La questione, che pareva semplice, implicava anche allora l’eterna disputa sulla preponderanza straniera in Italia. Il papa ripeteva pace, pace; i Veneziani e il granduca sorreggevano Ferdinando Gonzaga, adombrando degl’incrementi di Spagna; altrettanto faceva il re di Francia, che, mentre dissuadeva Savoja da un’impresa che metteva a repentaglio la pubblica quiete, spediva a sostenere i Gonzaghi un loro parente. Perocchè Luigi, terzogenito di Federico II, nel 1565 sposando Enrichetta di Clèves erede del ducato di Nevers, era divenuto stipite dei Gonzaga di Nevers e Réthel; coi talenti e col valore acquistò nome; e sebbene Sully lo celii perchè «facea la campagna d’inverno entro una buona carrozza col manicotto per riparare le mani dal freddo», prese viva parte nelle guerre di religione, e lasciò memorie importanti su quel tempo. Carlo, costui figlio, spedito a soccorrere il parente, si gettò in Casale.

Il granduca invia truppe, denaro ai Veneziani; l’imperatore Mattia ordina al Savojardo che desista dalla usurpazione, se no lo metterà al bando; Spagna fa dal governatore di Milano assalire il Piemonte, e sbarcare truppe condotte dallo stesso figlio di lui Filiberto ammiraglio. Ma nè esortazioni nè minaccie svoltano Carlo Emanuele, che sparpaglia manifesti e messi, blandisce o strapazza gli ambasciadori: «risoluto (scrive uno storico) d’ardere l’Italia purchè restassero le reliquie e le ceneri al suo profitto; gonfio d’ambizione e caldo di sdegno, se vedeva l’armi spagnuole a fronte, minacciava di tirarsi l’armi francesi nel seno; se il pontefice l’ammoniva alla quiete, protestava d’inondare la provincia d’eretici; se i Veneziani soccorrevano Ferdinando, bravava di commovere i Turchi e di spingere nell’Adriatico corsari stranieri». Intanto egli muove mezzo mondo; gli uni lusinga col gran nome d’Italia, altri inizza colle gelosie e coll’avidità; cede quando si trova alle strette, ma subito ripiglia le pretensioni, proclama insaziabile l’avidità degli Spagnuoli, mentre questi lui denunziano ambizioso, e intollerabile sovvertitore dell’italica quiete; anzichè sottomettersi ad atto che implichi umiliazione, egli si rassegna a veder guasti i territorj e i sudditi dalle armi e dall’epidemia.

Allora si fissarono gli occhi in esso come nella speranza nazionale; «tutta Italia (scrive il vendereccio Siri) prorompeva colla penna e colla lingua in encomj e panegirici al nome di Carlo, e in affetti di giubilo e in applausi d’aver ravvivato nella sua persona l’antico valore latino; augurandogli la corona del divenire un giorno il redentore della franchezza d’Italia e il restauratore della sua grandezza»[96]; il poeta Marini confortava Venezia a non far pace colla Spagna, ma tenersi unita a quel duca per francare l’Italia dal giogo straniero; il Chiabrera lo celebrava dell’aver «chiuse a nemico piè l’Alpi nevose»; Fulvio Testi faceva che l’Italia, dopo descritti i proprj guaj, si confortasse che egli farebbe degli strazj di lei giusta vendetta, e lo sollecitava a rompere gl’indugi, e compire la grand’opera; al che taluno, in nome di Carlo, rispondeva, s’assicurasse, che la sua politica e il suo ferro sarebbero sempre rivolti a conforto d’Italia[97]. Il Tassoni scriveva le Filippiche contro la Spagna, flagellando la nobiltà italiana «infettata da empj e servili pensieri», e tale che «se anche il Turco venisse in Italia, li troverebbe in gran parte suoi seguaci, più avidi d’assoggettarsi che non gli stranieri di riceverli in soggezione», giacchè «la servitù straniera tutti biasimano, ma tutti adorano, chi per ambizione, chi per avarizia, chi per timore»; e gli esortava ad unirsi a Carlo Emanuele e scuotere il giogo, come aveano fatto i nobili del Belgio e della Germania[98]. Nessuno fu ascoltato; nè la nazione nè gli altri principi operarono all’indipendenza.

Osteggiavansi allora gl’Imperiali e i Veneziani a cagione degli Uscocchi; e i due rami austriaci di Spagna e di Germania parendo accordarsi a sottomettere affatto l’Italia, spingeano le galee del duca d’Ossuna e gli Uscocchi a infestare le marine di Nizza non meno che le adriache. Premeva dunque a Venezia che Mantova non cadesse agli Austriaci, i quali così la circonderebbero; laonde l’abate Scaglia, astuto ministro dell’astuto Carlo Emanuele, potè ottenere da essa, non manifesti soccorsi, ma sussidj; Francia stessa alfine si chiarì pel Savojardo; e le spade famose del maresciallo Lesdiguières e di Carlo compromettevano l’onor militare della Spagna. Pure, col trattato di Pavia, mediato dal Cristianissimo, a Ferdinando furono assicurate Mantova e il Monferrato; Carlo Emanuele, non che acquistasse nulla, a fatica ricuperò la toltagli Vercelli; bensì crebbe in bellica riputazione come quegli che con poche forze avea fronteggiato gli Austriaci; tanto che i Boemi, ribellati a questi, pensarono chiamarlo al loro trono.

