I Veneziani, non più sicuri nel proprio golfo, e pressati dalla Porta a tor di mezzo que’ masnadieri, entrarono nel Friuli austriaco, assediarono Gradisca (1617), demolirono varie borgate a mare, coviglio de’ pirati, e si allearono colle Provincie Unite e col duca di Monferrato nemici all’Austria. Era succeduto nel governo del Milanese don Pier di Toledo, austero, subito al comandare, fiacco al far eseguire; che tolse di carica il grancancelliere benchè nominato dal re, nulla a questo badando allorchè ordinogli di ripristinarlo. Ricco di coraggio non d’abilità, egli fu lieto d’un’occasione di guerra, ed occupa Vercelli, mentre il vicerè Ossuna spinge sue galee nell’Adriatico, e presi alquanti legni veneziani, ne mena trionfo (6 7bre), ed assume per divisa il cavallo col motto Vittorioso in mare e in terra. La pace di Parigi mette in cheto le cose, restituendosi le città all’Austria, che allora frenò gli Uscocchi, trasportandone la più parte nel territorio di confine. Avrebbe essa dovuto rendere anche le prese e pagare un grosso compenso, ma rimandava da oggi in domani, e versava sopra il Toledo e l’Ossuna la colpa del non voler restituire Vercelli e le galee, nè sbandare le truppe.

Infatti l’Ossuna, od Alfonso de la Cueva marchese di Bedmar ambasciadore ispano a Venezia, fecero scrivere, probabilmente dal Welser, uno Squittinio della libertà veneta, ingiuriosissimo a Venezia: Paolo Sarpi, richiesto dalla Signoria a rispondervi, esso sì caldo impugnatore di Roma, cagliò, onde si ricorse alle penne dell’olandese Gross Winkd e del genovese Rafael della Torre. L’Ossuna mostrava anche a Paolo V come i Veneziani non fossero da tenere per cristiani, giacchè spesso aveano fatto pace e trattati coi Turchi, cacciato i Gesuiti, avversato al papa, favoriti gli eretici di Francia e d’Olanda.

Così invelenivansi gli umori e stavasi già in sospetti, quand’ecco il consiglio dei Dieci fa arrestare ed uccidere alquanti stranieri. Che è, che non è, il popolo, nel bujo di quelle arcane processure, bucina che i presi e i morti sieno a centinaja; essersi scoperta una congiura, diretta a mandare in fiamme la città, in rovina la repubblica, e parteciparvi molta nobiltà: e perchè il marchese di Bedmar andossene quei giorni dalla città, si presunse autore dell’ordita. Congetture in aria, tanto più che colla Spagna non s’interruppero le relazioni, e che la signoria non pubblicò veruna informazione, solo ordinando ringraziamenti a Dio per la repubblica salvata.

Questo mistero pensate a quante ciancie diè luogo; gli sbizzarrimenti de’ novellieri furono adottati dagli storici; e restò la credenza che il duca d’Ossuna avesse tramato d’annichilare Venezia, mettervi il fuoco, trucidare il doge e i senatori, occupare la terraferma; intendersela a tal uopo con molti Francesi, col Toledo, col Bedmar; già tutto esser sullo scocco, quando il caso o un traditore lo sventò. I critici successivi non poterono venirne al chiaro: ma sembra che una trama fosse in fatto sul telajo, opera di alcuni mercenarj sbanditi da Francia al cessare delle guerre civili, e postisi al soldo di Venezia, e massime di un Giacomo Pierre normando, uom di mano e pratichissimo corsaro, il quale, per guadagnar compagni, prometteva ajuti dalla Spagna: ma la cosa fu sul principio scoperta e sventata colla morte di poche persone[72].

Ma la Spagna v’era implicata veramente? I Governi d’allora davano orecchio e mano a chi tentasse nuocere ai loro nemici; e sembra provato non fosse soltanto millanteria de’ congiurati l’appoggio di essa, benchè la prudenza dei Dieci il dissimulasse onde evitare una rottura. Il Bedmar passava per uno degli ingegni più aperti e istrutti della Spagna, versatissimo nella storia, di modi gentili, di larghi accorgimenti, sicchè rendevasi caro e stimato, e da Venezia fu tolto per portarlo governator della Fiandra, e poco poi cardinale. Ma l’Ossuna vedemmo come spiasse ogni via di pregiudicare Venezia, e come si divincolasse per sottrarsi alla pace; anzi si lasciava intendere di volerla fra poco diroccare; se poi con arti tali, io non l’oso asserire.

Certo egli, arrischiandosi viepiù perchè aveva sposato una figlia al figliuolo del duca di Lerma, ministro onnipotente di Filippo III, non dissimulava le ambizioni, graziava condannati a morte, abbondava in limosine e donativi, sorreggeva la plebe contro la nobiltà, blandiva Giulio Genovino eletto del popolo, fazioso uomo che avrebbe côlto volentieri il destro di fare man bassa sui nobili e ottenere al popolo parità di privilegi.

