Quando, il 30 marzo 1631, Filippo IV chiese come tornar in fiore lo Stato, i nostri risposero ch’era d’uopo: 1º dar dall’erario le paghe ai soldati; 2º ridurre l’interesse dei debiti pubblici; 3º togliere ai creditori de’ pubblici l’azion solidale per la quale potevano sequestrare i beni d’un qualunque individuo della comunità debitrice; 4º far concorrere ai pesi gli ecclesiastici; 5º adequare i carichi sproporzionati. Anche questi erano provvedimenti, e gli Spagnuoli s’accontentarono di sentirli: ma voi vedete che accennavano ai soli danni immediati: delle buone leggi, del togliere i vincoli e gli arbitrj, dell’assicurare le proprietà, del render pubbliche le tariffe, neppur una parola.

La legge mancava de’ suoi primarj elementi, uniformità e sicurezza d’applicazione, essendone eccettuati ora i militari, ora i preti, ora i nobili, ora i membri d’alcune corporazioni, ora gl’impiegati di Corte; ad alcuni pesi rimanevano sottoposti i contadini, non i cittadini, ad alcuni il forestiero non il naturale, ad alcuni l’abitatore soltanto del tal paese; v’avea luoghi dove l’ammogliato pagava diverso dal nubile o dal vedovo, il massajo dal capocasa e dai famigli; l’imposta si misurava ove dal sale, ove dai cavalli d’alloggio; talvolta i vivi doveano contribuire pei morti, i presenti pei fuggiti. Prestabilito che siano allo Stato più utili gli abitanti delle città che non i campagnuoli moltissimi favori serbavansi a quelli, metà del grano raccolto dovea portarsi in città, e quello presentatovi una volta sul mercato non si potea più ritirare. I gran signori pretendevano immune la propria casa e il contorno di essa, e fin i luoghi e le botteghe dove esponessero il proprio stemma; lo pretendevano tanto più gli ecclesiastici; e non solo le persone e le case loro e le chiese coi sagrati, ma volean salvo dalla giustizia secolare e dalla finanza fin chi andasse a braccio con loro; anzi Federico Borromeo avea proposto di sottomettere al fôro ecclesiastico tutti i membri delle confraternite, il che avrebbe sottratta al braccio secolare l’intera popolazione.

Al tempo dell’arcivescovo Litta, un sicario presso San Giorgio in Palazzo uccise il cavaliero Uberto dell’Otta; e preso, non potè dire da chi fosse incaricato de! colpo, perchè il commitente che l’avea menato dal Bergamasco, eragli ignoto ed era fuggito. Si sospettò d’un Landriani, allora in lite col dell’Otta, il quale inseguito fuggì in chiesa di San Nazzaro: ma per ordine del governatore fu strappato di là, anzi dall’altare. Allora il Litta a lamentare la violata immunità; non ascoltato, minacciò interdetti, e fece intimare un primo monitorio, poi un secondo senza effetto; il terzo fu stracciato dagli alabardieri, e ferito il prete che lo portava. S’invelenisce dunque la cosa: il governatore Ponce de Leon minaccia far appiccare il Landriani alla porta dell’arcivescovo s’egli fulmina la scomunica: infine il presidente Arese si mette di mezzo, mitiga di qua, di là; ma a poco riusciva, quand’ecco alla corte del governatore si presenta una gran dama in un tiro a sei, e al governatore dichiara aver ella stessa fatto uccidere il cavaliere per un insulto avutone, e si ritira; sicchè il Landriani fu rilasciato.

La nobiltà, adottato il fasto spagnolesco, credette avvilimento l’occuparsi dei traffici, onde ne ritirò i capitali per investirli in beni sodi, incatenava le sostanze in maggioraschi e fedecommessi, e circondata di superbia e di privilegi, o eludeva con questi la giustizia, o l’affrontava a viso aperto. Tolta la vita comune, meriterebbe studio la storia delle famiglie, che, a differenza d’oggi, erano ancora qualche cosa nello Stato. L’autorità attribuita dalla costituzione comunale, gli estesissimi poteri del senato, l’arbitrario riparto delle gravezze, davan modo ad alcune d’arricchire; le quali poi prendendo appalti, facendo prestiti, comprando regalìe, venivano a impinguare smisuratamente. Le leggi sulle primogeniture e i fidecommessi impedivano lo spezzarsi di tali fortune: la vanità di dar lustro alla famiglia induceva i collaterali a cumular le fortune sopra un figlio solo. Così i nobili vennero a formare una specie di dominio sul popolo, il quale consideravasi suddito ad essi piuttosto che al re; ed avrebbero potuto facilmente mutar lo stato, se di quella condizione non avessero tratto tanto profitto, da non desiderare di cangiarla.

