Arcos aveva ricevuto dalla Spagna piena potenza di trattare e concedere; il re ordinavagli, Ajustareis todas las causas de manera que esos mis subditos recivan la mayor satisfacion que posible, y sean defendidos y mantenidos en la paz y justicia que les deseo y devo administrar; egli ripeteva amnistie le più ampie: ma poichè conoscevasi odiato da amici e da nemici quale causa di questi mali, fu richiamato (1648 aprile) e datone la patente al conte d’Ognate. Questi con denari e con promesse di perdono e di concessioni divide i rivoltosi, inimica al popolo le cappe nere, e tratto per astuzia il Guisa fuor della città, la occupa; secondato dall’Anese e dagli altri capipopolo, i quali s’accorgevano che la rivolta non facea se non convalidar la nobiltà, e che gli consegnarono la chiave del Torrione del Carmine, ove furono trovate perfin le corrispondenze del Guisa. Allora tutto sonò di viva alla Spagna[90], come dianzi di bestemmie; la quiete tornò, e si rimisero ai mestieri quelli che aveano preferito viver di baccano; il Guisa, fuggendo travestito, fu preso e tradotto in Ispagna; sol dopo qualche anno, per intercessione di principi, fu liberato; e la rivoluzione finì come tutte quelle dove il valore e il furore non son guidati dalla prudenza.
Se Francia voleva diroccare l’emula, quello era il momento di far uno sforzo; ma i soccorsi che il Guisa avea caldamente sollecitati arrivarono quando l’ardore popolano era sbollito. Allora, come sempre, si credette che il primo fremito della sconfitta sarebbe un buon appoggio alla riscossa; e il Mazarino, conoscendo che quello era «l’affare più importante che si potesse concepire»[91], cercò riaccendere il fuoco, ma non risolveva se far repubblica, o mettervi un re temperato e amico di Francia. Tornò gli occhi su Tommaso di Savoja, a un cui figlio avea sposata sua nipote Olimpia Mancini; e gli somministrò bella armata e truppe di sbarco, cui si unì una caterva di fuorusciti, che menavano gli stranieri contro la patria, e agli stranieri promettevano una sollevazione paesana per favorirli: ma nessuno essendosi mosso, respinto dai regj, egli dovette ritirarsi; e Piombino e Portolongone furono recuperati dagli Spagnuoli.
Questi presero allora a incrudelire, quanto più avevano nella paura condisceso; decollarono l’Anese, sebbene si fosse fatto traditore per essi (1653); appiccarono i migliori de’ suoi compagni; tesserono di que’ turpi processi che sogliono disonorare ogni ripristinazione; bandi e confische colpirono chi colla fuga erasi sottratto alla forca; e intere famiglie rimasero schiantate, molti ammazzati compendiosamente; alfine il boja stesso fu appiccato, convinto d’aver ricevuto denaro per far penare di più gli sciagurati. Quello stesso Diomede Caraffa, ch’era stato caporione della causa regia, sotto altri pretesti fu colpito di grave tassa, poi in prigione, indi trasferito in Ispagna, ove morì. I briganti che più non poteano trovar soldo dai signori, costretti a tenersi ne’ boschi, vi morivano d’inedia e di disagio. Il rigore dell’Ognate parve eccessivo fin alla Corte, che gli surrogò il conte di Castrillo.
A quella rivoluzione aveano preso parte molti pittori, o ne furono vittime. Il Falcone, per vendicare un parente uccisogli da un soldato spagnuolo, formò la compagnia della Morte aggregandovi la più parte de’ suoi colleghi e scolari, Coppola, Porpora, Micco, Spadaro, il Po, il Mastuzzo, i due Fracanzano, Cadagora, Vacari padre e figlio. Altri la immortalarono coi dipinti, come Salvator Rosa, Spartaro, Giuliano Finelli scultore di Carrara, Francesco Francanzano[92], il quale poi ne tentò un’altra; ma scoperto, ebbe, per grazia dell’Ognate, invece della forca, il veleno.
Don Giovanni d’Austria nella capitolazione, oltre il pieno indulto delle colpe di maestà, e anche di qualunque delitto ordinario commesso durante la turbolenza, sebbene i rei fossero già in carcere e in galera, e sebbene non avessero la remissione della parte offesa, aboliva tutte le gabelle: stolta esagerazione, la quale gettava sul lastrico migliaja di famiglie che le aveano comprate. Furono dunque ristabilite e ordinate meglio, assegnando la parte che competerebbe alla cassa militare.
