Le rivoluzioni sono contagiose; e ricorrendo allora in Sicilia una delle solite fami, se ne incolpava il vicerè Los Velez. Messina grida pane, e il vicerè accorsovi (1647), colle forche insegna a basire tacendo. Più seriamente a Palermo il popoletto attruppatosi, assalì la casa del pretore (20 maggio), minacciandovi il fuoco: nulla profittarono Teatini e Gesuiti, buttatisi fra’ tumultuanti fin col santissimo e colla promessa del pane buonmercato e non più gabelle; stracciati i registri; insultato agli esattori; sprigionati i debitori, i masnadieri e i Turchi, si diede il sacco. Capo del tumulto un Antonio Pilosa, ardito ad ammutinare, e insieme accorto a frenare e dirigersi a un fine. I nobili usciti a cavallo sparnazzando buone parole, indussero il vicerè ad abolir le gabelle sul vino, sulla farina, sull’olio, sulla carne, sul formaggio; ma il popolo non fidandosi, prese Francesco Ventimiglia, discendente dagli antichi Normanni, e il proclamò re. Declinando il pericoloso onore, egli si offre conciliatore fra il governo e la plebe, ma si prorompe alle armi; le corporazioni degli artigiani, minacciati di saccheggio, mettonsi coi nobili e cogli ecclesiastici, che tutti prendono le armi, reprimono gli ammutinati. Le forche fecero il resto: ma più settimane durò il subuglio; e Giuseppe Alesi battiloro, eletto capitano generale del popolo, tolti all’armeria reale fucili e cannoni, assalta il palazzo, proponendosi di cacciar gli Spagnuoli e mettere lo Stato a popolo. Il vicerè campò sulle galee; i nobili, perchè immuni da molte gravezze, perchè attaccati alla Corte da impieghi e da onori, perchè temevano disaumento ne’ fondi che tenevano sulle pubbliche banche, si attestarono per comprimere i ribelli; l’Alesi li chetò con promesse, talchè essi ed i magistrati lo elessero sindaco perpetuo con duemila scudi annui. Egli se ne gonfiò, procedeva fastoso in cocchio dorato, seguito da armigeri; onde perdette l’opinione del vulgo che lo gridava corrotto, o intento solo al vantaggio proprio, e ne motteggiava il lusso: sicchè i meglio stanti ripigliano il sopravvento; Alesi, abbandonato da tutti, è trovato in una fogna; e la sua con tredici altre teste sono portate in trionfo per la città.
Sossopravano contemporaneamente altri paesi della Sicilia: ad Agrigento il vescovo non si salvò che col dare ogni aver suo: a Messina trascendevasi in onoranze agli Spagnuoli, per fare l’opposto dell’emula Palermo, ma si domandava di levar le gabelle; pure i baroni riuscirono a reprimere, e il vicerè tornato sicuro fece spianare le case de’ rivoltosi, e colla forca credette restituir vigore alla giustizia; insieme mandava fuori una perdonanza generale, e promessa di abolire le gabelle e stendere migliori regolamenti; ma da Spagna fu trovato troppo morbido, ed egli sofferse tanti dispiaceri, che di crepacuore morì.
Il cardinale Teodoro Trivulzio, che, con coraggio e prudenza avea già governato il Milanese, vennegli sostituito (17 9bre), e non che ricoverare in castello, sbarcò in mezzo alla folla, che lusingata di tal confidenza e dell’avere un vicerè italiano, lo accompagnò festiva, gridando, — Pace e libro nuovo». Ed egli colle promesse e coll’affabilità cattivò gli animi, mentre inesorabilmente puniva chi ancora rialzasse il capo.
