De’ pubblici uffizj parte si vendeva, parte era conferita ad intriganti: Filippo IV metteva in vendita sin il diritto più prezioso, quello della giustizia «perchè conveniva al suo servigio l’ammassare il maggior denaro possibile»[55]. A volta a volta di Spagna erano deputati visitatori, con facoltà estesissime, talora fin indipendenti dal vicerè; e il popolo reputavasi beato quando li potesse ottenere forestieri: tanto malfidava dei proprj.
Il parlamento coi tre bracci continuava, come in Sicilia e in Sardegna; ma il clero fu tenuto umile, e fra gli altri ordini si seminarono gelosie coi titoli e col fasto, per indebolire l’opposizione.
I quali ordini erano i baroni o feudatarj, i nobili e il popolo. Re Martino moltissime terre infeudò, che invano volle redimere dappoi; re Alfonso vendeva e investiva per alimentare la guerra di Napoli; talchè di mille cinquecencinquanta Comuni, appena centodue rimanevano demaniali, e qualche barone possedeva sin trecento terre. Gli Spagnuoli perseverarono nel pessimo sistema, onde nel 1559, di mille seicendiciannove Comuni, soli cinquantatre appartenevano al dominio regio, e nell’86 soli sessantasette dei mille novecensettantatre, non computando i casali e i villaggi sprovvisti di rappresentanza municipale. Qualche grosso feudo era ricaduto alla Corona, come il ducato di Bari, dal tempo di Francesco Sforza appartenuto alla famiglia che dominò Milano, fin alla morte di Bona Sforza regina di Polonia, che lo lasciò a Filippo II col principato di Rossano: ma ne rimanevano d’importanti, come il principato di Salerno dei San Severino, quel di Taranto degli Orsini; i quali possedeano ben quarantaquattro luoghi negli Abruzzi, trentaquattro i conti di Celano, venticinque quei di Matera, e molti gli Acquaviva, i Caracciolo, ecc. Erano anche alcuni feudatarj stranieri, come i Farnesi di Parma principi d’Altamura in Apulia, e duchi di Civita di Penna negli Abruzzi; i Medici principi di Capestrano; i Gonzaga principi di Molfetta e duchi d’Ariano; i Cibo duchi d’Ajello.
Il Governo mal volentieri divideva l’autorità coi feudatarj, tanto più che recavano ostacolo all’esazione delle imposte, eppure la necessità di denaro obbligavalo a crearne di nuovi. Carlo V avea permesso ai Comuni di riscattarsi, e ridursi sotto l’autorità della corona; e molti il fecero a prezzi enormi, come Amalfi per duecensedicimila censessanta ducati, per cendodicimila Soma sul Vesuvio: per ciò doveano far debiti, e per pagarli ipotecavano o i beni comunali o qualche gabella o infeudavano parte del territorio, sinchè poveri e assediati si rivendeano, fortunati se cadessero in un buon signore. Lo stesso Governo talora dava in feudo quelli ai quali avea già venduta la libertà, se pur non potessero conservarla col pagarla quanto il fisco avrebbe potuto trarre dal venderli.
Ai baroni competeva il mero e misto imperio, e non solo alle antiche case, ma a ventisette nuove, poi a molti prelati, che l’indicavano col tenere la forca piantata. Essi giudicavano pure delle cause civili, e nominavano i magistrati, avendo così in arbitrio sostanze e vita dei cittadini. I dipendenti doveano macinare al mulino signorile, e far pane al suo forno, non vender vino, non viaggiare senza licenza del feudatario. Il 29 marzo 1536 l’imperatore avea stabilita una commissione per esaminare senza appello i doveri de’ vassalli: ma le carte presentate dai Comuni non furon rese che sotto il regno di Murat.
Le grandi cariche per lo più erano ereditarie, o comprate come titolo nelle famiglie: così erano connestabile un dei Colonna di Paliano; gran giustiziere uno dei Piccolomini di Amalfi, poi de’ Gonzaga di Molfetta, infine gli Spinelli di Fuscaldo; grand’ammiraglio i Cardona; camerieri i d’Avalos e i del Vasto; protonotaro i Doria di Melfi; cancelliere i Caracciolo d’Avellino; siniscalco i Guevara di Bovino. Nella prima metà del Seicento moltissimi titoli furono venduti a gran prezzo; e nel 1675 v’avea cendiciannove principi, cencinquantasei duchi, censettantatre marchesi, innumerevoli conti. I nuovi nobili erano esosi ai nobili vecchi che ne rimaneano scassinati. Per ottenere que’ titoli caricavansi d’imprestiti opprimenti, intentavano processi, eternati dai troppo famosi causidici, e così tornavano poveri e vanitosi.
