Luigi XII, conquistato il Milanese, v’aveva istituito un senato, a similitudine del parlamento di Parigi, composto d’un presidente, quattordici giureconsulti, sette segretarj, tolti uno da ciascuna provincia. Tribunale supremo e custode della legge, avea diritto d’interinare le costituzioni e le grazie del principe, esaminando se nulla contenessero di repugnante alla giustizia e alle consuetudini; e fin tre volte potea respingerle, dopo di che sorpassavasi all’opposizione, e vi si dava vigore. Era dunque una rappresentanza nazionale, ma la componeano legisti che, avendo propugnato la supremazia assoluta della Corona onde abbattere il feudalismo, or non sapeano che obbedire; mascheravano il despotismo sotto la vanità delle loro forme, subordinavano la libertà alle proprie pretensioni; e invece d’impacciarsi ad impugnarne il diritto, delle loro rimostranze la corona non tenea conto. Gli antichi statuti della repubblica e dei duchi erano stati raccolti da Lodovico Sforza, compiuti da Carlo V che li pubblicò col nome di Nuove costituzioni, modificati al novello ordine di cose; ma il senato poteva togliere e dare qualunque disposizione anche contro di quelli: esorbitante autorità, che colla supremazia sulla giustizia dava al presidente del senato un’importanza smisurata e una via ad ingenti guadagni. Restavano dunque incerti i principj del governo quanto i diritti e gli interessi dei privati; e tutto procedea per abusi, che spesso correggevansi un l’altro.

Milano era amministrata da un consiglio de’ primarj nobili, indipendente dal re, col quale trattava per via d’ambasciadori; il vicario di provvisione esercitava anche qualche parte di giurisdizione, di polizia, e fin di legislazione, la qual facoltà era molto sbricciolata. Formavansi così due governi paralleli; e il comunale sarebbe bastato a reprimere gli arbitrj del regio, se, dopo ristretta tutta la vita comune negli affari municipali, i suoi membri vi avessero spiegato coraggio e cercata importanza, anzichè ambire distinzioni, cariche, e quel lustro che vien dalla vicinanza al trono.

Pur le tradizioni d’autorità, di bontà e beneficenza signorile, di docilità e riverenza popolare avrebbero potuto conservare in fiore il paese, se non lo avesse disanguato il fisco, con gravezze sempre crescenti, in vista della cassa militare non del ben pubblico, e che, poste con insensatezza pari alla cupidità, essiccavano le fonti della prosperità pubblica, punivano l’industria, scoraggiavano l’agricoltura, e si può dire fossero causa di tutti gli errori, e le miserie d’allora.

Secondo le costituzioni di Carlo V, per nessun titolo doveano alienarsi regalie ed effetti camerali; e al contrario, già sotto di lui le varie entrate si appaltavano o vendevano, poi si mettea mano sui frutti assegnatine ai compratori; indi creavasene a bella posta di nuove, per venderle; vendevasi l’esazione dei donativi futuri, giacchè i donativi erano la forma consueta delle imposizioni straordinarie. Ogni minimo bracciante sopportava la taglia fin di venti scudi; su ogni consumo, su ogni produzione pesavano balzelli esorbitanti. Dal 1620 al 30 s’inventarono dieci dazj nuovi; e «non v’ha casa nè cosa che sia libera da qualche carico; non v’è cosa sì minima e vile, appartenente al vitto, vestito ed abitazione, che sia libera da gravezze ed imposte.»[44]; dal 1610 al 50 lo Stato pagò più di ducensessanta milioni di scudi d’oro, cioè da milleducento milioni di franchi; infine le taglie sorpassavano il ricavo de’ beni, e Milano, che incassava per un milione e mezzo di lire, dovea pagarne due milioni e centomila, sicchè ridusse gl’interessi al due per cento e pagava in cedole.