Ma le successioni vacanti doveano essere per un secolo la desolazione dell’Italia. A Ferdinando di Mantova, che avea sposato Caterina sorella del granduca, succede Vincenzo II suo fratello (1620-27), cardinale anch’esso, e che anch’esso, pochi mesi dopo, muore senza figli: ultimo del ramo primogenito di una stirpe che allor allora aveva dato una sposa a Ferdinando II, una a Ferdinando III imperatori, una al re di Polonia. I vizj degli ultimi Gonzaghi gli aveano disonorati[99]; pure Mantova nella sua indipendenza avea goduto d’una prosperità, di cui più non si dimenticò[100], massime atteso i mali che allora le piombarono a ridosso. Perocchè subito sorsero pretendenti al Monferrato Maria nipote di Vincenzo, la costui sorella Margherita duchessa vedova di Lorena e Carlo Emanuele; al Mantovano, Ferrante Gonzaga principe di Guastalla, e più Carlo di Nevers, che nuovi titoli si procaccia collo sposare Maria, unica che dicemmo superstite del ramo estinto.

Tutti si allestiscono di congiure, di protezioni, di denaro. Il conte duca Olivares, arbitro della politica spagnuola, propendeva a riconoscere il legittimo erede di Mantova; quando il Cordova, che provvisoriamente governava il Milanese e, come fanno questi soldati, desiderava rimanervi col mostrarsi necessario, fece visto alla Corte di Madrid quanto nocerebbe l’assettarvisi in due posizioni militari capitalissime un principe vassallo di Francia, che questa avrebbe introdotto di nuovo in Italia dopo mezzo secolo d’esclusione; e n’avesse ordini o no, tentò sorprendere Mantova, ma invano.

Più di tutti s’infervora Carlo Emanuele, che ricampa le pretensioni sue, e mentre testè cospirava contro Spagna per carpire il Genovesato e spartirlo coi Francesi, adesso s’accorda di spartire il Monferrato cogli Spagnuoli. L’imperatore, desideroso di fare uno smacco alla Francia, trae in campo la sua alta sovranità, e pretende che il Nevers rimetta in lui i suoi titoli. Il papa, sebbene chiamasse Carlo «difensore della libertà italiana» e l’esortasse a fare da sé[101], doveva tenere carezzato l’imperatore, in grazia delle guerre religiose che allora imperversavano in Germania; i Veneziani, che aveano appena racconcio l’affare degli Uscocchi, non osavano contrariarlo: ma il Nevers si risolve alla difesa, e munisce validamente Mantova e Casale; e impegnando il suo patrimonio, compra dodicimila fanti, mille cinquecento cavalli di Francia.

L’importanza di Savoja fu posta in evidenza dalla gara con cui Francia, Venezia, Spagna ne sollecitavano l’alleanza. Prevalsero gli Spagnuoli; e il duca, ritortosi contro l’esercito che di Francia calava (1629), al colle dell’Agnello lo sconfigge e disperde. Il Cordova, proclamando il bene dei popoli, il desiderio di liberarli dalla tirannia, e baje siffatte sempre ripetute, sempre mentite e pur sempre credute, con ottomila fanti e duemila cinquecento cavalli entra nel Monferrato e assedia Casale. I Monferrini, benvolti ai prischi padroni e addestrati alle battaglie ne’ tumulti precedenti, resistono intrepidi; i casalaschi sostengono l’assedio, in modo che il Cordova è obbligato impegnar quivi tutto il suo esercito, lasciando che Carlo Emanuele occupi non solo Trino e gli altri paesi a lui predestinati, ma anche taluni devoluti alla Spagna, e dissimulare per paura che colui non voltasse casacca. Di fatto il duca ascoltava proposizioni di qua e di là, e forse mandava vittovaglie ai Casalaschi, mal gradendo che quella fortezza venisse in mano degli Spagnuoli: «sicchè le campagne di Casale, destinate da don Gonzalo per Campidoglio de’ suoi trionfi, servirono di tomba per sepellirvi la sua reputazione e quella delle armi spagnuole».

Quando di Spagna gli fu mandato lo scambio, il popolo milanese lo congedò a torsi di cavoli; e la guerra, e incidentemente il governo della Lombardia, furono affidati ad Ambrogio Spinola (n. 1569). Quest’illustre genovese, invogliato delle imprese che udiva compiersi da Italiani in Fiandra, era ito a combattervi; e fatto generale di Spagna, col credito e coi denari proprj raccolse molti venturieri anche italiani; dopo mirabile assedio ch’era costato centomila vite, prese Ostenda e la fortissima Breda; insegnò a sostituire galee alle navi da vela, colle quali meditava anche uno sbarco in Inghilterra; e parve degno di stare a fronte al maggior generale d’allora, Maurizio di Nassau: se non che questi difendeva la libertà, egli la osteggiava. Ma tanta gloria venne a logorarsi sotto Casale: e benchè vi portasse due milioni in denaro e poteri amplissimi sin di pace e guerra, sì bene lo trovò difeso dal marchese di Thoiras, che addolorato da questo primo sinistro delle sue armi, morì.

Luigi XIII aveva prodigato promesse al Nevers; e dacchè ebbe faticosamente preso la Roccella, ultima fortezza che rimanesse a’ Protestanti, scese in persona pel Monginevra onde allargar Casale, mentre Nevers e i Veneziani irrompevano nel Milanese; e Carlo Emanuele, sconfitto a Susa, dovette di nuovo lasciare ai Francesi questa chiave d’Italia.