Ma anche molti nobili erano fuggiaschi o in bando, altri stavano di pessima voglia, e guatavano verso Francia[93]; e dopo che Enrico di Guisa ebbe ricuperata la libertà (1654), lo sollecitavano a ritentar la ventura. Il Mazarino lasciò che allestisse una spedizione a proprio conto, promettendo assisterlo nel caso riuscisse. Egli, fatto denaro in ogni modo, veleggia di Provenza con sette vascelli grossi, quindici mercantili, sei galee, sei tartane, ma molte ne perde nel tragitto. Sebbene intanto il vicerè Castrillo si fosse atteggiato a difesa, e avesse promesso perdono a chi ben si comporterebbe, il Guisa sbarca a Castellamare (9bre), e se poteva accelerarsi, occupava Napoli; ma sprovvisto di viveri, non secondato come credeva, aborrito dai contadini a cui spalle doveva vivere, egli fu costretto rientrare in Francia con quei che gli rimanevano, dopo aver saccheggiato la piazza. E la Spagna gettò di nuovo su questo scompiglio il suo manto, ricamato a stemmi e foderato di spine.
Alla Spagna n’era venuto profitto per l’abbattimento dell’aristocrazia, fosse nelle stragi fattene dal popolo, fosse poi nel punire; e d’allora cominciò a sminuir la ricchezza delle famiglie e perdersene l’influenza, e molte spagnuole si introdussero nei sedili. La Spagna poteva dire d’essere omai libera nella dominazione napoletana, eppure non la migliorò. Nel 1658 per la nascita d’un erede del trono si chiese un donativo di trecencinquantamila ducati, parola dimentica dal 48 in poi: per trovarli si pose la tassa sul pane, e si cominciò la cantilena d’inventare gabelle, venderle, inventarne di nuove. I banditi ricomparvero, e i falsi monetieri, e i ladri nelle vie della città; i feudatarj, perduta l’autorità del resistere, ricuperarono l’arbitrio del soprusare.
La peste (1656) (giunta quasi perpetua ai mali di questo secolo pomposo e sciagurato) imperversava in Sardegna; pure il vicerè di Napoli per le necessità della guerra ne traeva milizie, e con esse l’infezione. Ben potè egli proibire che contagio si dicesse, e il male infierì in città affollata e sudicia, sicchè migliaja al giorno morivano; campi interi e le cave delle pietre furono colmate di cadaveri; i galeotti turchi obbligati all’uffizio di sepoltori, e quando essi pure mancarono, i cadaveri insepolti nuove morti cagionavano. Si sperò salvezza da suor Orsola Benincasa, morta testè in odore di santa; e non che cassette, ma barili si empirono di monete, offerte per alzare un monastero alle sue monache. Poi il popolo incolpava gli Spagnuoli di spargere veleni e unti, e che perciò morissero più vulgari che ricchi; dappertutto vedeva avvelenatori e polveri; e molti scannò a furore, altri processati, come un Vittorio Angelucci, reo d’altre colpe, ma offerto vittima al pregiudizio. Il morbo diffondeasi nella provincia, passava a Genova, che all’interruzione dei traffici preferì questa terribile eventualità; passava a Roma, ove pure fu creduto manifattura degli Spagnuoli, per punire il papa d’aver ricevuto l’ambasciatore del sollevato Portogallo. Insomma il vulgo attribuiva la peste fisica a quelli che n’erano veramente la peste morale.
CAPITOLO CLIII. Guerra della Valtellina. Successione di Mantova e del Monferrato. Il Mazarino.
Tanto basta a conoscere gli umori de’ governanti di Spagna, e quella amministrazione, di nulla occupantesi meno che del bene de’ popoli; mentre tutta Italia, impotente di sè, trovavasi sbolzonata tra Francia e Spagna, quella rivoluzionaria per interesse, questa conservatrice materiale, «tutta gentilezza, tutta complimenti nelle apparenze, ma a chi ben guardi, tutta superbia, tutta avarizia, tutta crudeltà. Le mani, sproporzionatamente lunghe, distende per tutto ove meglio le torna conto, senza discernere l’amico dal nemico, lo straniero dal parente. Atta a dominare schiavi, incapace di governare uomini liberi, non è mai temibile tanto come allora che, colla corona in mano, tu la vedi trattare vezzi, pieni di pretesti di religione e di santa carità verso il dilettissimo prossimo».