Quando mancasse d’ogn’altro compenso, il Governo ricorreva ai prestiti forzati. Nel 1605 il Benavente ne impose uno alle banche, e poichè nicchiavano, cominciò a prendere sessantamila ducati sopra sei istituti di beneficenza, promettendo l’otto per cento.
La banca del debito pubblico trovavasi spesso in secco; nel 1622 il cardinale Zapata ridusse i capitali deposti a due terzi del valore; nel 1625 per più giorni si sospesero gli affari. Che più? Qualche Comune comprò il diritto di ribellarsi a nome del re, onde schermirsi dalle prepotenze del fisco.
Uno essendo l’esercito della monarchia spagnuola, soldati nostri guerreggiavano per tutta Europa, in Asia, in Africa, in America; mentre qui di guarnigione avevamo Valloni, Tedeschi, Spagnuoli. Quattromila pedoni sotto un maestro di campo e un auditore formavano il terzo di Napoli: la cavalleria contava mille corazzieri e quattrocencinquanta mila armati alla leggera[60]. Vuolsi che il Monterey in sei anni mandasse in campo quarantottomila pedoni e cinquemila cinquecento cavalieri, la più parte indigeni, con ducentotto cannoni, settantamila fucili ed altre armi e galere, navi di trasporto, munizioni ed ogni occorrente: e sul fine della sua amministrazione colpì la capitale con quindici milioni di ducati, che la più parte convertì in armamenti e soldi. Poi se si avvicinavano le flotte francesi, bisognava la città stessa si armasse a propria difesa.
L’Alcala istituì i battaglioni nazionali, per cui ogni cento fuochi doveasi dare quattro pedoni e un cavallo, formando ventiquattro o trentamila uomini, obbligati solo a servir in paese, e stipendiati in tempo di guerra. Re Alfonso I aveva introdotto cavalli di Spagna, donde le belle razze che finora non degenerarono.
Fernando il Cattolico credette favorire l’industria paesana col gravare l’importazione de’ panni, e soltanto per privilegio concedere a forestieri di quivi fabbricarne: e molto in fatto se ne lavorò a Napoli non solo, ma ad Aquila, Teramo, Ascoli, Arpino, Isola di Sora, Piedimonte d’Alife, e in Calabria. Crebbero poi le seterie, tanto che a metà della popolazione di Napoli davano occupazione di fabbricare stoffe d’ogni qualità, sino ai broccati d’oro, insegnati dai Veneziani; e moltissimi ne consumava la Corte e la nobiltà per abiti e per addobbi delle case. Non che però quest’industria si ampliasse mediante le nuove vie aperte al commercio e le agevolate comunicazioni, fu ristretta da improvvide prammatiche. Principalmente il vicerè duca d’Arcos nel 1647, oltre circuirla di mille ceppi, volle quel lavoro proibire alle provincie; e il vendere, tingere, tessere la seta fu riservato «a’ compratori e agli industriali della regia dogana di Napoli», a cui pertanto i produttori doveano vendere i bozzoli. Nel 1685 fu vietato d’introdurre invenzioni nuove in questa manifattura, nè si esponessero al mercato che stoffe lavorate al modo antico e cogli antichi prezzi.
Reca stupore che con tali provvedimenti non sia perita quest’arte; e qui dovremmo ripetere quello che dicemmo della Lombardia sull’improvvida azione governativa. Nel 1618 fu proibito, pena la galera, d’indorar quadri o altro, sinchè non fosse finito d’indorare il nuovo galeone. Per mille altre vaglia la grida che gli eletti della città di Napoli, conforme a molte precedenti, pubblicarono il novembre 1649, portante 1º che nessun tavernajo o venditore di vino a barili o a caraffe tenga o venda vini guasti, spunti, sbolliti, aversiti, aceti o d’altra mala qualità; 2º non mesca il vino mazzacane col vin vecchio; 3º non venda una sorta di vino per l’altra; 4º dia la giusta misura, con le caraffe zeccate dal credenziere; 5º non dia o venda pane minore della misura corrente, nè tenga pane fatto in casa; 6º non compri carne, trippa o altre merci in tempo di notte, ma solo un’ora dopo fatto giorno, acciò possano i cittadini provvedersi; 7º non compri pesce in mare o in terra nel distretto di Napoli, nè di notte, ma vada comprarlo alle pietre alle ventitre ore di sera, o in quaresima un’ora prima di mezzogiorno, e nelle altre vigilie alle due dopo mezzogiorno, acciò possano i cittadini provvedersi; 8º non venda nè giorno nè notte carne o pesce crudo, e neppur cotti da portar fuori; 9º non compri filetti di porco di notte, ma solo di giorno e dopo le diciannove ore». Ciascun punto è corredato di gravissime minaccie pecuniarie e corporali, «e altre pene a nostro arbitrio riserbate giusta li bandi antichi».
