Ugo di Moncada storico, il primo che unisse il titolo di vicerè a quello di capitano generale del regno e delle isole, vide il popolo levarsegli in aperta ribellione, e lo represse atrocemente. Ettore Pignatelli mandato a scambiarlo, non potè indur pace, anzi col rigore esacerbò i tumulti a Catania, poi peggio a Palermo, ove Gian Luca Squarcialupo congiurò (1517), insorse, uccise i consiglieri, mise a tumulto e ruba tutta l’isola; nè il vicerè seppe opporvi che un’altra congiura, mediante la quale Guglielmo Ventimiglia riuscì a trucidare lo Squarcialupo e moltissimi faziosi: gli altri furono mandati al supplizio alla spicciolata.
Ne crebbero i rancori, e gli inveleniva Francesco I; Pompilio Imperatori co’ suoi fratelli, esclusi dal perdono, s’accordarono con Marcantonio Colonna per impadronirsi dell’isola, ma scoperti, diedero altre vittime ai patiboli. A Sciacca intanto fra i Luna e i Perollo ostinavasi da mezzo secolo una nimicizia, che poi proruppe in guerra aperta (1529) e ferocissime vendette, finchè i Luna dovettero rifuggire a Roma presso Clemente VII loro zio.
Nè mai l’isola s’incallì al giogo: poi rinnovavansi ogni tratto le correrie de’ pirati, le eruzioni dell’Etna, le devastazioni ora de’ masnadieri ora de’ soldati; sicchè il commercio interno era scomparso, le campagne a mare spopolate e incolte; e dopo speso a fabbricare fortezze, a munir coste, a regalare i soldati che difendeano, toccava di vedere il paese devastato nella peggior maniera.
Molto costava alla Sicilia il dominio delle isole, cioè le Gerbe, Malta, Gozo e la conquistata città di Tripoli; finchè Carlo V non cedette Malta ai cavalieri di san Giovanni, che dovevano fare ogni anno omaggio d’un falcone al vicerè di Sicilia. Questa diede denari ed uomini per fortificarvi la Valletta, e ajutare nella spedizione di Tunisi Carlo V, il quale al ritorno approdatovi, in Palermo giurò osservarle i privilegi, ed ebbe un dono di ducencinquantamila scudi. In fatto rimanevano intatti i parlamenti, col diritto di votare; e i re giuravano la costituzione, di modo che la nazione rimaneva distinta dal re.
Fin dal 1513 vi si era introdotta la santa Inquisizione, non repulsata come in terraferma, anzi creduta opportuna contro le esuberanze dei magistrati, talchè molti alla giurisdizione di quella si sottoponeano volontarj[65]. Presto cominciò ad operare, non solo indipendente ma come superiore al Governo; scomunicò perfino la gran corte e l’arcivescovo, e convenne che il governatore duca di Feria mandasse mille armati (1602) contro il palazzo ove i padri inquisitori s’erano afforzati. Non per questo si frenarono, e nel 1641 diedero il primo spettacolo d’un auto-da-fè sopra un francese Verron calvinista, un moro battezzato e relapso di nome Tedesco, e un Tavolara calabrese agostiniano. Frà Diego La Matina, uomo erculeo, condannato alla galera dal Sant’uffizio, si adoperò a pervertire i compagni; messo poi in carcere, spezzò le manette, e avventatosi sull’inquisitore venuto alla visita, l’uccise: per ciò condannato al fuoco, fu arso pubblicamente il 1658. Nel 1724 è memoria del supplizio di Gertrude Maria Cordovana, pinzochera Benedettina, e frà Romualdo laico agostiniano, rei di quietismo.
Il re aveva nell’isola anche autorità pontificale, in forza della così detta monarchia; e gravi cozzi ne nasceano colla Corte romana, attesochè i vicerè spesso ne abusavano, volendo a quel tribunale trarre le cause direttamente (per viam saltus), e non solo per gravame (per viam gravaminis); vi metteano giudici secolari; non soffrivano d’appellarsene a Roma; e Pio V e Gregorio XIII n’ebbero lunghe quistioni con Filippo II.
Nel 1558 vi fu istituito il tribunale del concistoro, poi riformati internamente i giudizj, coordinando gli appelli. Caddero allora i sommi uffizj della corona; e al gran giustiziere, al gran camerlengo, ai gran cancellieri si surrogarono i presidenti della gran corte, del concistoro, del patrimonio: restavano il gran siniscalco per mera onoranza, e il protonotaro che nelle assemblee prendea la parola a nome del re.
