Era naturale che gli studj deperissero. «Quasi (dice il Ripamonti) tra sè facessero a pugni le lettere e la santità della religione, erasi dismesso il buon latino; senz’arte d’umanità, uno squallido gergo offuscava le scienze, solo dirette al vil guadagno ed all’ambizione. Cittadini e nobili non coltivavano più le pulite lettere: alle leggi e al diritto davasi mano unicamente per conseguire magistrati, ricchezze, comandi: ed i volumi de’ giureconsulti, siccome colle molteplici leggi turbarono ed impacciarono il genere umano, così sbandirono il buon sapore della latinità, nelle epistole e nelle magnifiche risposte nulla tenendo di decoroso e d’antico: peggio i medici. Non v’avea trattenimenti od accademie da occupar pubblicamente tanto popolo e clero: licei della gioventù civettina erano le piazze, le pancacce, le botteghe, frivoli giuochi, cavalcate, altri elementi della pigrizia. Tra la quiete avvezzandosi a delicature e comodi, l’ozio e l’inerzia debellavano chi debellò eserciti potentissimi: i cittadini nostri non solo avendo cumulati e cresciuti, ma anche inventati nuovi piaceri fra la lunga pace, fiacchissimi traevano l’età, dimentichi del sapere e della via stretta che mena alla salute. La plebe poi, restìa ai precetti del vero, accorreva sempre là ove fossero guadagno, giuochi, azzardi, balli, tripudj, principalmente ne’ dì festivi. I prepotenti nobili, la gioventù loro futura erede, intendevano l’animo alle ricchezze, ed a quelle cose tra cui si sciupano le ricchezze e si volgono in vizj la fortuna e l’alto animo; onde nimicizie e uccisioni. I cherici, dati al mercatare ed alle donne; alcuni armati, i più semitogati, socj e ministri de’ laici, e partecipi dei peccatori, anzi maestri di peccato, trascurando i tempj e le sacre cose, e facendo tali opere, che il tacerle è bello»[51].

Così sventure ignote alla storia straziavano ciascuno in seno alla propria famiglia, abjettivano il sentimento, spegnevano ogni magnanima risoluzione. Quindi la crudele ignoranza e la ricca indolenza; quindi i nobili tiranneggiati e tiranni a vicenda; quindi viltà negli scrittori, tra la noja de’ quali non appare generosa opposizione agli ingiusti voleri; nessuna premura di rammentare ai posteri come, prima la nazione, poi l’individuo patisse senza colpa e senza vendetta. La plebe poi, sentenziata all’ignoranza, al bisogno, all’improba fatica, e in conseguenza alle colpe, precipitavasi a subugli, non per verun alto fine, ma per avere a miglior patto il pane, meno ingorde le gabelle.

Ne’ paesi governati a repubblica, le classi erano state uguagliate per modo, che niuna rimase privilegiata se non per concessioni regie, le quali poteansi abolire col diritto onde erano state concedute. Ne’ paesi invece di governo regio, que’ privilegi di corpo si saldarono, perchè derivati dall’indole stessa del popolo e dalla sua storia. Di qui gran differenza tra la Lombardia e il regno di Napoli, dove Carlo V non avea distrutto gli ordini d’antica derivazione, l’importanza de’ tribunali, le grandi dignità della corona. Per amministrarlo in tanta distanza dalla capitale, vi si mandavan dei vicerè, de’ quali è quasi tipo don Pedro Alvarez di Toledo (1532-53), padre del famoso duca d’Alba. Spagnuolo nel fondo dell’anima, tale avrebbe bramato ridurre l’Italia, e delle ruine di questa costruire una provincia spagnuola. Rassettò il reame da quarant’anni di scompigli, attendendo soprattutto a reprimere le violenze private, e sistemare la giustizia. Col voler vedere tutto e a tutti dare udienza, tolse ai subalterni la baldanza dell’impunità; levò le armi dalle case; represse i conflitti e i frequenti ratti, morte intimando pel furto notturno, pel duello, per chi dopo le due di notte fosse trovato con armi, per chi usasse scale di corda; onde intrighi amorosi menarono al patibolo; morte a chi due volte spergiurasse. Una volta decretò che tutta Napoli mangiasse pane fatto di tuberi di pamporcino, poi sospese dicendo aver voluto sol farne prova per un’occorrenza. Abbattè lo scoglio di Chiatamone, e i portici e le trabacche delle vie, tane d’assassini e di prostitute; queste raccolse in prefissi luoghi; represse i vendemmiatori, che in autunno andavano dicendo insolenze o disonestà a chi incontrassero[52]; le ciambellerie che frastornavano le prime sere delle vedove rimaritate, come gli schiamazzanti piagnistei delle esequie. Gli Ebrei, quivi accorsi viepiù dopo cacciati di Spagna, egli espulse per condiscendere a coloro a’ cui interessi nocevano; e perchè allora crebbero gli usuraj, pensò ripararvi istituendo il Monte di Pietà. Procurò buona moneta e proibì di portarne fuori del regno: per bastare all’avida guerra, riordinò la regia camera. Volle i preti usassero sempre abiti ecclesiastici; portandosi il viatico s’uscisse con pallio e torchi, ed egli stesso colla Corte l’accompagnava spesso.

