Così l’arguto Trajano Boccalini, il quale altrove scrive: — Se l’Italia volesse considerare diligentemente quale sia quella pace di ch’ella forse si vanta, conoscerebbe ch’ella deve altrettanto dolersi di questo ozioso veleno che la consuma, quanto nella sovversione e nella fiamma aperta delle guerre altrui va commiserando i danni degli amici». Egli medesimo introduce Francia a dire alla Spagna: — Con quella libertà che è propria della mia natura, voglio dirvi che l’impresa di soggiogare tutta Italia non è negozio così piano, come veggo che voi vi siete dato a credere. Poichè, quand’io ebbi li medesimi capricci, con mie rovine grandissime mi sono chiarita, che gl’Italiani sono una razza d’uomini, che sempre stanno con l’occhio aperto per escirvi di mano, e che mai si domesticano sotto la servitù di stranieri. E sebbene come astutissimi facilmente si trasformino ne’ costumi denominanti, nell’intimo del cuor loro servano vivissimo l’odio antico. E gran mercadanti della loro servitù, la trafficano con tanti artifizj, che, con essersi posti in dosso un paro di brachesse alla sivigliana, forzano voi a credere siano divenuti buoni Spagnuoli, e noi con un gran collaro di Cambrai, perfetti Francesi; ma quando altri vogliono venir al ristretto del negozio, mostrano più denti che non n’hanno cinquanta mazzi di seghe»[94].
Tutti gl’interessi e le passioni vennero a complicarsi in due imprese che lungamente esercitarono diplomatici e guerrieri; la sollevazione della Valtellina e la successione del Monferrato.
Narrammo (Cap. CXLVIII) come la riforma religiosa fosse penetrata nella Valtellina, e quali le conseguenze. Essa valle, cogli annessi contadi di Bormio e di Chiavenna, avea formato parte del ducato di Milano, fin quando i duchi furono costretti cederli ai Grigioni. Di tal perdita non sapeano darsi pace gli Austriaci, poichè, la valle allungandosi da settentrione a mezzodì fra la Lombardia e il Tirolo, e fiancheggiandola i Grigioni a destra e il Veneto a sinistra, opportunissima l’avrebbero avuta a tragittar le truppe dalla Germania in Italia e viceversa, mentre torrebbe alle francesi di passare nel Veneto. Per questi tragitti di truppe Venezia, Spagna, Francia, Savoja aveano rimescolato incessantemente il paese stesso de’ Grigioni, intrigando e comprando le famiglie dei Pianta e dei Salis, corifee di due contrarj partiti.
I Grigioni aveano stipulata col Milanese una convenzione di buon vicinato e libero il transito delle merci dirette a loro, purchè essi non lasciasser l’esercito nemico varcare al ducato di Milano. Ma quando prevalsero i Salis fautori di Francia, trassero ad una lega (1603) con Enrico IV difensiva e offensiva, dove nessuna eccezione faceasi a favor del Milanese. Se ne indignarono gli Spagnuoli; e il governatore conte di Fuentes mandò minacciarli; e vedendosi poco ascoltato, fabbricò un forte appunto ove la Valtellina e la valle di Chiavenna sboccano al lago di Como; sicchè di là poteva co’ suoi cannoni impedire e gli eserciti e le merci della Rezia, singolarmente il grano che questa trae dalla Lombardia. Ai reclami de’ Grigioni egli non badò, tanto meno dacchè tenne per nuova onta la loro lega coi Veneziani. Questa scadeva nel 1615, e i Veneziani mandarono a Coira per rinnovarla: ma gli attraversavano da una parte Francia, volendo da se sola dipendenti i Grigioni; l’Austria dall’altra per umiliare i Veneziani, che allora astiava per la guerra degli Uscocchi. Ma i Protestanti, a cui capo Ercole Salis, caldeggiavano gl’interessi veneti per avversione alla cattolica Spagna, e levato rumore (1618) cacciarono e l’ambasciadore francese e gli austrizzanti, e gridando alla corruzione, alla superstizione, piantarono un feroce tribunale (Strafgericht) che processò, bandì, multò, uccise gli avversarj, come tali contando gli zelanti Cattolici, e fra questi Nicolò Rusca, veneratissimo arciprete di Sondrio nella Valtellina (tom. X, pag. 571).
