Sulla riviera, oltre un cinquanta terre rimaste feudi imperiali immediati e detti le Langhe, casa Del Carretto avea conservato il Finale, feudo anch’esso dell’Impero; ma venendogliene continui contrasti con Genova, lo vendette a Spagna. Questa da gran pezzo v’avea gola come opportunissimo per trarne il sale e farvi approdar le sue truppe, che pei monti verrebbero nell’Alessandrino senza bisogno di chiedere il passaggio a Genova, e incorporò il Finale al ducato di Milano (1590). Se ne dolse Genova, che infine lo ricomprò dall’imperatore per sei milioni di lire genovine.

Ma col crescere i piccoli suoi feudi ella preparavasi inciampi. Scipione Del Carretto avea venduto al duca di Savoja il marchesato di Zaccarello, feudo di pochissima rendita in paese montuoso e sterile, ma che dava i passi dall’Appennino nella pianura d’Albenga, e perciò a turbare la dominazione ligure. Però l’imperatore abrogò quella vendita, e come d’omicida il confiscò e mise all’asta, e Genova comprollo per censessantamila talleri.

Carlo Emanuele indispettito, se ne incalorì alle ambizioni, e chiese ajuti alla Francia (1624), sempre disposta ai nemici dell’Austria; e con quel connestabile Lesdiguières, di cui erasi mostrato nimicissimo, fece trama di conquistare e spartire il Milanese, il Monferrato, la Corsica, oltre il Genovesato, del quale la città e la riviera di Levante resterebbero a Francia come valico al Milanese e alla Toscana, a Savoja quella di Ponente. Gli armamenti tradiscono la segreta conclusione, e Italia esclama contro quest’ambizioso che la trabalza in nuove guerre, e le trae addosso i Protestanti. Genova nell’istante pericolo ricorre al governator di Milano, si munisce alla meglio; e sì formidabile pareva l’attacco, che si pensò abbandonare la Riviera, restringendosi a difendere la capitale: ma altri persuasero a sostenere Savona e Gavi, e i ricchi genovesi non le mancarono nel bisogno, giacchè il principe Doria offrì quattrocento archibugieri, ducento Gian Francesco Serra, cento Pier Maria Gentile, e così altri, armati e mantenuti. Irruppero di fatto Savojardi e Francesi, ma non osavano affrontare una città, sempre risoluta nel tutelare l’indipendenza: intanto giunsero oro e galee di Spagna e di Napoli, soldati di Lombardia, il cui governatore obbligò Carlo Emanuele a sloggiare, in Acqui gli tolse i viveri, le munizioni, e fin gli argenti e le livree predisposti pel trionfo. Francia, che gli avea promesso soldati e navi, senza darne parte a lui o a Venezia o al papa, conchiuse con Spagna la pace di Monson[38] (1626). Il duca non potè che sbuffare, e cercar di nuocere alla Francia raccomodandosi colla Spagna; e mentre l’abate Alessandro Scaglia, astuto suo ministro, intrigava contro del ministro Richelieu, egli ridestava in Genova le fazioni de’ nobili antichi e de’ nuovi. Queste ne’ circoli facevano opposizione a ogni atto del consiglio, contrasto ad ogni sentenza de’ tribunali; «sicchè non rare volte il senato (dice il Della Torre) nel deliberare ebbe maggior riguardo a quello che ne avrebbe sentito e detto la piazza dei Banchi, che a quello che buona ragion di governo ne richiedesse; e timoroso il senatore di non spegnere l’aura favorevole che lo condusse a quella dignità, perdeva la libertà di dire, e tardava la risoluzione del deliberare».

Uno de’ più schiamazzanti in que’ circoli era Giulio Cesare Vachero, superba natura, arricchito coi traffici e coi dadi, contaminato di sangue e di stupri, e insofferente di star sottoposto a quelli cui credea superare per meriti. Com’è stile de’ pari suoi, gridando patria e libertà, batteva particolarmente il senato, perchè coll’eleggere celibatarj o vecchi o poveri eludesse quel provvedimento del 1575, di ammettere ogn’anno fra i nobili dieci plebei.

