Si proseguirono le conferenze, e il trattato (1647) conchiuso fra il vicerè e il «capo del fedelissimo popolo della fedelissima città» fu letto alla porta del duomo[82], spiegandolo Masaniello punto per punto a quella ciurma, indi fu giurato sul vangelo e sul sangue di san Gennaro. Masaniello v’accompagnò un’arringa, dove alle cose assennate ne mescolò di pazze; encomiò la condiscendenza del vicerè e l’animo pacifico dell’arcivescovo; poi voleva colà stesso levarsi di dosso quella incomoda vestitura per ripigliare le sue braghesse e il cappello da lazzaro. Non che cercasse levarsi in istato, egli vantavasi anzi della povertà: qualche volta, arringando il popolo, calavasi i calzoni per mostrare il dorso scarnato e il ventre vuoto, in segno della sobrietà conservata anche fra quell’abbondanza. Ai cavalieri che venivano per corteggiarlo, intima: — Via di qua, che non voglio altra compagnia che di scalzi com’io sono». Una volta l’araldo, fra gli altri viva in cui si sfogano le plebi sollevate, intonò anche — Viva Masaniello», ed egli inscurito, afferratogli il ciuffo, glielo tagliò colla spada, minacciandolo di peggio se gridasse altro che — Viva il re e il fedelissimo popolo di Napoli». Un plebeo gli si accosta, e — Non ti fidare se prima non hai in mano le chiavi del Castello»; ed egli, preso un mazzo di chiavi, glielo maneggia sulle spalle, dicendo: — To’; queste son le chiavi di Sant’Elmo». Uno mascherato gli susurra all’orecchio: «Parmi che la fortuna t’apparecchi una nobilissima corona»; ma egli: — Che di’ tu? altra corona io non cerco che quella della Madonna; altro non desidero che di sgravare la città dalle gabelle. Sono pover uomo, e serbato che avrò il paese al re, tornerò a pescare».
Hanno bel volerne fare un eroe gli adulatori del vulgo: costui era popolo co’ suoi difetti e le sue qualità; misto bizzarro, non però singolare, di vanità e dabbenaggine, di coraggio e pusillanimità; non elevatosi ad altra idea che di pagar poco, avere il pane buonmercato, e impetrar giustizia e miglioramenti dal re. All’arcivescovo chiedeva: — Eccellenza, sarò arrotato? Eccellenza, un gran peccatore son io, e voglio confessarmi. Per me non dimando covelle: finito quest’affare, torno a vender pesce». Ma eretto dalla plebe, nulla poteva negar alla plebe: permessi alcuni supplizj, prese la passione del sangue e del largire col denaro altrui e del decretar monumenti come un re. Piantava tribunale in piazza, ascoltando le accuse; e per lo più dalla sola fisonomia giudicava; e lì a fianco stava il patibolo, unica pena che infliggesse il disumanato pescivendolo; poi su e giù a rompicollo per Napoli, urtando del cavallo e ferendo, or accipigliato e minaccevole, or gettando zecchini a manciate, e affogava nel vino il poco cervello che gli era rimasto. Vedendolo operare da demente, fu detto che il vicerè l’avesse con tossici dissennato[83]. Se ne stomacano i savj; gliene vuol più bene la plebaglia: ma il fatale Genovino gli tiene addosso gli occhi, e nel convento del Carmine ov’era andato a confessarsi, i sicarj del Governo riescono a trucidarlo. Il popolo, che jeri l’aveva idolatrato, oggi lo strascina a vitupero; ma al domani, vedendo i fornaj tornar il pane a ventiquattr’once, gliene rinasce l’amore, e piange e schiamazza, e gli fa esequie che re mai non ebbe, cioè il pianto di ottantamila cittadini; gli onori dell’armi gli sono renduti da quegli stessi che l’aveano ammazzato, e quarantamila soldati, coi tamburi scordati e l’armi a rovescio, trascinando nel fango le bandiere, ne accompagnarono fra campane e cannoni la bara, dov’era portato sotto un panno ricamato a corone e palme, colla spada e il bastone di generale; quattromila preti e frati celebrarono per l’anima di lui; poi si attestò che il capo riattaccato al busto mosse gli occhi e parlò; che la sua mano strinse un rosario e diede la benedizione: in una settimana pescivendolo, tribuno, re, strapazzato, santificato.