Per renderla degna metropoli, cinse Napoli di nuove mura, ingrandendola di due terzi col racchiuder parte del monte Sant’Elmo secondo i nuovi ingegni militari, e con una cisterna che eguagliava la Piscina Mirabile di Baja; aperse la via Toledo, ampliò l’arsenale, condusse fontane, istituì lo spedale e la chiesa di San Giacomo apostolo, ove preparossi il sepolcro per opera di Giovanni di Nola, il migliore scalpello d’allora; sanò le paludi che infestavano Terra di Lavoro, con un fondo per conservarne lo smaltitojo. Difese le coste dai Turchi con fortini, con baluardi le città, sicchè la gente cessò di affluir a Napoli e lasciar deserta la campagna; altri munimenti pose negli Abruzzi e a Capua; e mentre gli abitanti, sgomentati dai sussulti e dalle ceneri pioventi, voleano abbandonar Pozzuoli, e’ vi fece strada, palazzo, torre, fontane, bagni, impedendo così che perisse come Cuma e Baja.

Per tutto ciò e per le guerre ricorrenti dovette gravare i sudditi; e mentre erasi convenuto con Carlo V che ogni fuoco pagherebbe sol mezzo ducato, fin due se ne dovettero allora, oltre i donativi. Nel rendere giustizia non badava ad asili o a privilegi di classe; inviò al supplizio uomini principali, come il commendatore Pignatelli, che fidato nelle aderenze, avea fin allora sfidato la giustizia e punito i querelanti; un conte di Policastro e un Mazzeo Pellegrino fece decapitare nel largo di Castello, per quanto esorbitanti somme offrissero; anzi neppur la forca risparmiò a’ nobili; ne fece scannare da un suo servo tre giovanetti per aver investito birri che arrestavano un povero; mandò soldati che la figliuola del principe Stigliano, fidanzata a suo figlio[53], levassero dal monastero ov’era rifuggita; e un ambasciadore ebbe a scrivere che ottantamila persone perissero per man del boja, lui viceregnando.

L’eletto del popolo, il quale richiesto dall’imperatore sulla condizione de’ Napoletani rispose che, per tenerli contenti, bisognava procurare abbondanza senza angarìe, e che ciascun mangi al piatto suo colla debita giustizia, e che si togliessero le nuove gabelle messe dal vicerè, fu deposto. Il marchese Del Vasto, il principe di Salerno e molti baroni decretarono a Carlo V l’inaudito dono di un milione e mezzo di ducati, affinchè rimovesse il Toledo: ma ciò valse a saldarne l’autorità, che tenne per vent’anni, finchè, nell’imprendere la guerra contro Siena, morì.

Fu imitato dai vicerè successivi[54] nel moltiplicare opere edilizie. Il duca d’Alcala (1559-71) aperse la via da Napoli a Reggio, alla Puglia, a Pozzuoli; e nella capitale quella da porta Capuana a Poggio reale ed a Capua, e la fontana del Molo coi quattro fiumi; i ponti della Cava, di Fusàro, del Lagno, di Rialto, di Sant’Andrea. La porta Pimentella in città e il forte Pimentello all’isola d’Elba, la porta e la fontana Medina e il palazzo a Posilipo, ricordano il nome d’altri vicerè. Il ponte di Pizzofalcone è dovuto al marchese di Monterey. Il conte d’Olivares fece granaj e acquedotti, il conte di Lemos il palazzo reale, suo figlio quel degli studj, sempre coll’opera di Domenico Fontana, s’aprì con solennità straordinaria quell’Università, con statuti e insegne, e che le cattedre si conferissero per concorso e disputa. E tutti i vicerè furono insigni nella prudenza civile, di tutti le prammatiche sono quel più savie che si potesse aspettare, tutti distrussero i giuochi e i banditi, tutti prevennero le carestie, se crediamo al Giannone anzichè ai fatti.

Essi doveano in certi casi aver il parere d’un consiglio collaterale di giurisperiti, tre spagnuoli e otto italiani, con un segretario di Stato; e poichè in questo consiglio vennero assorbite le antiche attribuzioni degli uffizj di Stato e di Corte, gli affari tutti vennero sotto la mano del vicerè. Come gran connestabile egli comandava all’esercito, avea Corte propria con un gran giustiziere per le cause criminali, civili, feudali; un grande ammiraglio; un gran camerlingo sopra le rendite e spese; un gran protonotaro, custode delle regie scritture, e primo a parlare nelle assemblee; un gran cancelliere guardasigillo; un gran siniscalco, maestro della real casa, e soprantendente agli apparati, alle razze di cavalli, alle foreste, alle caccie.

In conseguenza, il carattere di ciascun vicerè contribuiva grandemente al pubblico stato, secondo erano guerreschi o pacifici, miti o fieri, lenti o solerti, progressivi o remoranti. Toccava ad essi proporre ai varj impieghi, molti de’ quali erano lucrosissimi; occasione di lauti mercati. Sempre forestieri, e inesperti delle cose nostre, appena cominciavano impararle riceveano lo scambio, onde diceasi che, dei tre anni che soleano durare, il primo usavano a far giustizia, il secondo a far denari, il terzo a far amici per essere confermati.

Secondo la riforma del Toledo, tre erano gli alti tribunali: il sacro consiglio di Santa Chiara che trattava gli affari in tre istanze, composto di dieci consiglieri italiani e cinque spagnuoli, uno de’ quali facea da presidente; la corte di Vicaria per le cose criminali, e per l’appello delle civili; la camera regia per gli affari fiscali. Seguivano tribunali minori, e vicarj nelle diverse provincie.