CAPITOLO CLI. Governo spagnuolo in Lombardia e nelle Due Sicilie.
I paesi sottomessi alla Spagna, destituiti di attività nazionale, non possono narrarci che indecorosi patimenti sotto un governo militare, intento a mietere non a seminare, tenerli in dovere con guarnigioni e fortezze, obbligarli a dar uomini e denari, non a misura del ben loro, ma pel vantaggio e la forza generale della monarchia.
Stava inconcusso che il re dovesse governare giusto e paterno, ma con nessun altro limite se non i tradizionali privilegi d’alcuni ordini e d’alcuni corpi. Filippo II avea creato presso di sè un supremo consiglio d’Italia (1562), nel quale, co’ reggenti spagnuoli, sedevano due ministri napoletani, uno milanese, uno siciliano; ma in tanta lontananza conoscevano e potevano pochissimo, mentre l’autorità sovrana era trasmessa ai governatori e ai vicerè, che dirigeano insieme l’amministrazione e la guerra, illimitati a un bel circa come i bascià odierni, potendo levar soldati, disporre degl’impieghi, pubblicare prammatiche, ingerirsi nella giustizia civile e criminale, far grazia, corrispondere direttamente e per ambasciadori colle potenze estere. Avendo la mira non al bene dello Stato, ma a segnalarsi, occupavansi spesso in mosse d’armi, più spesso in contese di giurisdizione cogli Stati vicini, colle autorità del paese, cogli arcivescovi, i quali dopo il concilio di Trento aveano ravvivate le ecclesiastiche pretensioni[40]; teneano politica talvolta differente da quella della Corte; ed avendo il re cassatane la decisione, un governatore non vi diè retta esclamando, — Il re comanda a Madrid, io a Milano». Quasi sempre spagnuoli, e per lo più soldati, arrivavano in paese di costumanze e di pratiche sconosciute; e vi trovavano tal complicazione di leggi, di gride, di privilegi, che lunghi anni e seria volontà si sarebbero voluti a soltanto informarsene; eppure ne’ cencinquanta anni della dominazione spagnuola in Lombardia si mutarono trentasei governatori. Arrivando, mettevano fuori una grida generale che confermava quelle degli antecessori o le modificava, alla rinfusa comprendendovi provvedimenti religiosi, economici, giudiziarj, sanitarj, d’annona e di moneta; di tempo in tempo ne pubblicavano poi altre sopra oggetti particolarissimi, sprovveduti d’ogni vista comprensiva. Duole il riflettere che erano stese da nostri; sicchè quella tradizione di abusi era imputabile ancor meno allo straniero che ai paesani.
Il segretario di Stato Arosteghi diceva: — In tempo di guerra io vorrei essere piuttosto governator di Milano che re di Spagna, perchè questo governa colle consulte e i consigli, mentre la condotta della guerra dipende dall’assoluto arbitrio del governatore»[41]. L’interesse portava dunque a perpetuarle; e tanto meglio vi riuscivano, in quanto soltanto per esse la Spagna poteva soddisfare al suo farnetico di mostrarsi la prima nazione del mondo.
Il Milanese, «corpo grosso mezzo scorticato, carco di vespe»[42], comprendeva l’antico ducato, il principato di Pavia, i contadi di Cremona, Alessandria, Tortona, Como, Novara, Vigevano, Lodi, Bobbio, con un milione seicentomila abitanti, toccando agli Svizzeri, ai Genovesi, ai Veneziani. Don Ferrante Gonzaga, italiano de’ più spagnolizzati e dispotici, fu detto nuovo fondatore di Milano perchè, postovi governatore da Carlo V (1547), ne migliorò le vie, e circondò anche i sobborghi d’una mura di otto miglia, quasi potesse difendersi una sì gran città in piano, e tanto lautamente guadagnaronvi gl’intraprenditori, che in riconoscenza fabbricarono a lui una suntuosa villa.