I Comuni che prima erano liberi, cioè regj, venivano per prezzo infeudati a qualche signore, poi s’inducevano a comprare il riscatto, ma ben presto infeudavansi di nuovo. Si riteneano le paghe delle milizie e de’ magistrati, che erano costretti rifarsi sul vulgo o sui postulanti; obbligavansi i negozianti ad imprestiti; i decurioni doveano rispondere per debiti de’ Comuni; si gravavano le persone e i beni de’ forestieri, si espilavano le banche pubbliche, fatte con depositi privati[45]. Alfine i debiti si accumularono a segno, che nel 1671 si dichiarò il pubblico fallimento. Smunto il capitale riproduttivo, le manifatture si smisero, la campagna restò incolta, i Comuni affogati nei debiti, ogni momento lamentanze al lontano monarca, che non le ascoltava. I molti ozianti e i privilegiati doveano vivere sulle fatiche de’ pochi operosi; quindi parziali scarsezze di grani, che la difficoltà di comunicazioni trasformava in carestie: i ricchi non aveano di che dotar le figlie e adempiere ai legati pii; atterravano le case per non doverne le taglie, o le lasciavano vendere all’asta dai creditori.

Non crediate che il denaro passasse in Ispagna: che bisogno ne aveva essa, cui l’America tributava ogn’anno diciotto milioni d’oro? Bensì sperdeasi nell’ingordigia degli appaltatori delle pubbliche gravezze, i quali con inesorabilità smungeano il povero, e accumulavano ingenti fortune collo spropriare i debitori del fisco; governatori e magistrati non voleano aver gettata indarno la bella occasione d’arricchirsi onde si diceva che i ministri regj in Sicilia rosicchiavano, a Napoli mangiavano, a Milano divoravano; inoltre occorrevano ingenti somme ad alimentar le guerre in Italia, compiacenza de’ governatori e grandigia della Spagna.

Quell’arbitrio legale che storna la ragione e ammusola il senso comune davanti all’interesse del Governo o d’alcuni privati, volendo di tutto impacciarsi, col titolo di protezione estinse quella libertà che è vita del commercio; aggravava le tasse sulle materie prime, proibiva l’asportazione non solo del grano, ma fin della seta e del panno; or vietava le pecore, perchè non incarisse il fieno con danno del servizio di sua maestà; or di mercatare coi Francesi perchè cattivi cristiani; infinite prammatiche legavano ciascun’arte in maestranze, ciascuna maestranza a mille minute prescrizioni ed ordini e divieti; il tessitore non unisse il cotone colla lana; il mercante di panno non tenesse anche stoffe di filo; e poi bollare, registrare, sindacare; e tutto con comminatoria di sferza, corda, prigione, delle pene insomma che i ladri cansavano. Nel 1588 si proibì di portare le sete fuor di Stato, sperando si convertirebbero in stoffe nel paese; e invece ne restò scoraggiata la coltura. Un grave dazio sull’indaco mandò in rovina i tintori. Una grida del 1655, che pute dell’odierno socialismo, obbligava i negozianti a dar lavoro agli operaj, pena tre tratti di corda e ducento scudi d’oro.