Di maggiori conseguenze tumulto si levò in Napoli. Il cardinale Mazarino, allora ministro di Francia, ed erede dell’odio del Richelieu contro Casa d’Austria, avea più volte tentato il regno delle Due Sicilie, e nominatamente nel 1640 sperò sorprendere Napoli mediante intelligenza col marchese d’Acaja; ma questo scoperto, fu dato al carnefice. I Francesi s’accostarono sbravando fin alla spiaggia di Ghiaja, ma furono respinti. Sei anni appresso, in occasione della contesa col papa pei Barberini, il Mazarino preparò nuovo armamento a Tolone, meditando fare una diversione dal Piemonte allora guerreggiato, col procacciarsi qualche possesso nelle maremme di Siena, e fors’anche ciuffare il regno di Napoli; ma per isminuire l’invidia di tanto acquisto, ne designava re Tommaso di Savoja, che vi teneva partigiani, e che prese il comando supremo della flotta (1646). Approdati con dieci galee, trentacinque navi, settanta legni minori, seimila fanti di sbarco e seicento cavalli, s’impadronirono del forte, delle saline di Talamone, di Santo Stefano, e assediarono Orbitello.
Il vicerè di Napoli, cui competeva la difesa di quei forti, vi avea spedito il prode Carlo della Gatta: le navi siciliane e spagnuole, affrontate le francesi (14 giugno) nelle acque di Talamone, si nocquero assai senza venir alle strette; ma nuovi rinforzi costrinsero i Francesi a recedere, perdendo molte artiglierie e l’ammiraglio Brezé. Una nuova spedizione sotto i marescialli La Migliaré e Plessis-Praslin tolse Piombino al Lodovisi nipote del papa, poi Portolongone; riparato così l’onore della Francia, e assicuratole un porto per isbarcare quando volesse a danno di Napoli, contro la quale spingea navi e tramava coi baroni malcontenti.
O lasciar prevalere i Francesi o far morire di fame i Napoletani, fu il dilemma, a cui era ridotto il vicerè duca d’Arcos: il quale per salvar l’onore della Spagna, dovette dal già esausto paese smungere nuovo denaro, e costrinse il parlamento a decretargli un milione di ducati. Non potevasi raccoglierlo che colle gabelle, ed essendo tutte vendute, nè sapendosi quali altre inventarne, si ridestò quella sulle frutte, odiosissima alla plebe, a cui quelle sono pascolo desideratissimo nel caldo clima, e dalla natura profuse. Giulio Genovino, che trovammo eletto del popolo e turcimanno dell’Ossuna, al cadere di costui avea avuto condanna di carcere perpetuo in Orano; ma col mandare a Filippo IV un modello in legno della fortezza del Pignone, ottenne la libertà; e reso a Napoli, si vestì prete per trovarsi sicuro e meglio pescare nel torbido. A tal uopo istigò alcuni frati a declamare contro la gabella; metteansi fuori cartelloni, e specialmente uno ov’era effigiata la Sicilia col motto evangelico, Vi ho dato l’esempio; come ho fatto io, fate voi pure; e quando il vicerè passava, urlavasi, — Abbasso la gabella.
Il giorno della Madonna del Carmine, la gioventù solea dar assalto ad un castello di legno in piazza del Mercato, brandendo canne, e guidato da capi. Uno di questi era Tommas’Aniello d’Amalfi[81], pesciajuolo di venticinque anni, ridotto miserabile dacchè i gabellieri colsero sua moglie con una calza di farina in contrabbando. Franco, vivace, costui era conosciuto dai signori per le cui case portava la sua mercanzia; più conosciuto dalla plebe, come avviene di chi mostrò fierezza e vigore, sincerità e giustizia; e in lui si rimetteano spesso le differenze, a lui chiedeansi pareri. Inizzato dal Genovino e dai frati (1647), mentre colla sua banda munita di canne ed arpioni passava dinanzi al palazzo, mostrarono ai signori di Corte le parti che l’uomo nasconde. Un’altra volta un villano, che non aveva un quattrino, e che sentivasi obbligato a pagar la gabella, butta per terra e calpesta i fichi che avea recati; gli si leva rumore intorno; chi raccoglie i frutti, chi ride, chi freme, tutti schiamazzano come si schiamazza a Napoli, e Masaniello sopraggiunto coi ragazzi dalle canne, difende il fruttajuolo, sbraveggia i dazieri, e che più non si vuol tollerare quell’insolito aggravio. Il magistrato fugge, il tumulto raffittisce, il popolo stringesi a Masaniello, e comincia, come sempre, dal bruciare i registri e i banchi degli esattori, poi si difila sul palazzo del vicerè, protestando devozione al sovrano, ma scontentezza del mal governo. Sbigottito da quel fiotto di popolo vasto e ruggente, il vicerè trova ragionevolissima la domanda: i popolari vogliono tolga pure la gabella sulle farine, ed egli concede: vogliono rintegri il privilegio di Carlo V, e poichè nella lunga tolleranza n’aveano dimenticato il contenuto, vogliono averne in mano l’originale; il governatore accorda tutto, e perdonanza generale, e una pensione a Masaniello se acqueta il popolo. Masaniello nega separarsi dai fratelli, e in poche ore trovatosi padrone della città, obbliga ognuno a prendere le armi, scarcera i contrabbandieri e debitori del fisco, cassa le gabelle, comanda a’ fornaj di fare la libbra di pane di quarant’once per quattro grana; disarma i forti, lascia abbruciare cento ridotti di giuoco, e i settanta casini e gli arnesi della finanza, levandone però i ritratti del re che colloca sui canti tra candele accese, gridandogli Viva mentre ne sconoscevano l’autorità.