Per dire alcun che d’altri governatori, e serbandoci a parlare più a lungo del Fuentes, il Carassena mostrò quanto prendesse a cuore il pubblico bene col vietare che le donne pubbliche andassero in carrozza: il Fuensaldagne col proibire di ballar dopo mezzanotte, nè che gli uomini si mascherassero da donna o viceversa: meglio il conte di Ligne interdisse il lotto che allora andavasi propagando, «poichè oltre l’incentivo che porge a molti poveri e vogliosi di migliorar fortuna, con la speranza del guadagno, di consumar quanto tengono per far denari d’arrischiare alla sorte d’esso giuoco, è cagione che diversi ciecamente cadino in sortilegi ed osservazioni superstiziose de’ sogni, che illaqueano le coscienze con grave e scandalosa offesa di Dio»[43].
Il duca d’Ossuna (1670), diverso e non men funesto di quel che vedremo figurare a Napoli, entrò con pompa memorabile anche per quel secolo sfarzoso. Aprivano la processione compagnie di cavalieri, la corazza sul petto, la celata al capo, la pistola in mano: poi cento ronzini, coperti di panno scarlatto e trine d’oro, portavano gli arredi della famiglia, e ciascuno, per briglie di seta e d’oro, veniva guidato da un palafreniere in divisa di scarlatto e d’oro, e pennacchio al cappello: egualmente bardati erano i destrieri del duca, cui seguivano i carabinieri in bell’arnese, ed in più bello i gentiluomini milanesi, fiancheggiati da molti palafrenieri. Comparivano poi tre carrozze del duca, col carro e le ruote intagliati squisitamente, il legno tutto dorato, e grossi chiodi d’oro nella prima, dov’erano la moglie e le figlie, d’argento nelle altre: dentro non si vedeva che oro. Il duca cavalcava tra la prima carrozza ed una fila di guardie svizzere, seguito da lancieri ed altri soldati.
Per bastare a tal lusso e a quello che sfoggiò nella Corte, rubava, vendeva le cariche, ed allorchè partì, lasciò all’erario grossi debiti, mentr’egli per regali ammassò ben cinquecentomila oncie d’argento. Il conte Trotti per essere eletto generale gli diede ottantamila scudi di Genova. Avendo un servo di esso duca percosso un cagnuolo della principessa Trivulzio, i costei servi uccisero l’offensore: il duca mandò il capitano di giustizia ad arrestare i delinquenti; ma la padrona, che era spagnuola, spedisce a Madrid a querelarsi della violata immunità di sua casa; viene rescritto che i prigionieri vi sieno ricondotti, e il capitano vada a chiedere scusa d’aver osato in una casa nobile arrestare omicidi. Delle frequenti pasquinate che gli si lanciavano non potendo il governatore altrimenti scoprir l’autore, ricorse ad un negromante; che divisati i suoi pentacoli, chiamò colpevole di ciò un tal frate; un frate per buona sorte; talchè, non potendo essere punito dal fôro secolare, fu soltanto esigliato.
Dibattendosi la clamorosa controversia teologica sull’immacolata concezione di Maria, il duca d’Ossuna invita i decurioni comaschi a celebrarla con solenne messa, dove giurassero credere a quel mistero (1672), ed essere pronti a sostenerlo d’ogni lor forza. Che che dovesse parere di questo modo di risolvere dispute inestricabili, vennero essi fra gran concorso nel loro duomo; ma ecco i canonici mettono in campo i loro privilegi, e ricusano dar i cuscini da inginocchiarsi ai devoti padri della patria, nè il celebrante vuole scendere dal Sancta Sanctorum per ricevere il giuramento, onde una lite nuova nasce dal voler sopire la vecchia; l’Ossuna sgrida gli uni, sgrida gli altri; chiama a Milano i più stretti parenti de’ canonici e li tiene prigioni: argomento risolutivo de’ più consueti.
Avendo egli tenuto una volta circolo e ragunata la principale nobiltà, parve strano e scandoloso; talmente era consueto il restar isolati. Ma il governatore Vaudemont, testa francese, introdusse di raccorne spesso a Corte; e i giardini della Bellingera, poco fuori di Porta Renza, videro le scene di quelli d’Armida. Allora le donne cominciarono ad essere riammesse ai circoli: ma poichè si era voluto ripararne i costumi colla guardia gelosa, anzichè coll’educazione e colla virtù, ben presto dalla selvatichezza si fece tragitto al libertinaggio; alla gelosia che rendea feroci i nobili, fu sostituito il cicisbeismo che li rese ridicoli.