I nobili si lamentavano di veder dati a forestieri tanti impieghi, creati per loro dai re antecedenti. Ma non aveano nè forza per contrastare alla Spagna, nè generosità per affratellarsi al popolo; e i puntigli d’onore non li rimoveano da bassi delitti; menavano lunghe brighe per titoli sonori o preminenze, o per ottenere di coprirsi il capo davanti al re, come i grandi di Spagna; faceansi vanto dell’ozio, vergogna dell’industria, non badando personalmente ai proprj interessi, ma a caccie, feste, esercizj cavallereschi; e col fasto puntiglioso allontanandosi più sempre dal popolo, colle aderenze lo tiranneggiavano; perchè un dottore non gli diè dell’eccellenza, il principe di Colla gli avventò un campanello, che andò a spezzar la testa ad un vecchio; votavano senza misura le imposte, da cui gli esimevano i privilegi, o che prendevano in appalto impinguandosi della miseria pubblica.
Quali costumi poteano aspettarsi da servitù accompagnata con disordine? Alle passioni violente e iraconde lasciavasi corso, non so se col proposito, ma certo coll’effetto di scomporre gli elementi della nazionalità; un Comune nimicavasi all’altro, famiglie a famiglie, città a città; degli antichi partiti aragonese e angioino si resuscitò il nome per rammemorare che si erano odiati una volta, e che doveansi odiare ancora. Lassi i legami domestici, se non quando si trattasse di sostenere puntigli. Donne di primarie famiglie non vergognavano d’essere le palesi drude del vicerè, come la marchesa di Campolattaro di casa Capua, la principessa Conca degli Avalos. Gl’intrighi delle viceregine aggiungeano viluppi alle avventure giornaliere, e qualcuna porgeva lezioni ed esempio di scandali: nel carnevale del 1639 la moglie del Medina diede in palazzo un ballo mascherato, ove essa e ventitre delle più belle figurarono in mitologica nudità. E balli e mascherate e teatri erano spassi desiderati dai vicerè; e nelle loro entrate, o negli avvenimenti della Corte «aprivansi le cataratte del giubilo per versarne torrenti di contentezza».
Alle cortigiane era vietato comparire per città in carrozza, nè in barca alla prediletta riva di Posilipo, pena la frusta; e il pernottare nelle osterie: ma grande n’era il numero, e frequentate le loro case da nobili, nuovo incentivo a baruffe e duelli e uccisioni, come le giostre, le corse, i combattimenti d’animali, le passeggiate, i corsi. Di duelli sono pieni i ricordi de’ tempi, sì da formarne il punto più rilevante nella vita de’ giovani nobili. Alcuni servivano nelle armi, i più alla Corte; ma in questa non trovavano nè splendore nè potenza quanto i Francesi; non avendo dinastia nazionale, cui consacrare la loro lealtà, riducevansi a corteggiare un vicerè straniero, effimero e subalterno anch’esso. Ricordavansi dell’età feudale, quando i loro padri somigliavansi a re? era solo per trarne frivole pretensioni; i vicerè piacevansi a mortificarli, e personaggi d’alta nascita sottoposero alle procedure e alle pene ordinarie, sostenuti per debiti, arrestati dai birri. Frequenti si ripetevano i bandi contro i giuochi di zara; eppure dai nobili avventuravansi centinaja di ducati sulle carte o sui dadi: nel 1631 Gian Giacomo Cossa duca di Sant’Agata ne perdè diecimila al tarocco; Vincenzo Capece si fece un’entrata d’oltre sessantamila ducati col prestare somme pel giuoco[62]. Oltre i ridotti privilegiati, vi servivano case particolari; e in quella del cavaliere Muzio Passalacqua, al tempo del secondo duca d’Alcala, Bartolomeo Imperiali perdè una sera seimila ducati: eppur era genovese, riflette il cronista.
Altri, rotta nimicizia colla società, si riducevano in bande, che protette da chiunque non voleva esserne straziato, taglieggiavano i viaggiatori, parteggiavano in quelle frequenti sommosse, e non che i birri, affrontavano anche i soldati. Verso il 1660 l’abate Cesare Riccardo uccise il duca di San Paolo, facea scorribande attorno a Nola, e fin in Napoli entrava e usciva sconosciuto, svaligiava i procacci bruciandone le lettere, impedì il trasporto della neve, e minacciò pur quello del grano se non gli si otteneva perdono. La costoro faccenda raddoppiavasi quando, in occasione di conclave, moveansi i prelati. Per reprimerli si nominò un commissario di campagna, che dovea provvedere con piena e sommaria autorità agli attentati in Terra di Lavoro, cioè ne’ dintorni della capitale; avventavansi gride civili e monitorj ecclesiastici, bandivansi taglie fin di trecento ducati per testa, affinavansi supplizj: ma come estirparli quand’erano protetti dai grandi che di loro si valevano? e qual giudice avrebbe osato condannare un nobile e nimicarsi tutta la parentela? I vicerè medesimi accettavano regali per tollerarli; poi o il papa o il granduca li prendeano al soldo per danneggiare i nemici. Urbano VIII gittò sul Sanese il Tagliaferro con una banda d’assassini: Ferdinando II granduca prese a servigio Cesare Squilletta, detto frà Paolo, il quale andò nel Regno a reclutare quanti banditi trovava: Giulio Pezzola ben cinquecento ne adunò, coi quali mise a ferro e fuoco sin i contorni di Roma; un Pagani ne portò un migliajo a devastare Rieti e Spoleto. Un nunzio si querelava che i monasteri fossero il più solito ricovero di costoro: i Benedettini di Montevergine ad Avellino vi teneano mano: e se la giustizia violasse gli asili, ne nasceano dissensioni fra le due autorità. Sotto il duca d’Alcala, Gian Vincenzo Dominiroberto barone di Pellascianello e capobande, essendo stato côlto in una chiesa, fu condannato a morte, per quanto il nunzio e il vescovo reclamassero la santità dell’asilo, e il vulgo mormorasse aspettandone la grazia.
