Due ciarlatani spacciavano contravveleni; e l’Ossuna ordina che entrambi prendano veleni, poi i loro antidoti; uno muore, quel che sopravvive ha una collana d’oro e privilegi. Un cavadenti che gliene ruppe uno in bocca, sentenziò alla galera. Una volta ad una commedia soverchiando la calca, comanda escano tutti, pena cinque anni di galera agli ignobili e cinque di relegazione ai nobili. In un ricevimento di gran nobili s’introduce uno da meno, ed egli il fa prendere e bastonare lì lì. Chiamavasi anche in camera gl’imputati, e con parole dolci o con severe ne traeva confessioni, meglio che colla corda, dice il cronista, e sopra quelle li condannava; se non riuscisse, dall’aguzzino faceva applicar le bastonate in sua presenza. Poneva suoi creati in uffizio nelle varie città, dove rubavano a man salva. Venuti quei di Reggio a lamentarsi d’un Aledo che gli assassinava, li trattò di vigliacchi e minacciò di galera perchè sparlassero d’un suo fidato; talchè, sgomentati i popoli dal portar querele, «ad essi uffiziali restò scala franca di potere assassinare li poveri popoli, e rubavano e assassinavano impune il regno, tanto che non si può scrivere». Essendo poi esso Aledo venuto a Napoli con ottantamila ducati e di molte gioje, il duca gli disse: — Fanno di bisogno a S. M.», e spogliatolo con beffarda giustizia, lo rimandò «all’officio a far peggio»[70]. Il principe della Conca e il marchese di Campolattaro, da lui deputati a visitar i castelli del regno, smunsero per proprio conto ducentomila ducati, nè si pose mente ai reclami; anzi il Campolattaro, accusato pure d’aver procurato l’uccisione d’un frate, fu spedito generale contro i sollevati delle Fiandre. La costui moglie guadagnava ducati a migliaja coll’impetrar favori a questo e a quello.
Una volta furono côlte galee turche cariche di zuccaro, che fu venduto a un droghiere. Un turco, se lo liberassero, promise rivelare un gran segreto, e fu che in quello zuccaro erano miste assai gioje e monete, destinate al gransignore. Si arresta dunque il droghiere, per quanto protestasse non aver nulla trovato; nè di liberarsi vide egli altro modo che mandare alla Campolattaro una cedola di mille ducati. L’Ossuna citatolo, mostrógli quella cedola, qual prova di sua reità, e per quanto giurasse che i suoi aveano messo insieme quel denaro a gran fatica, il fece metter alla corda, «ligato a un funicello nuovo, che mentre stiede appeso, sempre voltò intorno; e persistendo tal tormento per un’ora e mezzo, sempre invocando il nome della beata Vergine per ajuto, nè dicendo altro alla interrogazione fattagli, fu disciolto e liberato».
Numerosi corsero allora i processi di fatucchieria, fra cui citeremo quest’uno. La baldracca d’un prete confessò a questo una malìa fatta da donna Vittoria Mendoza perchè l’Ossuna non amasse altri che lei e sua figlia e il genero; che di fatto erano saliti in grandissimo favore ed orgoglio. L’Ossuna, uditone, fu da donna Vittoria, e col pugnale la obbligò a confessare, indi riferì l’avvenuto alla propria moglie, attribuendo tale scoperta alle orazioni di lei, la quale non rifiniva di ringraziar Dio che avesse rotto cotesto fáscino. L’accusata però era figlia del duca d’Alcala, moglie del duca d’Ozeda, in parentela con grandi di Spagna; onde l’Ossuna, che del resto l’amava, non pensò a punirla, eseguendo la legge sopra le altre streghe e loro mariti (Zazzera).
Siffatte miserie erano intercalate da suntuosissime feste, perocchè altrettante Corti s’aveano a Milano, a Palermo, a Napoli, con ambasciadori, rappresentanze, fasto, protezione di lettere. A quella del conte di Lemos, fu recitato il Don Juan dello spagnuolo Tirso de Molina, che tradotto in italiano, con una nostra compagnia passò a Lione, città mezzo italiana, dove lo conobbe e imitò insignemente Molière. Alla corte dell’Ossuna vivea Quevedo, specie di Voltaire tutto arguzie e buon senso, col quale temperava la foga dell’Ossuna, a cui serviva poi come ministro segreto in tutta Italia. Moltiplicavansi dunque le rappresentazioni teatrali, e cavalcate splendidissime, processioni solenni, corse sul mare, festini, mascherate, cuccagne, giostre, tutto accompagnato da rinfreschi e confortini e ricchi donativi; e spesse volte lasciavasi alla plebe e ai cavalieri da saccheggiare l’apparecchio. Or dodici carri, allestiti ciascuno coi più ghiotti manicaretti, da valere fin cinquecento ducati l’uno, son disputati fra trecento uomini, nudi in calzoni e tinti di pece, e saccomannati, «che fu quanto nuova che bella vista, e con molte grida ed allegrezza del popolo»; or novanta dame vestite da Ischiote vengono in palazzo a portar regali ciascuna, or s’imbandisce per diecimila persone, e singolarmente «per venticinque cortegiane le più famose di Napoli, servite regalissimamente; e volle S. E. andar a vedere e burlare con loro». Talvolta era la viceregina che dava un ballo tutto di signore, vestendole essa del suo; talaltra si rappresentavano in quattro distanze della città le quattro stagioni con emblemi e i frutti e le occupazioni da ciascuna. Qualora il vicerè o la viceregina intervenissero a solennità, erano presentati di molti panieri di frutte e confetture, ed essi le facevano gettar al popolo, il quale vi si avventava «gran furia, non senza gravi pugni e calci, dandosi fra di loro come cani arrabbiati, con gran riso di S. E. e delle dame»; e per ravvivare quello spasso, S. E. buttava una collana d’oro fatta a pezzi, o denaro. Tutto veniva ringalluzzito dal buffone del vicerè, che ora da lui era vestito di toga per cuculiare la magistratura, ora eletto a decidere di litigi ne’ quali alle grottesche sentenze non mancava mai di soggiungere una buona mancia per sè.