Quell’assassinio non chetò la rivolta, che anzi in tutte le provincie la plebe si ribella ai baroni; in Cassano contro il principe dell’Ajerto; a Salerno, ad Avellino contro i Sanseverino; a Serracapriola, a Procida, ad Ischia contro i Del Vasto; a Celano contro i Piccolomini; a Carniola contro il principe di Stigliano; a Nardò contro un Conversano della casa Acquaviva, detto il Guercio di Puglia, che riuscito superiore, gli autori della sommossa mandò tutti al supplizio senza rispetto a grado o dignità; un vecchio di settant’anni fece impiccare pel piede; ventiquattro canonici archibugiare, poi le loro teste collocare coi berretti sugli stalli del coro[84]; e abbattute le case, e confiscati i beni pel valore di diecimila ducati, e altre sevizie di cui restò fin oggi popolare l’esecrazione. Tutto l’Abruzzo, tutta Calabria erano in armi; guaj agli appaltatori od esattori dei dazj! guaj ai ricchi in generale; distruggeansi i mulini, le case, uccideasi a furore; le sopite fazioni rinasceano per aggiunger olio al fuoco; in Eboli un partito fingendo volersi riconciliare con l’altro, ne trucidò tutte le famiglie.
Napoli stessa era in uno scompiglio che mai il peggiore. L’abolizione delle gabelle riduceva a miseria migliaja di famiglie che le aveano comprate, e di cui erano l’unica rendita: poi oggi tutte le donne faceano ressa al monte di pietà per riaverne i pegni; domani gli studenti chiedeano s’attenuasse il prezzo delle lauree; poi i pitocchi davano l’assalto ai Certosini pretendendo li frodassero delle limosine; altri ai forni e ai dogli: or plebejamente si applaude, or plebejamente s’accusa: tratto tratto si conciliano paci, ma i ministri del demonio insospettiscono i popolani, e tornasi alle ire, al sangue, al saccheggiare, all’incendiare[85]. Dal primo bisogno di pane passavasi poi a qualche veduta più alta; e mentre l’Arcos tentava eludere i privilegi concessi per la paura, il popolo pretende che le concessioni non fossero chiare abbastanza; chiarite, domanda altre; esige che il popolo abbia eguali voti della nobiltà; comincia a declamare contro gli Spagnuoli e ammazzare quanti ne incontra; vuol avere in sua mano Francesco Toratto principe di Massa, che per gli eccellenti servizj prestati a Taragona avea avuto premj, poi n’era stato frodato, sicchè tenevasi in broncio cogli Spagnuoli: viene creato capitano del popolo, e impetra più larghe condizioni; ma le provincie domandano quel che ottenne la capitale; tutti allettati da quella lusinghiera idea di non pagare più gabelle.
