Un’altra passione avea, quella de’ quadri; perocchè l’arte di Verre fu un nuovo erpete del viceregno, volendo gli Spagnuoli arricchire i loro palazzi di Madrid con capidarte italiani. Il Medina ne tolse quanti potè alla città, e fra gli altri la Madonna del pesce di Rafaello; e perchè il priore di San Domenico reclamava, lo fece da cinquanta uomini a cavallo accompagnare ai confini: levò dalla chiesa stessa un quadro di Luca di Leyda, da Santa Maria della Santità un Rafaello, un Giulio Romano dagli Incurabili; compensando colla fontana che porta ancora il suo nome. Altrettanto usò il Monterey: don Pedro d’Aragona portò via anche sculture, e avrebbe levato la bella fontana di Domenico d’Auria a Santa Lucia se i pescatori non si fossero opposti.

La moglie del Monterey era sorella del conte duca d’Olivares, e perciò sublimando di pretensioni, alle dame ripeteva che a lei bisognava dirigersi, non al vicerè, chi volesse grazie; e quando una bella dama impetrò da questo un posto di giudice per suo marito, essa la battè colle pantofole, giacchè le pantofole non lasciava mai.

Far denaro, era il supremo se non l’unico scopo del Governo. La tassa de’ fuochi nel 1505 avea versato al fisco 393,517 ducati: quarantacinque anni dopo ne rendeva 700,000: e dopo altri venticinque, l’ambasciador veneto la valutava a 1,040,248; sicchè egli ragguagliava l’entrata del regno a 2,355,000 ducati, cui doveansi aggiungere 600,000 di donativo ordinario, 225,000 pei pascoli della Puglia, 214,500 per le dogane, 375,252 per la decima del clero. Poi nel 1640 la tassa dei fuochi era il doppio del 1505.

Carlo V aveva promesso e giurato che nè esso nè i successori metterebbero gabelle sulle Due Sicilie senza permissione della santa Sede; se il facessero, autorizzava il popolo a prendere le armi. Eppure nessun vicerè passò senza imposizioni, sempre più ingorde e irrazionali. Il Monterey riscosse per quarantaquattro milioni di ducati in gabelle straordinarie, per levare truppe a servizio del suo re. Il Medina succedutogli, per quarantasette milioni. Quando gli successe l’almirante di Castiglia, undici milioni di ducati d’oro assorbiva il solo interesse delle gabelle, il cui fondo era stato venduto a novantamila persone, talchè di quell’ingente esazione non un carlino perveniva all’erario. Egli ne sporse doglianze alla Corte, ma venutogli in risposta di mandare nuovo denaro, dovette imporre altre tasse per un milione e centomila ducati, levandole (giacchè più altro non rimaneva) sopra le pigioni. Tal susurro ne nacque, ch’egli stimò prudenza sospenderle; ma «i ministri spagnuoli, deridendo la timidità di lui, lo trattarono da uomo di poco spirito, inabile a governare un convento di frati» (Giannone), e gli diedero lo scambio.

La coronazione, le fascie d’un neonato, le pianelle della regina, la spedizione d’Africa, la guerra della Germania, le fortune e le disfortune erano titoli di donativi; a ciascuno metteasi la condizione di non aggiunger altro tributo, e subito se n’inventava alcun di nuovo. Nel 1643, dopo le gravissime sventure, si pagarono in donativi 11 milioni, o almeno furono decreti. Vorrebbesi che da Ferdinando I fino a Carlo II il regno consumasse 90,784,000 ducati in soli donativi, di cui 61,869,787 a carico de’ Comuni, 14,893,000 de’ feudatari 14,020,233 della città di Napoli, oltre 512 mila donati ai vicerè. Moltissimo fruttavano gli arrendamenti, cioè proibizioni d’olio, ferro, sale, seta, per asportare o importare i quali bisognava pagare. Le composizioni pei delitti rendeano da 60 mila ducati.