Contro l’Ossuna esclamavano dunque i preti di cui non rispettava le immunità, i nobili di cui reprimeva gli abusi, i pii che scandalezzava coi disciolti costumi e cogli scherzi irreligiosi. I principi d’Italia in gran sospetto domandavano fosse rimosso[73]: ma come averne ragione? La Corte gli mandò l’ordine di disarmare, ed esso invece ingrossò le truppe col pretesto d’una spedizione contro i Turchi; e poco dopo fidandosi delle spagnuole, le sparpagliò nelle provincie e sul littorale, e prese al soldo Francesi e Uscocchi. Udendo poi che la Corte gli mandava un successore, disse: — Lo riceverò con ventimila uomini»; e a sua moglie che gl’insinuava d’obbedire, gittò in faccia un piatto d’argento: raddoppiò intrighi col maresciallo Lesdiguières e con Carlo Emanuele; riconciliossi i nobili con cariche e doni, i Gesuiti col confessarsi da loro, la ciurma col lasciare impuniti i misfatti: alla Corte imperiale promise soccorrere con ventimila fanti, duemila cavalli e due milioni in oro se gli fosse prorogato il viceregno; a Madrid profondeva denaro e promesse, e mostrava il pericolo di rimoverlo mentre raffittivano minaccie Venezia e il Turco; avendo chiamato qui suo figlio colla sposa, li festeggiò senza misura, messe fuori le gioje reali, si pose in capo la corona, e domandò ai circostanti se ben gli stesse; ma il principe di Bisignano gli rispose: — Sta bene, ma in fronte al re»[74].

Il cardinale Borgia, destinatogli successore (1621), dovette dunque di sorpresa occupar Napoli; «nottetempo entrò in Castelnuovo; la mattina si cominciarono a sparare tutte le artiglierie piccole e grosse, e il duca si svegliò alla tempesta di tanti tiri, ed ebbe a morir di dolore». Così l’agente del duca d’Urbino, che soggiunge: — Questo è uno dei grandi matti che abbino mai governato questo regno... Si porterà seco ducentomila ducati d’oro, senza quel che ha dissipato e dato via...»[75]. Reduce a Madrid, il debole e corrotto Governo l’accolse magnificamente e quasi in trionfo: ma cambiatisi quell’anno stesso re e ministro, egli fu messo prigione[76] co’ segretarj e gli amici; in un processo di tre anni i Siciliani deposero tanto bene di lui, quanto male i Napoletani; infine s’intese ch’era cascato d’apoplessia. Suo figlio, alcuni anni dopo, venne vicerè in Sicilia.

A questi incidenti teneva occhio e aggiungeva importanza la Francia, la cui rivalità con Spagna fomentava i malumori, assicurando un appoggio a chiunque si levasse contro di questa. E principalmente nel regno di Napoli essa diede mano più volte a insurrezioni[77]; e nel 1644 il marchese Saint-Chaumont, ambasciatore pel Cristianissimo a Roma, scriveva distesamente di trame a favor di un signore italiano, che non voleva esser nominato se non al Richelieu, per tentare un colpo sopra il Reame. «Da qualunque lato si guardi, sarebbe di vantaggio a Francia, se non altro per darvi briga a’ suoi nemici, e impedire che ne cavassero uomini e denari per conservazione degli altri Stati».

E di interni tumulti occasioni troppe offrivano l’improvvido governare e l’inesplebile esigere; ma le chiassose dimostrazioni riuscivano sempre ad un fine stesso, buone parole finchè il tumulto durava, poi forca e galera. Sotto il Toledo vi fu sommossa contro il dazio sui comestibili; e il Fucillo capopopolo, salito in palazzo a presentar le domande, poco poi fu visto impiccato al balcone tra due fiaccole, e la folla dispersa a bastonate. Sotto il primo duca d’Ossuna sollevossi la plebe pel caro del pane, e incolpando l’eletto Gian Vincenzo Starace d’essere d’accordo col vicerè, l’uccisero, e cavatogli il cuore e le budella, queste e i brani del corpo sospesero per la città. Il vicerè lasciò bollire quel furore promettendo; poi, animato anche dagli esempj di papa Sisto V, fece arrestare i capipopolo, e fin trentasette tanagliare, strascinare, squartare, cinquantotto messi in galera, più di mille banditi; abbattuta la casa d’uno speziale che diceasi sommovitore, ponendovi una colonna infame, attorno alla quale entro nicchie ingraticolate le teste de’ principali. Anche nel 1584 avendo il vicerè imposto un ducato per ogni botte di vino, frà Lupo cappuccino si oppose risolutamente, eccitando il popolo, che di fatto non soffrì tale aggravio.