Frequentissime rinascevano le quistioni giurisdizionali coi vescovi, caldeggianti le pretensioni curiali, e che non credevano necessario l’exequatur regio alle bolle di Roma; donde gravi sommovimenti. Gli avvocati, al solito, favorivano al Governo; il popolo stava per le libertà; e il Giannone declama vivamente contro le pretensioni dei frati e preti, che in forza della bolla In Cœna Domini resistevano all’aumento delle pubbliche gravezze; e dice che assolveano anche chi le fraudava, perchè imposte senza licenza papale[63].
Viceregnando il cardinale Granuela, un ladro fu côlto dai frati nella chiesa di San Lorenzo, i quali, ben bastonato, lo consegnarono ai bargelli dell’arcivescovo. Il sacrilegio era un caso misto, ove cioè presumeasi competesse il giudizio a chi preveniva: ma il Granuela, trattandosi d’un laico, chiese più volte il reo; e negandolo l’arcivescovo risolutamente, mandò a torlo per forza dalle carceri. L’arcivescovo fece dal vicario scomunicare chi avea tenuto mano a tal fatto, e il cardinale fece inchiostrare o stracciare i cedoloni della scomunica, e spicciato il processo, appiccare il reo; insieme ordinò al vicario uscisse dal regno, si arrestassero consultori, cursori, cancelliere, insomma chiunque avea avuto parte alla comunicazione della scomunica. In un caso simile a Milano, il papa avea preteso gli scomunicati andassero per l’assoluzione a Roma: Filippo II approvando l’operato del Granuela, vietò quest’umiliazione; onde il papa a lamentarsi e al fine contentarsi che ricevessero privatamente l’assoluzione.
I giureconsulti napoletani acquistarono gran nome col propugnare l’autorità regia; e il Chioccarello laboriosissimamente raccolse in diciotto volumi le scritture favorevoli alla giurisdizione principesca contro le usurpazioni clericali, e un’infinità di decisioni, massime della Rota romana e del sacro consiglio di Napoli; quistioni, controversie, consigli, allegazioni, con citazioni interminabili e conclusioni generali. Sull’orme di lui il Giannone informa de’ giureconsulti, professione moltiplicata siccome via d’onori e guadagno allorchè l’incremento degli affari e la complicazione delle leggi portò ad aumentar giudici, ruote, curiali. Le decisioni di Vincenzo De Franchis, reggente del supremo consiglio d’Italia, erano citate per tutta Europa.
Quei paesi diedero anche pensatori robusti, degni di stare fra i rinnovatori della scienza, siccome Bernardino Telesio, frà Giordano Bruno, frà Tommaso Campanella, dei quali a lungo parleremo (Cap. CLVIII). Quest’ultimo si occupò assai di politica e d’economia, favorendo la dominazione papale e la spagnuola; eppure è contato fra i martiri della libertà e dell’indipendenza nazionale. Perocchè da astrologie, dall’Apocalissi, da profezie di santa Brigida, dell’abate Gioachino, del Savonarola, di san Vincenzo Ferreri indusse che il 1600 porterebbe grandi rivolture nel regno di Napoli. Parlasse egli persuaso, o adoprasse le armi del tempo, trovò ascolto (1599), o di lui si valsero i maneschi per tentare novità in Calabria. Frà Dionigi Ponzio di Nicastro avea rotto la testa a un converso, disobbedito al superiore che lo relegava in un convento, preso le armi con banditi per vendicare l’uccisione d’uno zio: e fermato a Stilo, patria del Campanella, e udite le profezie di questo, le divulga in modo che sembra un turcimanno di lui, come altri banditi de’ quali il Campanella valeasi per combinare concordie. Fu dunque creduto cospirassero per la rinnovazione politica del paese, predicando una repubblica di cui sarebbero centro Stilo, e mezzi di riuscita la parola di trecento frati e quattro vescovi congiurati, e le armi di mille ottocento briganti; uccidendo chiunque renuisse, e nominatamente i Gesuiti. Il vulgo si persuade facilmente che un’oppressione venuta al colmo sia vicina a finire: le rivalità della Francia, che fomentava i malcontenti e gli ambiziosi, porgeano speranze; i cospiratori non isdegnarono ricorrere al bascià Cicala: ma eccoli prevenuti; arrestati quei che non poterono camparsi; condotti a Napoli sopra le galee, due furono squartati lì lì per esempio; altri arsi, impiccati, messi al remo.
Ai nostri giorni nella Vallintelvi sul lago di Como fu ordita una sollevazione da pochi preti contro Napoleone, certo men seria di questa, e i preti colti furono mandati al patibolo, quando appena meritavano l’ospedale dei pazzi. Ma allora gli ecclesiastici erano protetti dalle immunità, e i frati e il Campanella impetrarono d’essere processati dal Sant’Uffizio, anzichè da’ patrj tribunali. La cospirazione ebbe gli effetti soliti; fughe, morti, multe; il parlamento volle attestare la fedeltà del Regno col decretare al re un donativo di un milione ducentomila ducati, e di venticinquemila al vicerè che aveva campato il paese da tanto pericolo![64]
I guaj di Napoli erano comuni alla Sicilia, due cadaveri legati al medesimo patibolo. Si agitavano ancora le sorti italiane nel Cinquecento, e già quelle dell’isola erano state decise, toltale l’indipendenza, e anticipati i mali del servaggio, del quale parvero inseparabili le fami, le sollevazioni, i partiti di famiglia.