Carlo Emanuele lo trovò opportuno a guastar Genova, e non rifuggendo dal tramare con ribaldaglia, lo istigò per mezzo d’un Gianantonio Ansaldi, arnese della stessa risma, caro ai giovani perchè urlava contro la nobiltà. Essi dunque, istrutti sul Machiavelli, fidando nel duca che prometteva soldati e mandava pistole, tramarono d’assalire coi Polceveraschi il senato, trucidare i cittadini del libro d’oro, restituire al popolo la libertà, i magistrati, gli onori, erger doge il Vachero, e riformare la costituzione. Ma scoperti (1628), il Vachero fu preso, e feroce sin all’estremo finì sulle forche; il duca, che avea gittato la maschera, e fin minacciato rappresaglia, dovette restarsi colla voglia e colla vergogna. Genova poi, per mediazione del re di Spagna, pagò al duca censessantamila scudi d’oro, e ritenne l’ambito Zaccarello, assicurando l’impunità ai congiurati ch’erano rifuggiti a Torino: e ogni anno al San Bernardo festeggiava la sua liberazione dall’avido vicino[39].

La lunga guerra avea mostrato a Genova la necessità di munirsi; laonde s’aggiunse un quarto ricinto di mura, che per otto miglia dalla Lanterna alla valle del Bisagno, serpeggia su per le creste dei monti; immensa difficoltà, ma il nome del duca di Savoja bastava ad eccitare coll’ira la perseveranza: diecimila operaj vi davan opera, sospesa ogni altra costruzione (1631), e spendendovi dieci milioni, s’ebbe una delle opere più vantate in tutta Europa. Ne fu architetto frà Vincenzo Maculano piacentino, già inquisitore poi cardinale e quasi papa; e che fu pure a munir Malta. Genova procurò domare i corsari, e come portava le reliquie del Battista sul lido onde frenare le tempeste, così sudava a tenersi in pace colle potenze che soffiavano nelle interne fazioni, e a conservarsi neutra fra le pretensioni e le guerre di Francia, Spagna, Impero.

Quando i titoli valeano tanto, Genova pensò acclamare la propria indipendenza coll’attribuirsi titolo regio a cagione della Corsica, e investendone la Madonna. Nella cerimonia il doge consegnò lo scettro e la corona all’arcivescovo, che l’accettava per la Madonna; se ne rogò istromento; e levata alla moneta l’antica leggenda di re Corrado II, vi si pose Maria col motto Et rege eos. Il doge dovea vestir porpora, manto reale, corona; a’ senatori e governatori di Corsica, agli ambasciadori e generali di galee il titolo d’eccellenza; il palazzo della Signoria s’intitolasse reale. De’ suoi cittadini non pigliava tanta gelosia come Venezia; lasciava acquistassero ricchezze e Stati da principi forestieri, titoli, comandi di mare e di terra, senza per ciò escluderli dal supremo Consiglio. Però nel 1607 fu ordinata una legge simile all’ostracismo di Atene e al discolato di Lucca; cioè che a certi tempi s’accogliesse il consiglio minore, e ciascun membro di questo notasse i nomi di chi credeva pericoloso alla patria; e se alcuno si trovasse in quattro schede, era relegato per due anni. Iniquità che impediva gli atti vigorosi, non le vere malvagità degli ambiziosi.

Il banco di San Giorgio continuava ad essere un modello d’ordine e di buona economia, in mezzo allo scompiglio cittadino. Nel 1627 il re di Spagna dava da otto a dieci milioni a’ privati, assicurati sopra il galeone che arriverebbe dall’India. Or questo non arrivò, ond’egli diede solo cedole, che negoziate perdevano assai: indi pose un nuovo ritardo ai pagamenti, poi li fece in moneta erosa che scapitava. Ne restò scossa la fiducia, e molti ruppero il banco; eppure il conte duca domandava nuovi prestiti, a titolo dell’antica benemerenza.

Forse prima d’ogni altra nazione, Genova mostrò conoscere la vera natura della moneta, quando stabilì che i debiti si pagassero in moneta corrente, però coll’aumento da calcolarsi in ragione di quanto era cresciuto il valore dello scudo effettivo dal giorno in cui il debito fu contratto.

Temperò l’inquisizione religiosa, ma rigorosissima giustizia esercitava. Nella capitale e in ogni paese del distretto stava nella chiesa principale una cassetta, ove ciascuno poteva gettare un’accusa, col solo obbligo di annunziare i testimonj del fatto. Ogni settimana la aprivano i magnifici procuratori, e procedeano contro i denunziati. Fierissime pene erano stabilite contro i bestemmiatori, fin alla galera. Pena la testa a chi non denunziasse i delitti di maestà, ne avesse anche il più tenue indizio. De’ rei abbattevansi le case, e vi si ergeva una colonna infamante. Morte per l’adulterio, pel parto suppositizio, per la bigamia, per chi manda cartello di sfida; morte pel veneficio; per le pozioni amatorie la frusta, il marchio in fronte, ovvero il taglio dell’orecchio o del naso e il bando perpetuo; per le stregherie, morte, e i consapevoli puniti ad arbitrio del magistrato.