Poi tra le morìe, le fami, e le enormi esazioni sopraggiungevano irreparate le correrie dei Turchi, contro i quali indarno si mantenevano moltissime galee. Qual meraviglia se il popolo ogni tratto tumultuava? e la parola di quelle inutili sollevazioni era pane.
Non dimentichiamo come questi mali e questi lamenti fossero comuni ad altri paesi, al par de’ vizj che li producevano. Sotto i suoi duchi la Savoja dovette soffrire senza misura. In Francia nell’assemblea del 15 gennajo 1648 l’avvocato generale diceva: — Ecco dieci anni che la campagna è in ruina, i paesani ridotti sulla paglia dopo venduti i mobili per pagare imposte a cui non possono soddisfare; milioni d’anime sono obbligati a vivere di crusca e avena, e non isperar protezione che dalla propria impotenza. Questi sciagurati non possedono altro più che le proprie anime, perchè queste non poterono esser vendute all’asta. Gli abitanti delle città, dopo pagato la sussistenza e i quartieri d’inverno, le tappe e gl’imprestiti e il diritto reale e la conferma, hanno ancora la tassa de’ benestanti... Tutto il regno è spossato, esausto da tante imposizioni straordinarie che producono un’inanizione, i cui rimedj sono insopportabili quanto il male...». Dove agli statisti non isfuggirà come dappertutto l’arbitrio dello smungere i popoli rovinasse i paesi; mentre l’Inghilterra col solo diritto di esaminar le spese e determinare l’imposta, giunse al massimo grado di libertà civile.
CAPITOLO CLII. Il Fuentes. L’Ossuna. Congiura del Bedmar. Masaniello.
Il più memorabile fra i governatori di Milano fu don Enrico de Azevedo conte di Fuentes (1601-10). Superbo e dispettoso, pubblicamente rimbrottava i magistrati; coll’immediato intervenire imbarazzava l’amministrazione e la giustizia; infliggeva bastonate e galera senza udir il senato, mentre salvava gravissimi malfattori; negl’impieghi poneva i più striscianti, ma il dar gli stipendj considerava come un favore, sicchè quei che non poteano averli coll’andargli a versi, se ne rimpattavano col lasciarsi corrompere; regali non accettava, ma valeasi a talento del denaro pubblico, e lasciava che i suoi secretarj ricevessero e malversassero; per spie tenevasi informato di ogni minuzia, ammetteva ognuno all’udienza, ma dopo le prime parole interrompeva e rinviava insoddisfatti.
Volle accattar fama col costituirsi avversario al re più rinomato del tempo, Enrico IV di Francia; dicea spesso morrebbe contento se morisse guerreggiandolo; quando l’udì assassinato ne prese tal gioja, che, ricevuto il corriere a mezzanotte, fece levar il confessore e tutti i domestici per annunziare l’evento. Enrico IV aveva dovuto sostener la guerra per condurre la pace; ed il Fuentes perpetuava la guerra senz’altro titolo che di turbar la pace. Ebbe continuamente in piedi un esercito fin di trentamila uomini, alimentati dai sudditi che doveano darvi alloggio e una lira per uomo e due per cavallo. Ciò intitolavasi prestito e anticipazione, per soddisfar al quale s’imponeva poi una tassa, ed i sudditi doveano bensì pagarla ma non ricevevano alcuna restituzione. Nel trattato di Lione colla Francia erasi posta la clausola che il Fuentes non sarebbe obbligato a licenziar le truppe che aveva in armi volendo adoprarle ad altre spedizioni: ond’egli con tale esercito teneva in isgomento i vicini, mentre ripeteva solenni proteste di pace, ingelosì il proprio re, che invano gli ordinò di mandare quell’esercito ne’ Paesi Bassi: perchè i decurioni milanesi faceano lamento delle nuove gravezze, e’ li cacciò prigioni; perchè il re lo disapprovava d’aver usurpato le attribuzioni del senato coll’applicare pene, rispose: — Voglio far a modo mio; e chi ne preferisce un altro, può venir a prendere il mio posto, e lasciarmi tornar a casa».
Fondato sull’averla l’imperator Venceslao investita a Gian Galeazzo, il Fuentes pretese togliere la Lunigiana al granduca, e spedì armi, mentre lui e i marchesi di Malaspina citava alla camera di Milano perchè rilasciassero quelle giurisdizioni. Il granduca rispose coll’armarsi, e il Fuentes desistette. Però, dacchè Francia ebbe rinunziato a Saluzzo, i politici conobbero che l’Italia rimaneva in arbitrio della Spagna[68]; e il Fuentes volle profittarne subito coll’occupare il marchesato del Finale, posto fra il Saluzzese e Genova, e che metteva la Lombardia in comunicazione col mare, sicchè potrebbe avere truppe di Spagna senza passare pei Grigioni o pei Veneziani. Già l’Albuquerque avealo invaso nel 1571 durante una sollevazione, fingendo temere non l’occupassero i Francesi; ma l’imperatore che n’era signor diretto, lo ridomandò col patto di tenervi guarnigione tedesca. Ora possedendolo l’ottagenario Alessandro Del Carretto, il Fuentes se lo prese con Monaco e Novara, per quanto i principi esclamassero, e sovra tutti il duca di Savoja che da un pezzo v’avea la gola.