L’uso non permettendo d’impiegare gl’ingenti capitali nel commercio, doveansi erogar in lusso e fabbriche e splendori principeschi; orpello sulla loro nullità. Tutti voleano abitar riccamente, villeggiare suntuosamente, arricchire la propria parrocchiale e le cappelle avite o i sepolcri; e profondeano in beneficenze, per le quali rimangono benedetti fin ad oggi. Molti dei letterati, moltissimi de’ prelati erano di famiglie principali; i più studiavano di legge per patrocinare gratuitamente e farsi scala alle magistrature; altri attendevano alla medicina, il cui esercizio fu dimostrato con lunghi e serj trattati non degradare dalla nobiltà. Compravano dall’erario paesi e terre, sulle quali poi erano quasi sovrani, salvo soltanto la superiore giustizia del senato[46]. Ciascuna famiglia conservava alcune distinzioni sue proprie, tradizionalmente arrivate dal tempo che lo Stato era un aggregato di famiglie: per esempio, a Milano i Confalonieri addestravano l’arcivescovo quando entrasse, e gli portavano il baldacchino; ai Litta incombeva in quell’occasione fare spazzar le strade; de’ Serbelloni dovea uno aver parte a tutte le ambascerie, e andar incontro al governatore fino a Genova, portavano lo stemma della città, e davano doppio voto nel Consiglio de’ sessanta; i Pusterla possedeano trentacinque ville, e in città un quartiere intero. Gian Pietro Carcano lasciò morendo un bambino di tre anni, e dei diciotto che gli mancavano a uscir di pupillo, volle che le rendite andassero per un terzo alla fabbrica del Duomo, uno allo spedale di Milano, uno in istituzioni pie: e la sola parte che toccò allo spedale bastò a fabbricare il gran cortile e le sale che vi rispondono. Bartolomeo Arese, presidente e figlio d’un presidente del senato, possedeva forse un ottavo della Lombardia, e dopo fabbricato palazzi e ville e chiese e monasteri, lasciò di che arricchire le due famiglie Litta e Borromeo[47]. Uno di questi ultimi tramutava un nudo scoglio del lago Maggiore nella deliziosissima Isola Madre, opera da re.

Ma non era una nobiltà d’antica giurisdizione, sibbene costituita su brevetti regj, e perciò impotente contro il sovrano; e la sua ingerenza riducevasi a raccomandazioni, appoggi di parentela e di clienti, assistenza di corpi e di denaro. Quelli che non si buttavano in chiassosa rivolta contro la legge, empivano la vita con puntigli d’onore, di cerimonie, di comparse, e spuntar un impegno, e vendette calcolate ed ereditarie, e protezione a ribaldi. Perchè il lustro domestico non si eclissasse, nella propria famiglia rendeansi tiranni condannando i figliuoli ai chiostri o ad una povera e indecorosa dipendenza, acciocchè il primogenito potesse grandeggiare. E perchè a ciò mancavano altre occasioni, e la stima misuravasi dalle spese, si ostentava un lusso stranamente repugnante colla pubblica miseria; e cocchi, e torme di servi, e sfarzose villeggiature, e caccie strepitose, e imitazioni di Corte attestavano la distanza del nobile dalla plebe[48]. Il signore per quel lusso, per un errore, per un evento straordinario scarmigliava i suoi affari? non poteva racconciarli col vendere una parte della sostanza, giacchè era legata in primogenitura e fedecommessi; onde dovea intaccar il capitale circolante, e spogliar i campi delle scorte necessarie, o in casa sottigliare sulle prime necessità, producendo quel misto di magnificenza e di lesineria, che è carattere di quell’età.