Don Giovanni d’Austria, figlio naturale di Filippo IV e grand’ammiraglio di Spagna, giovane di diciott’anni, spedito con grossi navigli ma pochissime munizioni a restaurar la fortuna spagnuola in Italia, accorse colla flotta davanti a Napoli (8bre). Arcos chiama in castello i primarj popolani sotto finta di parlamento, e li tiene ostaggi, e di lassù bombarda la città mentre il secondano le navi; talchè alfine si capitola, e il popolo depone le armi. Era un gran pezzo che Napoli non vedeva alcuno dei suoi reali; onde festeggiò clamorosamente don Giovanni che rabbonisce e promette: ma Arcos, temendo non si volesse per costui mezzo ottenere l’indipendenza, istillò sospetti nel giovane eroe per disamorarlo del popolo; poi quando la città si fu racqueta, ecco le truppe scendono in ordine dai castelli, mentre da questi s’avventano palle e bombe. Il furore spinge alla difesa i Napoletani traditi; resistono, ammazzano, rincacciano; non potendo i soldati venirne a capo in quel labirinto di vie abbarrate, Arcos chiede l’interposizione del cardinale Filomarino; e questo nega, indignato d’essersi veduto stromento all’iniquo sterminio del suo gregge[86] (1647). Il popolo, convertito lo sbigottimento in furore e la quistione fiscale in politica, manda fuori que’ soliti manifesti ove si giura morte alla nobiltà, e s’invita il mondo in ajuto della giustizia; inalbera bandiera rossa; morte a chiunque parli di pace; morte pure a chi propone di buttarsi in braccio alla Francia. Il principe di Massa ne animava il valore e ne dirigeva le difese, ma coll’esitanza di chi sostiene una causa in cui non confida; e perchè cercava di riconciliare o trar in lungo, perde la confidenza, è ucciso, appiccato, e il cuor suo spedito alla moglie. Allora si grida capitano Gennaro Annese, archibugiere coraggioso e, per odio ai nobili più che al re, repubblicante. Egli cercò trar le provincie al medesimo sentimento; e le più avendo aderito, cominciò guerra civile contro i baroni, empiendosi il regno di grida, di furti, di atrocità.
Il vicerè aveva invitato tutti i baroni del regno ad accorrere alla capitale e difendere la causa comune; e raccolte masnade, vennero in fatti i duchi di Montesarchi, di Salsa, di Conversano, e principalmente il principe Caraffa di Maddaloni. Costui, a sedici anni capo di gran famiglia e possessore di fortuna principesca, si abbandonò alle consuetudini e al temperamento: con amori chiassosi, chiassosi duelli e molte uccisioni guadagnossi reputazione di gentiluomo compito: teneva la casa piena di bravi, pronti a mettersi ad ogni sbaraglio per difendere od offendere, insultar la legge, frodar la finanza, fare stare i birri e soprusare la plebe. Col fratello don Giuseppe e colle famiglie San Felice e Liguori tiranneggiavano i contorni del borgo dei Vergini, come i Caracciolo di Santobuono, i Minutolo, i Capecelatro molestavano le vicinanze di San Giovanni di Carbonara, altri altrove. Giuseppe Caraffa in pochi giorni per malumore fece uccidere tre persone e due ferire gravemente; Diomede rompere la testa a un mercante perchè era in urto con un altro suo protetto. Il Monterey, risoluto di reprimere esso duca di Maddaloni, che allora aveva appena vent’anni, mandò cento soldati per arrestarlo in una sua villa a Posilipo; ma avvertito egli fuggì: onde si lanciò contro di lui un mandato d’arresto, furongli imposte multe, messi soldati nelle case e nei feudi di lui ed a sue spese; e si computa che in pochi anni dovesse pagare centomila ducati. Eppure fedelissimo al dover feudale, servì all’Austria nella guerra dei Trent’anni, in quella di Urbano VIII menò otto compagnie di suoi vassalli per Maddaloni, dieci per Arienzo, sei per Cerreto; e passava per un de’ migliori nobili; cavaliere d’alto fare, splendido, liberale; piede di casa, servitù, carrozze, cavalli, barche, tutto da gran signore; e diceva che, come i re hanno la ragion di Stato, così i nobili hanno la ragion di famiglia.
Masaniello guardavalo con odio particolare, onde nella prima sollevazione gli furono bruciati i magnifici palazzi, ucciso il fratello e altri parenti; ed egli buttatosi alla campagna, fu de’ primi che osteggiasse Napoli, nè mai desistè. Per opera di lui e degli altri baroni erano intercetti i viveri alla città e provveduti i castelli; di modo che le milizie regolari e il nome regio prevalsero. Allora Napoli, ridotta all’estremo, ed essendosi invano esibita al papa come ad alto signore del reame, pensò ricorrere a quella Francia che dianzi aveva esecrata, e i cui ambasciatori aveano soffiato in quel fuoco per nuocere alla Spagna. Vero è che i Napoletani non voleano sottoporsi ad essa, ma esserne ajutati a farsi repubblica: repubblica coll’ajuto di un re.