All’estremità del lago di Como il Fuentes fabbricò un forte detto dal nome suo, per dominar il passo verso i Grigioni, allora padroni della Valtellina, e collegatisi colla Francia e con Venezia. Un altro ne voleva munire a Soncino per intercidere la comunicazione fra Venezia e gli Svizzeri; al tempo stesso che il vicerè di Napoli preparavasi a fabbricarne uno a Longone, che avrebbe comandato a Portoferrajo e a Livorno de’ Toscani, a Civitavecchia del papa, alla Corsica di Genova; oltre che da un forte avanzato in mare imporrebbe agli Olandesi ed Inglesi che frequentavano Livorno, ed agevolerebbe i tragitti di Spagna in Italia. Insomma il Fuentes, dice il Boccalini, «più che al governo de’ popoli, attese alla dannosa agricoltura di seminar gelosie e piantar zizzanie»; ma lo scusa l’essere stato «in Italia un portento non più veduto, officiale spagnuolo nemico del denaro»[69].
Gli fa riscontro don Pedro Tellez y Giron duca d’Ossuna, uno de’ signori della corte spagnuola più rinomati per vivacità ed ingegno. Coi frizzi suoi disgustò Filippo III, il quale lo chiamava il gran tamburo della monarchia; rimosso dalla Corte, guerreggiò in Fiandra, dove Enrico IV dilettavasi dell’ingegno di lui, e Giacomo I di disputar seco sulla lingua latina. Richiamato e colmo d’onori, persuase a riconoscere l’indipendenza dell’Olanda, si oppose alla cacciata dei Mori, ma questa tolleranza e alcune arguzie il posero in briga colla santa Inquisizione. Cansatosene, fu mandato vicerè in Sicilia (1610). Accorto, suntuoso, spirito forte, orditore d’intrighi e tessitore di novità, disposto a valersi di tutta l’autorità concessagli e più, come tutti di quel tempo, adoperava mezzi triviali a disegni giganteschi. Teneva allegra la gente, spesso aperto il teatro, oltre le maschere, il carnevale mandò fuori quattro carri di vino e di prosciutti e di camangiari, che lasciò saccheggiar alla plebe: una volta ordinò che tutti gli abitanti di Palermo il giorno di carnasciale uscissero in maschera; un’altra i magistrati di Messina e tradurre in ferri a Palermo. Avendo fatto prendere e appiccare un prete delinquente ricoveratosi in chiesa, l’arcivescovo lo dichiarò incorso nelle censure, ed egli piantò la forca davanti alla porta del vescovado, minacciandola a chiunque entrasse o uscisse, e fu forza assolverlo. Represse i masnadieri e le correrie dei Turchi, rialzò le vecchie fortificazioni, ed ebbe principal parte alle spedizioni del 1613 e 14, in cui la Spagna si segnalò di vittorie: da cinquantamila Turchi fe schiavi, liberò da diciassettemila Cristiani, delle prede usando gran larghezza ai poveri.
Richiamato in Ispagna (1618), fu presto mandato vicerè a Napoli, e venutovi con dodici galee, di cui tre eran sue particolari, e con 200 persone, nella sua prima grida diceva: — Fra gli altri disordini sappiamo esser quello del disprezzo che si fa dalla nobiltà alla plebe, donde l’odio di questa verso di quella, e detrimento alla tranquillità pubblica. Particolarmente dispiace al popolo d’intendere alcuni nobili e titolati servirsi, parlando del vulgo, della parola di canaglia. Ciascuno stia nel suo dovere; il vulgo rispetti la nobiltà, e questa si astenga di disprezzarlo... Come in questo regno sono molti gli ecclesiastici e spesso infratellandosi e insinuandosi troppo con secolari, dimenticano l’obbligo che devono al loro carattere, e si fan lecito di parlare in pubblico con petulanza e arroganza di quelli, a’ quali devono onore e rispetto, col pretesto di aver diritto a censurare i vizj, sappiano che, essendo anch’essi sudditi al re, avremo particolar cura che siano rispettati o castigati secondo si comporteranno». Parole che fanno bel sentire ai vulghi.
Represse gli ecclesiastici che speculavano sui testamenti; cassò una tassa, concessa ai Gesuiti, su ciascuna libbra di pane; impedì s’impiantasse l’Inquisizione spagnuola sul continente. «Fece buttar un bando, sotto pena della vita ai soldati, che niuno possa cacciar fuori la spada per far briga; e di cinque anni di galera a chi quelli spartisse, non essendo soldato»; e mandò alla forca due fratelli soldati che per difendersi poser mano alle spade. In una festa si fa tumulto? ed esso invia alla galera due litiganti: passando pel mercato, ode il popolo lamentarsi d’un vinajo o d’un gabelliere? esso gli fa dare cinquanta bastonate: un forzato gli grida che il suo aguzzino lo tiene in ferri più del tempo prescritto? il vicerè fa sciogliere il galeotto, e metter al suo posto l’aguzzino. Giustizia sommaria, che Dio ce ne scampi.