In ragione dell’importanza e delle paure popolari, moltiplicavansi i provvedimenti intorno alle granaglie e agli altri viveri. Invece di moltiplicare i venditori e scemar le distanze, se ne voleano pochi e collocati in certi luoghi: i mugnaj non ardiscano di scaricare i muli nelle strade, nè sedere sui sacchi; facciano bollare ciascun mulo; non ritengano in casa crivello o buratto: gli osti non comprino vino se non quindici miglia lungi da Milano; nè se ne porti fuor di Stato senza consenso del governatore; nè si venda sui canti delle vie, ma solo in piazza del Duomo e in Broletto; e i facchini e brentadori non osino, durante i contratti, «nè accennare, nè far gesti, nè ricever denaro per onoranza o malosso, nè avvicinarsi alle bonze per dodici braccia». Non si possa tener pesci nè polli sul ghiaccio, perchè, «sebben paja che si conservino, ad ogni modo perdono della bontà loro». Obbligati i proprietarj a notificare il ricolto (stando a quelle notificazioni, non sarebbesi mai mietuto tanto da vivere sei mesi): proibito il farne prezzo sinchè non fosse segato e battuto: ci andava la vita a portarne fuor di Stato: empire ogn’anno con puerile previdenza i granaj a spese pubbliche: il frumento, comparso una volta sul mercato, non potesse più partirne se non venduto, il che obbligava a finte vendite: i fornaj non negoziassero di grano; andassero almeno dodici miglia di là da Milano a provvederne, nè più di quindici moggia per volta: i conduttori delle biade non andassero più di sei insieme: mille scudi di pena al fornajo che vendesse pane ad un possidente: — regolamenti tutti che, crescendo le angherie intisichivano il traffico. Ai quali se aggiungete gli abusi del vendere a grosso mercato la licenza di cuocer pane e quella di farlo calante un’oncia dal giusto peso; del volere i governatori o i comandanti di certe piazze esser soli a commerciar di frumenti, vi farà maraviglia che le carestie non fossero perpetue.

La moltiplicità e improvvidezza rendeva tali prammatiche inosservate, poichè l’uomo vessato ricorre a sotterfugi, a finzioni dove la lealtà non vale, a guadagni illeciti ove gli onesti sono turbati; e come sempre, gl’insensati ordini generavano l’immoralità e il delitto. Che più? lo comandavano; e per reprimere il contrabbando, che è l’inevitabile correzione alle assurde leggi di finanza, il governatore prometteva di poter liberare un bandito per qualsivoglia causa, ancora capitale, a chi prendesse e consegnasse un contrabbandiere o lo ammazzasse in flagrante, «cioè trovandolo a condurre grani fuori dello Stato, mentre non sia meno di stara quattro». Se non che la legge stessa ci assicura pomposamente, che non erano osservati questi ordini; che «nè pene nè provvisioni servono a frenare lo sfroso; che i commissarj se l’intendono coi contrabbandieri».

Conseguenza fu il deperire la popolazione, le manifatture, il commercio d’economia, l’agricoltura per mancanza di scorte e di capitali. La sola piazza di Milano nel 1580 facea contratti per trenta milioni; la filatura dell’oro e dell’argento vi dava un utile di ottocentomila lire; di tre milioni le stoffe di seta, di ottantamila l’argenteria. Ma dal 1616 al 24 in Milano mancarono ventiquattromila operaj; le sessanta fabbriche di panno furon ridotte a quindici. Mentre nel 1611 a Cremona trecencinquanta mercanti pagarono di tassa lire duemila quattrocencinquantuna, nel 48 erano ridotti a quarantaquattro, non in grado di darne seicentosessantuna; e la sua popolazione, di quarantaseimila teste ch’erano nel 1584, nel 1669 giungeva solo a tredicimila: le ventimila di Casalmaggiore a seimila e cento: trentamila pertiche di terreno lasciato alle inondazioni del Po; forse più a quelle dell’Oglio, del Serio, dell’Adda. E tutte le città potrebbero offrirci quadro somiglievole; sicchè nel 1668 il senato rimostrava al trono come fosse «interrotta la coltura de’ campi; gli abitanti, senza speme di meglio, profughi agli stranieri; la mercatura snervata dalle ingenti gabelle; Pavia, Alessandria, Tortona, Vigevano fatte un tristissimo deserto, vaste ruine d’edifizj; e il pane, fin il pane mancare ai contadini». V’accorgete che quel governo lasciava almeno la libertà del lamentarsi, e di fatto si stamparono moltissimi e consulti e ragguagli e grossi volumi a rivelar piaghe, alle quali non si pensava poi a rimediare o non si sapeva come.