Con ciò l’Ossuna blandiva la plebe; il suo stipendio divideva tra i bisognosi, e spesso con propria borsa liberò imprigionati per debito; ben ventisette baroni mandò a morte; abolì alquanti balzelli tediosi al vulgo: colla propria spada tagliò la bilancia a un grascino, che sul mercato pesava le civaje per tassarle, dicendo, — I frutti della terra son dono di Dio e premio alle fatiche del povero». Pensate se i lazzari lo portavano in palma di mano!
Frattanto nel cuor della pace soldava Francesi e Valloni e costruiva navi; tenne ben venti galeoni grossi e altrettante galee, e sedicimila soldati, e soccorse gli Austriaci in Lombardia e in Germania. Tutto ciò senza vender nulla del patrimonio regio, ma con esazioni straordinarie; levò prestiti forzati, staggì gli averi di negozianti forestieri, alloggiò presso i privati le truppe, le quali rubavano a man salva perfino gli arredi di chiesa; e si vantò d’aver vantaggiato l’entrata di un milione e centomila ducati.
Questo, e le sterminate ricchezze, e le potenti parentele «gli fecero sorgere gran libidine di regnare, non più come ministro d’un gran re, ma come sovrano d’un gran regno» (Leti); e cercò intendersi coi potentati d’Italia, massimamente con Carlo Emanuele, irrequietissimo avversario dell’Austria, forse con Venezia, cogli Uscocchi, coi Turchi, certo con Francia. Ma questa, per quanto volonteroso di turbar il Napoletano, pare non gli abbia dato orecchio, forse perchè temeva non giocasse a due mani.
Venezia era malvista dalla Spagna, non solo come emula vicina e come repubblica, ma perchè, massimamente dopo la chiassosa sua lite col papa, rappresentava l’opposizione, cioè le idee protestanti; si mormorava desse appoggio agli Acattolici, trattasse coll’Olanda, spedisse denari e munizioni ai Riformati nella guerra dei Trent’anni[71]; onde l’ambasciadore spagnuolo concludeva: Aut Roma, aut Carthago delenda est.
Uscocchi, che in illirico significa fuorusciti, si chiamavano i cristiani che dalle provincie man mano invase dai Turchi, dalla Croazia, dall’Albania, dalla Dalmazia, erano rifuggiti sulle coste meno accessibili dell’Adriatico: molti aveano avuto ricetto da un Ungherese, signore di Clissa, fortezza inespugnabile sopra Spalatro sulla costa Dalmata; e di là correano addosso agli Ottomani, sinchè ne furono snidati. Segna (Zengh), dentro al golfo del Quarnero, tra fondi inaccessibili a navi grosse, era pretesa dagli Ungheresi e minacciata dai Turchi; onde l’imperatore per conservarsela vi lasciò stanziare gli Uscocchi. Quivi non potevano essi vivere che corseggiando, abilissimi fra quell’andirivieni di isolotti e di seccagne; e dal prendere le navi turche passarono a molestare anche le cristiane; e crescendosi con quanti Italiani od Austriaci volessero esercitar il coraggio o continuare i delitti, posero a sacco le città di Dalmazia, e si rideano de’ legni armati a loro danno.
Il papa, altri potentati d’Italia e l’imperatore da gran tempo querelavansi che Venezia avesse usurpato come proprio l’Adriatico, anzichè lasciarlo libero a tutti i costieri; ma giacchè se ne intitolava signora, lo tenesse almeno sbrattato: — Impedisca le incessanti molestie ai sudditi nostri», intimavale il Turco: i cavalieri di Malta e quei di Santo Stefano ne coglieano pretesto di predar le navi veneziane, come rappresaglia. Venezia doleasi all’imperatore Massimiliano; e questo impiccava sì qualche Uscocco, ma le costoro braverie trovava opportune a reprimere i Turchi; onde tolse a proteggerli alla scoperta, crescendo baldanza alle loro devastazioni; e in guerra atroce gareggiavasi di supplizj come quando ognuno trovasi per difesa ridotto a farsi giustizia da sè.