Altri valeansi dell’accidia del Governo per insolentire sovra la miserabile plebe, e cinti da uno stuolo di bravi, entro un castello sorgente in mezzo alle loro possessioni, o fra i monti, s’un fiume, a cavalcione del confine, viveano come piccoli principi, tratto tratto venendo a battaglie col prepotente contiguo, più spesso concertandosi seco per la reciproca sicurezza, e per meglio tiranneggiare i vicini e sbravare l’autorità, in onta della quale talvolta assalivano i ministri, rapivano i podestà, bastonavano gli sgherri, traversavano a suon di trombe le città. In queste ciascun palazzo era un fortalizio, e protetto dal diritto d’asilo, da robuste porte, da servi; ricoverava non solo il facinoroso padrone, ma i suoi aderenti e quella clientela di bravacci. Chiassose gride riboccano d’intimazioni contro persone anche di gran famiglia; i Martinenghi di Brescia, i Visconti di Bregnano, i Benzoni di Crema, i Seccoborella di Vimercato, i Barbiano di Belgiojoso, i conti di Parco, i Torello, i Tiene, un marchese Malaspina, un marchese Spigno, i cavalieri Cotica e Lampugnani, ed altri illustri che esercitavano in scelleraggini il valore a cui erano mancate migliori occasioni.

Coll’indossare la loro livrea e prestargli il braccio, alcuni malfattori assicuravansi l’impunità; altri armati da capo a piede, con folti ciuffi, spettacolose barbe, scorreano il contado taglieggiando, invadeano fin le borgate. Il Governo gl’indicava a centinaja alla privata vendetta, eccitando i singoli cittadini ad assalirli, ucciderli e così meritare un premio: ma la ripetizione delle minacce ne attesta l’inutilità; mentre la vicinanza de’ confini forestieri dava ai banditi agevolezza di scampo. Crebbero dunque sempre più di numero e di baldanza, tantochè nel 1663 fu permesso ad ognun di tener fucili per arrestarli, promesso trecento scudi a chi ne ammazzasse uno; s’istituì contro di essi la guardia urbana; si posero sentinelle sui campanili per annunziare il loro accostarsi: «eppure ogni giorno, anzi ogni ora s’intendeva di costoro omicidj, svaligiamenti, rubamenti di case, secrilegi, violenze, non pur nelle ville e luoghi aperti, ma nella città ancora; e tanto più si confidano a tanti misfatti, perchè sicuri d’essere ajutati da’ capi e fautori loro, e che mediante le astuzie che usano, e le pratiche e intelligenze che professano aver coi notari, bargelli, birri, sperano debbano i delitti rimanere occulti, ed essi impuniti»[49].

Eppure v’avea molti soldati: ma questi erano un nuovo flagello del paese, a difendere il quale erano inetti; alloggiati per le case, malmenavano rubando e violando; spesso non ricevendo le paghe, se ne rifaceano sui tranquilli abitanti; sperperavano il paese o alla cheta coll’esigere braccia, carri, foraggi, o dandosi baldanzosamente a saccheggiarlo. Finita che fu la guerra del Piemonte, molti corpi spagnuoli licenziati si ritirarono nel contado del Seprio e sul territorio di Gallarate, vivendo di ruba, assalendo le terre, e tenendo Milano in lunga angustia, finchè s’impose una taglia di centomila scudi, mediante la quale essi contentaronsi di venir innestati alle guarnigioni imperiali. Contro di loro il governatore Leganes diede un bando severissimo[50], ma inefficace, poichè egli stesso, dieci mesi dipoi, ne discorre di «doglianze che da tutte le parti dello Stato ogni giorno gli vengono fatte»; e i suoi successori replicano tratto tratto la formola stessa, a provarci in che conto si dovessero tenere le milizie d’allora.

Fra tali elementi chi non soverchiasse dovea vedersi soverchiato da moltiplici tiranni; non si potea evitar la violenza che coll’usarla, non gli oltraggi che col commetterne. Gli animi erano resi selvaggi e ferini dallo spettacolo della tortura, che su per le piazze continuamente applicavasi, anche per correzione e da minori magistrati; dai frequenti supplizj della fustigazione, del tanagliamento, della mutilazione, della forca, del fuoco, esacerbati ad arbitrio del giudice, e perfin del carnefice.