Questa suddita indoloriva viepiù dal malessere dei padroni; e a tacere la sfacciataggine con cui i magistrati, che aveano compro all’asta le cariche, se ne rifaceano col vendere la giustizia, dai dissensi religiosi erano esacerbati gli animi. Perocchè quei che venivano a governarla dal paese de’ Grigioni, per lo più calvinisti, favorivano ai loro religionarj, de’ Cattolici turbavano le coscienze, il culto collo specioso titolo della libertà; le persecuzioni portavano riazioni; ai supplizj si rispondeva coi coltelli, finchè i Valtellinesi ordirono ed effettuarono un macello universale de’ Protestanti (1620 luglio).
Il duca di Feria governatore di Milano, avutane contezza, lusingava di pronti soccorsi l’insurrezione; scoppiata che fu, esitò ad entrare nella valle, prevedendo sarebbe favilla di vastissimo incendio. Di fatto i Grigioni armarono per ripigliarsi le loro suddite; corsero proclami, accuse, giustificazioni, recriminazioni; la risolutezza degl’insorti inanimì i principi cattolici a sostenerli; l’imperatore armò ai confini tirolesi, Spagna ai milanesi; e si cominciò guerra che molti anni fu prolungata. I Grigioni rioccuparono la valle, ma tutti gli sforzi esterni erano elisi dall’intestino cozzarsi tra Cattolici e Protestanti. I primi avendo avuto la peggio, e trovandosi perseguitati ed espulsi, ricorsero agli Austriaci, i quali invasero il paese Grigione, e restituirono il sopravvento alla parte cattolica, che, col solito abuso delle riazioni, spense la libertà. I natìi poco tardarono a riscuotersi, e insorti cacciarono gli Austriaci che non potevano trucidare. Accorsero questi per vendicarsi; e se fossero riusciti a fissare il piede nella Rezia e congiungerla col Tirolo, «poteva dirsi stretto il laccio al respiro e alla libertà d’Italia» (Nani). E ne fu ad un punto, atteso che la Francia avea dato mano sin alla fazione austriaca, per quanto Venezia le intonasse come guasterebbe i proprj interessi col lasciare la Valtellina alla Spagna, che così avrebbe escluso perpetuamente gli eserciti francesi dall’Italia, e assicuratovi il passaggio a’ suoi. La ragione valse a combinare una lega (1622) fra la signoria veneta, il re di Francia e il duca di Savoja; e si fecero sonare tanto alto que’ paroloni d’indipendenza degli Stati e d’equilibrio scomposto, che fu preso il compenso di consegnare le fortezze della valle ai papalini. Acconcio viemeno risolutivo dacchè morì Gregorio XV, che forse meditava farne un appannaggio pe’ Ludovisi suoi nipoti, e Urbano VIII mostravasi disposto a qualunque accordo coi Grigioni (1623), purchè salva la religione cattolica in Valtellina.