Enrico duca di Guisa, di altissima famiglia francese e discendente dai principi d’Angiò antichi signori di Napoli, condannato di maestà, poi assolto, e rinomato per galanterie, era allora venuto a Roma per far cassare il suo matrimonio onde sposare una civettuola. Colà lo incontrarono alcuni pescivendoli andativi con titolo di ambasciatori; e bello, manieroso, ricco e prode quanto i ribelli s’immaginano facilmente, lo guardarono come inviato da Dio, e lo sollecitarono a liberare il loro paese. Tra per vanità propria e per gratificare a Francia egli accetta, e sfolgora vanti e promesse: promesse e vanti fanno i deputati della real repubblica di Napoli, e che vi troverebbe censettantamila fanti in tutto punto, assai cavalli e munizioni, e tre in quattro milioni, oltre gioje e metalli. Ma egli arriva con non più di ventidue persone, compresi i deputati napoletani e la servitù, pochissimi denari tolti a usura, e qualche barile di polvere, e trova null’altro che coraggio e disordine. Ma che importa? gl’insorgenti si brigano essi mai coll’aritmetica? la gioja va al colmo; si ripigliano gli assalti contra gli Spagnuoli che possedono i castelli e mezza la città; si rincacciano i nobili dalla campagna.
Intanto il Guisa, gridato «generale della serenissima reale repubblica di Napoli», con fortunati successi rallegrò la città[87], estese emissarj per tutto il regno; trasse anche molti nobili nel partito popolano (1648); e se avesse lealmente proclamato una repubblica, alla quale partecipassero anche le altre provincie del regno e i cittadini coi nobili, forse si sbarbicava la dominazione spagnuola. Ma, a tacere le sue ambizioni, egli molestava colla solita pecca de’ Francesi, il tentar le donne; reprimeva fin colla morte lo sparlare[88]; e mal soffriva d’avere per eguale Gennaro Annese, che a vicenda non voleva lui per superiore, e che sdegnavasi perchè mai non nominasse il promesso senato.
Pure il coraggio cresce all’entusiasmo quando scoprono la flotta francese; e benedicono a Francia: Francia monarchica che viene a stabilire una repubblica in Italia. Se quei ventinove ben provvisti vascelli di guerra, comandati dal duca di Richelieu pronipote del cardinale, avessero assalito la sguarnita flotta spagnuola, certo la sconfiggevano: ma il duca non fece che deporre qualche munizione, e voltò di bordo, perocchè il Mazarino, che nulla rincoravasi del leggero cervello del Guisa, non sentivasi d’impegnare la Francia in una guerra. Al qual Mazarino il duca scriveva: — Ben ho a dolermi d’essere abbandonato dalla vostra protezione nel maggior mio occorrente. Arrischiai la vita sul mare; trassi dalla nostra quasi tutte le provincie del regno; ho mantenuto la guerra per quattro mesi senza polvere nè danari, e rimesso all’obbedienza un popolo affamato, senz’avergli potuto dare in tutto questo tempo più che due giorni di pane; sfuggii cento volte alla morte, minacciatami e col veleno e colle rivolte. Tutti mi hanno tradito, i miei stessi domestici pei primi; l’armata navale non è comparsa che per iscreditarmi appresso il popolo. Ma quello che più mi accora è l’essersi fatta entrare madamigella Ponts donna mia in un altro monastero da quello ov’io l’avea pregata di ritirarsi. Era l’unica ricompensa ch’io pretendessi alle mie fatiche, senza la quale nè di fortuna, nè di grandezze, nè tampoco della vita fo conto; disperato rinunzio ad ogni sentimento d’onore e d’ambizione, nè penso che di morire per non sopravvivere ad un crepacuore che mi fa perdere il riposo e la ragione»[89].