E lamenti e badalucchi rinnovavansi ad ogni nuova imposta, e non impedivano di stillarne sempre di nuove; e diceasi in proverbio che il popolo di Napoli si governa con Farina, Forca, Festini. Nel 1622 «il giorno dell’Epifania il cardinale vicerè era andato all’arcivescovado... e la plebaccia infame, arrecandosi dal Governo quello che gli viene da’ peccati suoi, non solamente maltrattò sua signoria illustrissima di parole, ma minacciò fatti... Vedendosi mancare il pane, prorompe in questi eccessi... Se quando si opposero a quelle gabelle l’estate passata... ne avesse impiccati una dozzina, e poichè non si trovarono i capi, zara a chi toccava, adesso non ardirebbero di perdergli il rispetto... Il popolo, per cagion della fame, si è tre volte sollevato questa settimana... sento che domani si faccia giustizia di grosso numero di quelle persone tumultuose, e particolarmente che se ne faccia morire una mano alla ruota; tormento troppo spaventoso... Oltre all’essere mangiate in erba tutte le entrate del re, e ridotto a tanta miseria il regno..., se qualche corpo di entrata ci è rimasto non intaccato, è rimasto proprio perchè alla Corte stessa non sarà bastato l’animo col suo braccio di cavarne sostanza senza metterlo in rovina»[78].

Il cardinale quassù accennato era Gaspare Borgia di Candia, famoso venditor di giustizia, ma che «si guardava bene da questa canaglia, che sopporta ogni cosa eccetto la mancanza del pane, pel quale non stima la vita»[79]. Il che, tradotto dal linguaggio diplomatico, significa che la vil plebe, credendo aver diritto di vivere, pretendeva a ragionevol prezzo il pane da quei che credeansi in diritto di prefiggerne il valore; e per ciò e per la alterata moneta più volte rumoreggiò. Le zannette, piccola moneta, erano ridotte dai tosatori a tale che nessuno più voleva accettarle, nè tampoco a peso. Credette il vicerè di provvedervi coll’abolirle; ma i banchi ne aveano per quattro milioni e mezzo di ducati, moltissime i particolari, perciò trovaronsi buttati in miseria, e non essendovi surrogato altro, ne rimaneva impacciato ogni commercio: nuova cagione di tumulti.

Al succeduto vicerè cardinale Zappata, mentre passeggiava fuor di città, s’accostò un povero con quattro pani in mano dicendo: — Vedete, signore, che pane brutto mangiamo!» Il cardinale gli disse: — Va con Dio, capo di popolo». L’uomo rispose arditamente che non era tale, e il vicerè comandò d’arrestarlo: ma quello a strillare; infinito popolo accorre «gridando in faccia al cardinale, — Ah zannettaro cornuto; e con le sassate che piovevano sopra gli staffieri, fecero rilasciar il prigione; e sua signoria illustrissima con la carrozza a volo se ne tornò dentro»[80]. Per tali insulti furono carcerate trecento persone, dieci condannate a morire sulla ruota, dopo tanagliate sopra carri pei pubblici luoghi; i brani de’ loro cadaveri sospesi per le mura a pascolo degli uccelli, e le teste entro gabbie di ferro sulle porte più frequentate; sedici condannati al remo, sdruscite le case, benchè vi stessero solo a pigione, tutti gli altri tormentati orribilmente, indi prosciolti.

Quell’anno tutto durò la sollevazione, che raffittì nel febbrajo seguente; e se «gli Spagnuoli non si facevano forti ai corpi di guardia, si rinnovava il vespro siciliano»: nel marzo, tre insurrezioni in una settimana: nel maggio di nuovo, e molte persone «della plebaccia» furono messe alla ruota, tagliata la mano, bruciate le case.

La guerra di Valtellina, poi quelle di Genova, di Mantova, di Catalogna, esigevano soccorsi, e i vicerè arrotavano or malfattori or paesani, de’ quali ben di rado ne tornava a casa. Il conte d’Olivares ordinò, anche in tempo di pace, si tenessero allestiti ventimila fanti e cinquemila cavalli per accorrere dovunque fosse bisogno; col che toglieva al paese di poterne dare quando il bisogno s’avverasse. Principalmente viceregnando il marchese di Monterey si cavarono dal Napoletano non solo per la Lombardia, ma per la Catalogna e la Provenza, sin a quarantottomila pedoni e cinquemila cinquecento cavalli, e un valore di tre milioni e mezzo di scudi, oltre il fortificare tutto il regno per paura dei Francesi, e crescere la squadra a sedici galee e ducentotto bocche di cannone.