Le assurde leggi doganali spingeano al contrabbando, e questo rovinava gli onesti negozianti, mentre i frodatori côlti, o nella prigione si raffinavano al delitto, o si riduceano miserabili per riscattarsi. Oltre le esazioni, oltre i rubamenti dei vicerè e de’ loro aderenti, nei quali il re non avea colpa che di non impedirli, capitavano principi che bisognava festeggiare: poi alla loro partenza regalare i vicerè dell’aver sì bene amministrato.

Per far fronte a tante spese si vendevano le gabelle, togliendosi così il modo d’abolirle; poi per nuovi bisogni se ne creavano di nuove, da vendere anch’esse; si vendeano le terre demaniali; i Comuni si gravavano di debiti, e la sola città di Napoli dovea quindici milioni di ducati, il cui interesse pagava colle esorbitanti gabelle; s’introdusse la carta bollata alla maniera di Spagna; si trattò fino d’imporre un grano per testa al giorno ai centrentamila che vivevano alla giornata, uno e mezzo ai centrentamila che viveano di stato mediocre, due grani a’ titolati, gentiluomini, mercanti e altri lauti. Aggiungete le prammatiche sopra le vittovaglie; fin dal 1496 essendosi cominciato a determinare il prezzo del pane e dei maccheroni, bisognò somministrare farina e grani; e in paese pinguissimo si moriva d’inedia. — Qua spiritiamo dalla fame (scrivea un ambasciadore nel 1621); a mezzogiorno non si trova pane alle botteghe, perchè la plebe, all’alba, impaurita se ne provvede, e spesso di più del bisogno, e crede il vicerè voglia metter pena a chi ne piglia più dell’occorrenza quotidiana»[57].

Venduti feudi, titoli, terre, non restava che inventare nuove gabelle sulle frutte, sui capelli, sulle scarpe, sul pane, sull’uva secca, sulle ulive, sui legumi, sul cuojo, la seta, i vini e le botti, gli zuccheri, il sale, i salumi: insomma, com’ebbe a dire il Campanella, pagavasi fin per tenere la testa sul collo. Aggravj più pesanti perchè ne restavano immuni i nobili e il clero. Sotto tante esazioni bisognava gravarsi di debiti, e s’introdussero i Monti, cioè prestiti cumulativi, che cercavansi dalle università, dai Comuni, dai particolari, dai baroni, e che divenivano una nuova complicazione e un nuovo male.

E poichè l’esazione era difficilissima, si appaltavano, principalmente ai Genovesi. Questi attivissimi Italiani, di buon’ora e ne’ patrj commerci impratichitisi colle finanze, le esercitarono in tutti i paesi, e già al tempo di Filippo II aveano in mano tutte quelle del regno, e banche, carte dello Stato, debiti pubblici: piaceano alla Spagna perchè solidi; perchè inesorabili erano odiati dal popolo. L’Ossuna voleva che Naselli prendesse in appalto la dogana di Foggia; e perchè scusavasi in vista dei molti che già tenea, gli fu intimato uscisse di paese fra due giorni, pena la vita. Voleva un’anticipazione di ducentomila ducati sopra una gabella; e perchè gli appaltatori si scusavano, ne fece sequestrare provvisoriamente trecentomila ducati[58].

Al disordine delle finanze credeasi provvedere cogli infausti ripieghi di moneta bassa, di soldi sospesi agli impiegati, fin di misurare il pane alle famiglie[59]. Del contante provavasi tanta scarsezza, che nel 1573 si pagava il venti per cento; quattr’anni dopo il trentadue e mezzo sopra Roma; e nel 1621, il trenta per cento sopra Venezia (Bianchini). Quindi il mestiero della banca fruttava lautamente ai Genovesi; e fu considerato sventura pubblica il fallimento della casa Mari, che traevasi dietro tutte quelle di Napoli, se il vicerè non avesse per un intero mese dilazionate le scadenze.