In simili occasioni tutti abbiamo veduto al popolo torvo e minaccevole profondersi promesse e blandizie, inghiottendo l’ira per rivomitargliela quando sarà intepidito e raccheto. Il vicerè, mentre trattiene i lazzaroni palleggiando, fin cinque assassini manda contro Masaniello; ma il popolo li trucida, e dal sangue passa al sangue, e a sfogar vendette. — Il principe di Cellamare impinguò comprando le gabelle che s’inventavano: a morte! — Il duca di Maddaloni non mi pagava il pesce che gli portava a casa, e mi rispondeva insulti: a morte! — Il principe Caraffa mi costrinse una volta a baciargli il piede: glielo voglio troncare e mangiarmelo. — Morte ai masnadieri! — morte a chi indossa il ferrajuolo, perchè può nascondere armi proditorie! — morte a chi non espone l’immagine del re e di san Gennaro!»
Masaniello operava con cuore e non senza senno; ma il prete Genovino spingealo ad esagerazioni (1647), e ne rivelava i divisamenti al vicerè. L’arcivescovo Filomarino, anch’egli come al solito assolveva, benediva, salvava qualche innocente, e per suo interposto il vicerè chiese a udienza Masaniello. Questi voleva andarvi in pure brache e berretto da pescivendolo; ma il cardinale, fin minacciando scomunicarlo, l’obbligò a mettersi un vestone di broccato e cappello alla spagnuola, e i lazzaroni non finivano d’ammirare il loro eroe rincivilito, che a cavallo, colla spada nuda si condusse al palazzo. Prima d’entrare, egli rassicurò la moltitudine: — Io non ho operato se non pel bene di tutti; e appena io vi abbia torni in libertà, ripiglierò il mio mestiero senz’altro chiedervi che un’Avemaria da ciascuno nel punto di mia morte». E come tutti a grandi schiamazzi gliel promisero, seguitò esortando non deponessero le armi se non dopo conseguito l’intento: — Diffidate dei nobili; e se troppo io fossi trattenuto in palazzo, buttatevi il fuoco».
Il vicerè gli usò quante cortesie la paura e la perfidia suggerivangli; espresse meraviglia di trovar tanto accorgimento in un pescivendolo ineducato; volea donargli una collana d’oro ch’e’ ricusò replicatamente, solo accettandone una di poco valore in segno della sua benemerenza; e lo chiamava «Figliuol mio», e «Per tuo merito oggi il re può dire d’esser re». Masaniello di rimpatto gli toccò più volte la barba, confortandolo a non aver paura; e poichè il popolo dubitando di qualche violenza al suo capo, tumultuava, Masaniello fecesi al balcone, e con mettere appena il dito alla bocca ottenne silenzio da cinquantamila lazzaroni, e che tornassero a casa. Anche sua moglie si presentò con un bambolo in collo alla signora d’Arcos, e le disse: — Voi siete la viceregina delle popolane. Mio marito governerà il popolo, e il vostro gli Spagnuoli».