Di sì opportune coste, di sì grati terreni poco approfittavansi l’industria ed il commercio: le servitù rurali pregiudicavano all’agricoltura, e i pastori conducevano pochi armenti su campagne che sarebbero bastate a nutrire un popolo. Francesco Bobbi scriveva al duca di Firenze l’11 novembre 1549: — Le strade, non solo in questo regno, ma per tutto fino a Roma, sono rotte di sorte, che è impossibile senza una compagnia almanco di cento cavalli, che si possi andare di qui là».
Tornava pure di danno la moltitudine de’ frati, propagatori d’una devozione sragionata e d’un profluvio di miracoli, possessori d’immensi tenimenti alla campagna e di estesissimi quartieri in città, perocchè i legulei sosteneano che i proprietarj di case e terre confinanti a monasteri le dovessero ceder loro a prezzo di perizia. Udita quella miseria pubblica, fa meraviglia la ricchezza delle chiese, tra cui basti accennare la certosa di San Martino e la cappella di San Gennaro; la prima tutta a marmi intagliati e musaici, cogli altari di pietre fine, i balaustri di bei marmi e porfidi, e ogni cosa fiorami, rosoni, ghirigori; nell’altra in sole pitture si spesero trentaseimila ducati e un milione nelle altre opere, oltre l’inestimabile tesoro: pochi anni prima della sollevazione di Masaniello, ducentomila ducati vi si erogarono all’altare della Nunziata, macchinosa opera del Fanzaga; e tesori in un ciborio dei Teatini.
E veramente le spese delle congregazioni e l’ambizione de’ governatori davano aspetto di gran bellezza e magnificenza a Napoli. Al tempo del Monterey, questa avea ventimila fabbriche, quarantaquattromila fuochi, trecentomila abitanti; giornalmente consumavansi quattromila moggia di grano; ogni mese spendeasi trentacinquemila ducati in legumi e verdure; ogni anno centomila staja d’olio (6400 ettolitri), quindicimila centinaja di carne salata, ventimila di pesci, seimila di caci, centomila bestie da macello; da’ soli pubblici magazzini vendeansi annualmente trentamila botti di vino oltre il particolare. La gabella dei frutti rese ottantamila ducati. Alla dogana riceveansi da seimila casse di zuccaro, duemila di cera bianca, trecento di spezierie, ventimila centinaja di mandorle. Per panni forestieri spendeansi da quattrocentomila ducati, ducentomila per nostrali, trecentomila per tele di lino veneziano, ducentomila per olandesi, cencinquantamila per lavori d’oro, e d’argento. L’introduzione degli spilli guadagnava quarantamila scudi l’anno. Moltissimo usciva in oggetti di lusso, stoffe di seta e d’oro per abiti e per tappezzerie, ricami e simili. E bastava girar Napoli per accorgersi qual ricca città fosse: oltre gli operaj che menano le loro merci in piana strada, oltre quei che hanno manifatture in casa, in ogni via, in ogni viottolo trovasi una quantità di gente che accalcano, urtano, portano senza riposo: entrate nelle chiese dove si predica? vi trovate una folla di persone: andate ai tribunali? stupite di tanto rumore: le strade sono piene di gente a piedi, a cavallo, in carrozza, sicchè ne viene un ronzìo come da un alveare[61]. Ivi e commercio e uffizj dove guadagnare, largizioni da fruire, limosine e scrocchi da godere vi cresceano la popolazione; molte le case forestiere, principalmente di Genovesi, come gli Spinola, i Mari, i Serra, i Ravaschieri.
Ma questi incrementi erano a scapito delle provincie, abbandonate a sè. Il popolo dappertutto giaceva inerte, malvestito, malpasciuto, rissoso, pronto alle armi; eppur vile; e come chi sta male, desiderava le novità e le cose in aria, malcontento sempre del Governo, ma non del re; rispettoso a questo, non alla giustizia. Lo spergiuro e il testimonio falso era sì comune che, quando voleasi introdurre la santa Inquisizione spagnuola, si rimostrò che nessuno più avrebbe pace, attesa la consuetudine d’attestare la bugia. Il falsare monete e tosarle era pure divulgatissimo, e preti e frati e nobili e donne, vi si ingegnavano: sotto lo Zapata fu appeso alla forca Lisco di Ausilio, che a diciotto anni con quest’arte erasi formato un’entrata di quarantamila ducati.