La feudalità, che Ruggero e Federico II si erano affaticati a svellere, vi fu consolidata dagli Aragonesi, che nella lotta voleano essere sostenuti dal favore dei Grandi. Re Giacomo alla sua coronazione creò quattrocento militi; più di trecento re Federico, e assai conti; e forse tre quarti de’ Comuni legaronsi in feudi[66]. Carlo V introdusse anche duchi e principi; e la nobiltà feudale vi conservava molta potenza. Il principe di Butéra, primo titolato di Sicilia, nelle solennità pubbliche inalberava lo stendardo regio, come succeduto ai gonfalonieri di Sicilia; poteva anche armare una compagnia di cavalli con trombe, tamburi, insegne, al modo stesso delle compagnie reali. Alcuni baroni univano in sè otto, dieci, fin venti signorie differenti. Tal era «Luigi Ruggero Ventimiglia e Sanseverino dei Normanni, degli Svevi e d’Aragona, per la grazia di Dio XXII conte di Ventimiglia, marchese di Lozana, delle alpi Marittime, conte d’Ischia maggiore, Procida, Lementini, XVIII conte-marchese di Geraci, principe di Castelbuono e di Belmontino, marchese di Malta e di Montesarcio, duca di Ventimiglia, barone di San Mauro, di Pollina, Bonanotte, Rapa, Calabrò, Rovitella, Miano, Tavernola, Plocabiava e Mili, primo conte in Italia e primo signore nell’una e nell’altra Sicilia, grande di Spagna di prima classe, principe del sacro romano Impero, gentiluomo di camera di sua real maestà con esercizio». Ercole Michele Branciforti e Gravina, oltre i diciannove feudi che componeano la signoria di Butera, era principe di Pietraporzia, duca di Santa Lucia, marchese di Militello, Val di Noto e Barrafranca, conte del Mazzarino, Grassoliato, Raccuja, barone di Radali, Belmonte, Pedagaggi, Randazzini co’ suoi casali e pertinenze, signore delle terre di Niscemi, Gran Michele, del lago Biviere di Lentini, dei feudi di Braccalari, Gibilixeni, Sijuni colla torre di Falconara[67].
V’ebbe anche in Sicilia vicerè benefici, e soprattutto fastosi. Garzia Toledo a Palermo fece costruire il molo e la via principale, un arsenale a Messina, una fortezza in Malta, due castelli ad Agosta. Marcantonio Colonna crebbe il fabbricato dell’Università di Catania, abbellì di porte Palermo. Ma quando moltiplicavansi qui pure chiese sontuosissime e di mal gusto, divenivano inservibili i porti, impraticabili le strade; invano Palermo domandava un prestito per fare una gettata allo stupendo suo porto; invano ripeteasi che «per non vi esser ponti in molti fiumi, ogni anno si annegano infinite persone, dal che nasce la perdizione di tante misere anime... in disservizio di Dio ed aggravio della coscienza di sua maestà». — Il vicerè (scriveva il residente pel granduca) usa di tutti gli artifizj per cavar denari assai di questo regno, che è omai ruinato affatto... Il cattivo governo che hanno tutte le città, le conduce a termini disperati...; o per un verso o per un altro, voglion danari; cosa che atterrisce vedendo sete inestinguibile... Le fortezze sono omai state riedificate tante volte; perchè il vicerè del regno e altri ministri hanno avuto, quasi d’ordinario, per fine di far ruinare quelle che ha fatto l’altro, e di nuovo, secondo il suo parere, far riedificare. Il che non è meno d’incredibile spesa alle città del regno, che sia di comodità a’ ministri d’arricchirsi». La prosperante industria degli zuccari perì dacchè si mantenne il dazio sullo asportato, mentre ricevevasi quello d’America.
Anche il mantenere la Goletta in Africa porgea pretesto ai vicerè di rincarire e incettare il vino, gli olj, i salumi, il grano, che poi invece si spedivano tutt’altrove. Insomma vuolsi che, ne’ ducenventisette anni della dominazione vicereale, l’isola pagasse a Spagna mille centrenta milioni di ducati, cioè da cinquemila milioni di lire.