Per bastare alle spese cumulavansi debiti; si staggivano le entrate che vi avessero i forestieri, poi anche quelle de’ nazionali sopra rendite fiscali; obbligavansi i Comuni a caricarsi di debiti; si vendeano terre fin allora regie, benchè si opponessero anche colla forza. Mandato dal vicerè Ponce de Leon per forzare i Comuni a soddisfare al dovuto, il giudice della vicaria nè tampoco trovò letto ove corcarsi; ma ad uno che gli mostrava la miseria e l’impossibilità di pagare, fu risposto: — Vendano l’onor delle mogli e delle figliuole, e paghino».

A tali storpi era la più bella parte d’Italia. Invano si deputavano preti e frati perchè in nome del Signore del cielo mitigassero quei della terra; una risposta unica s’ottenea, le necessità della guerra. Il duca d’Alba (1622) nel suo viceregno provò pesti, tremuoti, guerra; pur «non mancò col suo valore andar incontro a’ Fati» (Giannone), e «dimostrò l’animo suo magnanimo e generoso nelle feste per la natività d’una figlia del re e per tosoni d’oro compartiti». Il surrogatogli duca d’Alcala (1629) dovette impegnare i proprj argenti perchè la Spagna tardò ad inviar le galee che il trasportassero; poi incalzato per sempre nuove truppe all’infausta guerra di Lombardia, vendette le giurisdizioni che ancor rimanevano, e che si opposero violentemente. Il duca di Medina, che lasciò il suo nome a una porta, a una fontana e ad un magnifico palazzo a Posilipo, smunse dal regno (1637) trenta milioni di ducati, e quando fu chiamato a renderne conto, sostenne che un vicerè non v’era obbligato, e vantavasi aver lasciato il paese in guisa, che non vi avea quattro famiglie capaci di imbandire buon pasto. Il prode Almirante di Castiglia, succedutogli (1644), trovando vuote le casse ed esigente il Governo, dichiarò non reggergli il cuore di veder un sì prezioso cristallo spezzarglisi nelle mani, ma alle sue rimostranze fu risposto, andasse a regolare un chiostro di frati: e cedette il posto a don Rodrigo Ponce de Leon duca d’Arcos (1646).

Intanto i Turchi infestavano le coste, i banditi le terre, i gentiluomini la città con quotidiani duelli, e abbaruffate simili a battaglie vere, don Ippolito di Costanzo e don Giuseppe Caraffa sfidatisi uscirono alla campagna con oltre cinquecento seguaci ciascuno. Si aggiungevano mali naturali; e il 1631 comete strane e fuochi per l’aria, e un mostruoso parto, e sangue gemuto dagli altari parvero preludere alle spaventose eruzioni del Vesuvio, le cui ceneri furono spinte fin di là dell’Adriatico, e ai tremuoti della Calabria, da cui rimasero distrutte molte terre e la città di Nicastro, colla morte di diecimila persone. «Tutto ciò è un nulla (cominciò a predicare il medico Sassonio) a petto di quanto sovrasta; e il regno e il mondo tutto ne andrà a sobisso, il mare uscirà dal letto, pioveranno sassi, i monti vomiteranno fiamme»; e talmente sbigottì, che molti abbandonarono la patria.

Regnando Filippo IV, un legno carico di merci e di Cristiani riscattati da Barberia, infettò di peste la Sicilia. Filiberto di Savoja ch’erane vicerè, Giannettino Doria arcivescovo, la magistratura municipale, diedero inutile opera a mitigarla; cresceva di peggio in peggio, finchè qualche pio in una grotta del monte Pellegrino scoprì il corpo della romita Rosalia. Parve miracolo, e a folla i cittadini arrampicavansi su per quella deliziosissima pendice; la terra, l’acque, le pietruzze della grotta divenivano reliquie; l’immagine della santa era affissa per le case e le botteghe tutte; e mentre temeasi che la fatica e il contatto esacerbassero la morìa, il conforto venutone certo la alleggerì, forse la abbreviò.

Così si giunse fin al 1647, quando ogni cosa era sossopra; la Germania sanguinava per la guerra dei Trent’anni; la Francia ergeva barricate contro il suo re; l’Inghilterra un patibolo pel suo; in Levante rincalorivano le ostilità dei Turchi contro Candia; in Ispagna il conte duca d’Olivares fece assumere il titolo di Grande al suo povero re Filippo IV, e voleva meritarglielo coll’acquistare nuovi paesi, al qual uopo doveva ai popoli mozzar la libertà per ismungerli senza contrasti: col che infellonì i Catalani che insorsero a rivendicare il diritto di disporre di se stessi; perdette il Portogallo, acquistato sotto Filippo II; de’ Paesi Bassi dovè riconoscere l’indipendenza.