d’ogni nazione e d’ogni culto, che teneasi affezionati col saccheggio di tutta Germania, ed innalzato duca di Friedland, divenne arbitro dell’Impero. Molti Italiani militavano sotto di esso, Torquato Conti, Belgiojoso, Savelli, Collalto, Aldobrandini, Ernesto e Raimondo Montecuccoli, Piccolomini, Strozzi, Diodati, Serbelloni, Colloredo, Galasso, Isolani, che poi si arricchirono coi dominj strappati ai ribelli di Boemia: da artisti italiani, e specialmente da Giovan Pieroni architetto e da Baccio del Bianco pittore, fece erigere e ornare i suoi palazzi: e speciale stima avea de’ soldati e degli ufficiali napoletani che seco militarono, quali Orsini, Caraffa, d’Avalos, Caracciolo, Brancani, Toraldo, Tuttovilla, Liguori.

A lui i Protestanti opposero Gustavo Adolfo re di Svezia, che rialzata la costoro fortuna in Germania, bravava di voler scendere sull’Italia, Attila novello[102]. Versava dunque in grave pericolo il cattolicismo; eppure la politica prevaleva al sentimento religioso, preparavasi guerra al papa, e Francia ed Austria osteggiavansi mortalmente per un paese che nè dell’una era nè dell’altra. Il conte duca Olivares grida che nell’affare di Mantova va della dignità della corona ispanica: Ferdinando II rimugina i diritti storici su Roma, vuole rivedere l’acquisto di Urbino, e — Sono cent’anni che Roma fu saccheggiata, ed oggi si troverà più ricca d’allora»; a Vienna ripetevasi: — Mostreremo agli Italiani che c’è ancora un imperatore; andiamo ad aggiustare le partite con essi».

I fatti secondavano le parole; poichè Carlo di Savoja sperando incremento, salutava col titolo d’altezza il Waldstein, al quale Ferdinando promise la marca di Treviso e il titolo di duca di Verona se traboccasse sopra l’innocente Italia que’ suoi Lanzichnecchi, che da tre anni sossopravano la non meno innocente Germania. Da questa feccia di venturieri, viventi solo di ruba, senza patria nè onor di bandiera nè altro sentimento fuorchè l’avidità, esacerbati nell’atroce latrocinio dal gusto di far male ai Cattolici, essi in gran parte luterani, si schiumarono i più valenti, cioè i più ladri e spietati; e accolti a Lindau sul lago di Costanza, mentre credeasi l’imperatore li voltasse contro la Francia, li diresse invece pei Grigioni verso l’Italia. Erano trentaseimila, sotto Mérode, Collalto, Corrado, Furstenberg, Altringer, Galasso, Baldironi ed altri capitani, i cui nomi ripetevano le madri per isgomento dei figliuolini. Mentre in Francia si declamava e prometteasi salvare l’Italia, i Lanzicnecchi per la Valtellina, già immiserita dalle guerre di religione, scesero in Lombardia, lasciando dappertutto il guasto e l’inverecondia, domandando con superbia, esigendo con atrocità, raccogliendo le maledizioni di amici e di nemici. Il papa, temendo non rinnovassero le scene del Borbone, piantò di fretta fra Modena e Bologna quel che da lui fu detto Fort’Urbano, e affollò truppe a difesa. Il duca di Mantova rifuggì a Crispino, non avendo tampoco da vivere se Venezia non l’avesse sussidiato: i Lanzicnecchi assediarono la sua città, e sebbene certi che, consunta di cibo, solo pochi giorni potea tenere, vollero averla d’assalto (18 luglio) per saccheggiarla. Ciò che di peggio si legge o s’immagina, fu allora fatto per tre giorni dai Tedeschi a Mantova; le ricchezze che in tre secoli v’aveano adunate i Gonzaga, tali da destare invidia ai maggiori monarchi, andarono preda ai brutali; le donne tedesche ai loro cenci sostituivano le migliori vesti che trovassero e pompeggiavano insultando tra il sangue e i pianti; si mangiarono perfino carni umane arrosolate. A diciotto milioni di scudi si stimò il danno, oltre pellegrini capidarte, oltre quel che non ha prezzo, le violenze e le profanazioni[103]. Il pio Ferdinando d’Austria si rammaricò immensamente di quello strazio; più ancora la piissima sua moglie Leonora Gonzaga; ma intanto al popolo, già spoglio di tutto, l’inesorabile Altringer impose la contribuzione di centomila doppie, e a chi tardasse, bastonate.