Di ciò mal s’acquetava la Francia, e in Avignone raccolse a congresso i ministri di Venezia, Savoja, Inghilterra, Olanda, Danimarca ed altri, col titolo di reprimere le trascendenze dell’Austria. Il risultato fu che Richelieu, ministro onnipotente di Luigi XIII, affidò un esercito al marchese di Cœuvres, il quale, ricantando liberazione e indipendenza, trasse le leghe Grigie a giurare la pristina alleanza, e occupò la Valtellina, senza che i papalini facessero ostacolo. Accorse il duca di Feria a chiudergli il varco pel Milanese, e costruttori genovesi oppose ai costruttori veneziani, che al Cœuvres aveano preparato una flottiglia sul lago di Como. Alcun tempo continuarono le fazioni, sin quando (1626), nella pace di Monson (pag. 71) tra Spagna e Francia, si convenne la Valtellina tornasse ai Grigioni, ai patti che godeva nel 1617; sola religione permettendovi la cattolica. Spiacque ai Valtellini il rimettersi a una servitù da cui si erano con braccio forte riscossi; spiacque ai signori di Francia l’abbandono della valle che aveano assunta in protezione; spiacque al papa si fosse stipulato senza sua saputa; spiacque ai Grigioni la restrizione imposta; e alla pace seguì un fremer d’armi universale, complicato dal tentativo che dicemmo del duca di Savoja contro Genova, e dalla guerra di Mantova.
Abbiamo veduto (tom. VII, pag. 407) Luigi Gonzaga sottentrare ai Bonaccolsi nella signoria di Mantova col titolo di capitano: Giovan Francesco nel 1433 ottenne il titolo di marchese dall’imperatore Sigismondo, e di vicario perpetuo, il che equivaleva alla sovranità. I successori mantennero la fama di buoni guerrieri, e formato un corpo di valorosi, lo prestavano a chi pagasse (1484). Francesco II stabilì una razza di cavalli, che furono ricercati lungo tempo anche in Inghilterra: combattè col papa, con Francia, con Venezia, della quale comandava già gli eserciti alla battaglia di Fornovo; poi contro di essa nella lega di Cambrai: e caduto prigioniero, smise le armi, e si ritirò a governare in pace il suo paese. Terzo suo genito fu quel don Ferrante Gonzaga che più volte nominammo; il primogenito Federico II succedutogli (1519), ottenne che Carlo V nel 1530 ergesse il paese in ducato, aggiuntavi la signoria di Guastalla[95].
Finita con Giovan Giorgio la stirpe dei Paleologhi (1533), il Monferrato era conteso fra il duca di Savoja, il marchese di Saluzzo, e questo Federico Gonzaga, qual marito di Margherita, nipote dell’ultimo duca. Carlo V, che come di feudo imperiale pretendeva disporne, onde evitare l’incremento della Casa di Savoja, sentenziò a favore de’ Gonzaga (1536), i quali così stettero marchesi del Monferrato per quasi un secolo, fin quando Francesco IV, sposo a Margherita figlia di Carlo Emanuele I di Savoja, non lasciò altro discendente (1612) che Maria fanciulla di tre anni. Il cardinale Ferdinando zio di lei ne prese la tutela, poi anche il titolo di duca di Mantova: ma al Monferrato aspirava Carlo Emanuele con ragioni feudali per se stesso, o come a feudo femminino per sua nipote, con una soprassoma smisurata di dote e di compensi. La realtà si è che quella provincia pingue, padrona del Po, e a due passi da Torino, gli veniva d’estrema convenienza: ma altrettanta fermezza mettevano a contendergliela gli Spagnuoli, conoscendola troppo vicina a Milano, pericolosa in mano di quell’irrequietissimo, per la fortezza di Casale, la più importante d’Italia dopo Palmanova. Per quanto ogni prudente sconsigliasse Carlo Emanuele da un’impresa che capovolgerebbe tutta Italia, e a lui avverserebbe e Francia e Spagna, egli vi si ostinò, tessè molte ritortole, impedì tutti i proposti accomodamenti, e senza compassione per altrui nè timore per sè, minacciava, gridava voler assicurare l’italica libertà, ormai sopra lui solo appoggiata.
Poichè le pratiche colla Spagna non valsero, e il duca di Lerma gl’intimò «Obbedisca», egli, trovandosi truppe veterane, e denaro onde arrolare Svizzeri e Borgognoni, sorprende il Monferrato mentre stava sicuro nella pace e nella protezione di Spagna, occupa Trino, Alba, Moncalvo (1613), con crudeltà e prepotenze da nemico.