Gli abitanti di Napoli erano distinti in nobili e popolo: questo era partito in ventinove piazze, dette anche ottine perchè ciascuna eleggeva otto cittadini, specie di municipio con un capitano; i nobili erano distribuiti nei seggi di Nido, Capuana, Montagna, Porto, Portanuova, forse ai primi due spettando la nobiltà feudale o il baronaggio, agli altri i semplici nobili. Altri sopravvenuti che non poteano scivolare fra’ nobili, rimasero col popolo, e lo ajutarono ad acquistar diritti esso pure e una rappresentanza in urto coi nobili; i quali spesso sostenevano un punto, unicamente perchè avversato dal popolo, e viceversa. Ciò interveniva principalmente in occasione dei donativi al re, coll’abbondar dei quali un ceto compravasi la benemerenza regia a carico dell’altro: invidie delle quali già aveano fatto profitto gli Angioini e gli Aragonesi, e continuarono gli Spagnuoli.
Cinque eletti o sindaci toglievansi fra i baroni, ed uno fra i cittadini, il quale s’intitolava eccellenza; veniva investito nel giorno del Corpus Domini, e godeva molta autorità; voto pari ai deputati della nobiltà; rendea ragione in affari di polizia, nominava i soprantendenti ai dazj, e il notaro della città; e ritraea grande autorità dal rappresentare tanta popolazione, della quale era il tribuno, e talvolta il martire. Nella carestia del 1582 il vulgo ne imputò l’eletto Starace, e trattolo dal letto ove stava infermo, a insulti lo trucidò. Il vicerè, col trarre a sè il diritto di scegliere l’eletto fra sei proposti, ridusse servile anche il rappresentante del popolo. Tutti insieme gli eletti vigilavano sui privilegi che Fernando il Cattolico e Carlo V aveano conceduti alla città, e che ciascun nuovo re confermava. Fra’ quali era, che i Napoletani potessero chiamare al proprio tribunale qualunque regnicolo, mentr’essi non poteano essere citati fuor del tribunale proprio[56].
Sempre più diminuiti di potenza esterna, i nobili la cercavano nelle cose municipali, in queste esercitando le gare e gli odj; e passo a passo i sedili eransi surrogati all’antico parlamento, che i vicerè più non convocavano se non quando non potessero ottener denaro dai sedili, unico titolo omai delle convocazioni, e che per conseguenza bisognava a ogni modo decretare. Raccolto, esponeansi i bisogni della corona: se rimostravasi come il paese fosse esausto, se ne conveniva, ma il servizio regio bisognare di quella somma, e non restava che a cercarne i mezzi, cioè votare una nuova imposta. V’era dunque una costituzione ma senza garanzia, potendo i vicerè eluderla, e arrestare i deputati dei sedili e fin gli eletti. Monterey li relegò per sette anni a Capri perchè aveano spedito alla Corte un ambasciatore a sua insaputa. Olivares ne fece arrestar due de’ più illustri. Lemos proibì ai sedili di raccogliersi senza sua special permissione. Benavente, per guadagnarsi il popolo, avea fissato il pane a sì vil prezzo, che la municipalità di Napoli dovette compensare i fornaj con duemila ducati il giorno. Gli fu mandata una deputazione, il cui anziano Cesare Pignatelli disse: — Se non fosse la letizia per la nascita dell’infante, noi saremmo comparsi in lutto»; e il vicerè rispose, non sapeva qual cosa il ritenesse dal gittarlo dalla finestra, e gl’inflisse l’arresto in casa. Nel 1625 il duca d’Alba impose una straordinaria tassa di due carlini per fuoco, senza tampoco sentire i sedili; e sapendo voleano mandare una deputazione al re, chiamolli, e intimò che, se lo facessero, «taglierebbe loro la testa e se la metterebbe sotto i piedi». Nel 1638 al duca di Medina si spedirono frati e donne perchè desse ascolto alla deputazione della città: ma avendo in questa lo storico Capecelatro parlato francamente, fu punito in ottocento ducati e otto giorni di arresto, oltre una procedura criminale che poi fu sopita. Le deputazioni, se potean giungere alla Corte, bisognava se l’ingrazianissero con qualche grosso donativo, e il più che ottenessero era lo scambio del vicerè.
Il Monterey, passionato pei drammi, quasi ogni giorno ne volle, or pubblici, ora in Corte o nelle case de’ nobili; e in teatro l’insolito comodo d’una loggia unicamente per sè e sua moglie; in ogni solennità ripeteansi, e principalmente nella notte di Natale «al levarsi da uno spettacolo andò alla messa, mescolando i santi misteri colle favole degl’istrioni» (Capecelatro). Andando in feluca verso Mergellina e Posilipo menava seco due portenti di quel tempo, Ciucio Pulcinella e Ambrogio Bonomo Coviello, attori che traevano alle loro buffonerie tutta Napoli. Una compagnia spagnuola, venuta a recitare nel 1636 a spese di lui, costò pel solo viaggio quattro in cinquecento ducati: e perchè nessuno andava allo spettacolo, il vicerè ordinò che tutti gli uffiziali e impiegati vi assistessero giornalmente, o si riterrebbe un tanto sul loro soldo. Talmente s’abbandonò a tal passione, che mandato poi a guerreggiare in Portogallo, sottraeva la paga ai soldati per stipendiare commedianti.