Nè bastava, giacchè que’ sozzi nella lentissima loro marcia lasciarono la peste. Era fresca ancora in Lombardia la memoria di quella del 1576, denotata da san Carlo che ne fu l’eroe a Milano. Una grave carestia, prodotta da insolita quantità di nevi, aveva disposto allora i corpi all’infezione, che venuta di Germania per Bellinzona ed Oleggio, invase Milano e il resto della Lombardia e del Veneto. Venezia spaventossi di dover confessare la pestilenza, che ad un tratto ne svierebbe il commercio e i forestieri; e i professori di Padova, nominatamente i famosi Mercuriale e Capodivacca, sostennero non poter essere contagioso il morbo che serpeggiava, attesochè molto più rapida ne sarebbe stata la diffusione, nè sarebbesi arrestato nelle povere e malsane abitazioni; e in prova esibivano di porsi essi medesimi alla cura: in conseguenza doversi tôrre via le precauzioni che sgomentavano, come le barche imbiancate di calcina che trasportavano i cadaveri e le robe infette. Peggiorata la condizione, tardi si presero saviissimi provvedimenti: per ogni sestiere tre persone illustri soprantendessero alla salute pubblica; una donna patrizia, una cittadina, una popolana per ognuna delle settantadue parrocchie provvedessero al bisogno degl’infermi; pene severissime e fin di morte a chi trasportasse roba da casa a casa; dalle finestre i fornaj ricevessero il pane da cuocere e rendessero il cotto; non più scuole, non cenciajuoli, non accattoni, non frati e monache mendicanti, non gittare immondezze; purgati la notte gli smaltitoj e le fogne, nessuna chiesa si ornasse che colle tappezzerie consuete; non si ricevesse alcuno a bere o mangiare nelle taverne; oltre le provvidenze per le case infette e sospette. E subito che ad uno comparissero i funesti segni, di qualsifosse condizione, era tradotto all’isola Santa Maria di Nazaret, ove per consiglio di Bernardino da Siena erasi, il secolo precedente, eretto uno spedale per gli appestati e la quarantena. Cresciutone il numero, si ponevano entro vecchie galee, e la carità de’ preti, la solerzia de’ medici e degl’infermieri, l’abbondanza di acqua, di farmaci, di viveri, di panni, la sollecitudine de’ vigilanti sopra la salute, la diligenza delle sepolture e degli spurghi, costarono immense somme, eppure non diminuirono il male, che trasse con sè i consueti disordini; e dall’agosto 1575 al marzo 77 perirono da cinquantamila vite. La magnifica chiesa palladiana del Redentore fu poi eretta per voto della liberazione.

A Milano, penetrata l’agosto, durò tutto dicembre, uccidendo più di diciassettemila persone, assistite da san Carlo, il quale diceva poi: — Non è stata la prudenza nostra, che al principio della pestilenza rimase così stupida e confusa: non la scienza de’ medici, che non è arrivata pure ad intendere le radici di questo male, tanto meno a trovarvi sufficienti rimedj; non la diligenza intorno agl’infermi, rimasti miserabilmente abbandonati; ma la gran misericordia di Dio, che ha ferito e sanato, flagellato e consolato». Per voto fu alzata la rotonda di San Sebastiano; e dappertutto in quell’occasione si pubblicarono libri, si fecero editti e provvisioni pel caso che il flagello si rinnovasse: ma poco valsero quando, solo mezzo secolo trascorso, si riprodusse.

Perocchè sul passaggio di que’ luridi Lanzicnecchi per la Valtellina, il lago di Como, la Brianza, la Geradadda, cominciarono a scoprirsi cadaveri, coperti di sozzi buboni; il popolo era già sbigottito da una cometa comparsa poco prima, e che diceasi nunzia di guerra e di peste; i medici mostrarono il pericolo instante; le città chiesero ripari; ma i governatori erano stretti da doveri ben più imperiosi, la guerra[104]: quel di Milano rispose non saper che farvi, atteso che il passo di quell’esercito «era necessario al servizio ed interesse di sua maestà cesarea, e più presto s’arrischiasse il pericolo temuto, che si perdesse la reputazione dell’imperatore»[105]; e l’Arconati presidente del senato «non sapea darsi a credere che fosse per venirne tanto male».

Così il morbo lasciossi propagare in Lombardia ed entrare in Milano, ove ben presto fin cinquemila al giorno perivano. Per tradizione popolare e per componimenti letterarj è viva in tutti la memoria di quel disastro, nel quale basterà qui dire come, nulla giovando gl’inesauribili soccorsi della carità cristiana, i due milioni e più spesi dal Comune, e un milione ducentomila dal cardinale Federico Borromeo, essa città perdette da centomila abitanti, e in proporzione la campagna e le città di provincia. Nè quivi solo, ma per tutta Italia infierì il morbo; in Torino di undicimila abitanti ottomila perirono; diecimila a Como, settantacinquemila a Genova, ottantamila in Venezia e seicentomila ne’ dominj di terraferma: si estese poi al resto d’Italia, ove pare mancasse un terzo della popolazione[106], e molte terre rimasero disabitate, sì che più non si ricuperarono.