I marchesi di Saluzzo alle falde del Monviso eransi riconosciuti dipendenti dai conti di Savoja, ma spesso dovettero farsi vassalli de’ re di Francia; e tra questa e l’Austria variarono quando Carlo III fu spogliato. Il marchese Lodovico, stato vicerè di Napoli, morendo nel 1504 lasciava quattro figliuoli, di cui nessuno ebbe prole, per malìe (si disse) dei ministri di Francia, alla quale l’ultimo fe cessione forzata. Allora in Francia fervea la guerra tra Cattolici e Calvinisti; e il duca di Lesdiguières, generale d’Enrico re di Navarra, tenendo le migliori fortezze del Delfinato, minacciava il Saluzzese. Carlo Emanuele mal comportava di dovere da Carmagnola udire in Torino il tamburo francese; e con Filippo II, di cui avea sposato la figlia Caterina[34], s’accordò a danno della Francia, e parte corrompendo, parte sgomentando i governatori, occupò quel marchesato (1588), cogliendovi moltissimi cannoni e munizioni; e se dello sleale assalto in giorni così momentosi lagnavasi il re, egli protestava non aver voluto se non impedire che l’occupasse un ugonotto e un ribelle, qual era il Lesdiguières.
Questo sollecita contro la Savoja Ginevrini e Bernesi; ma Carlo leva gente, chiede soccorsi e denari professandosi antemurale della cattolica religione, riceve soccorsi dal Milanese, e batte gli eretici. Poi quando Enrico III fu assassinato (1590), invase la Provenza, accolto trionfalmente dai Cattolici, ed agognava d’aver Marsiglia e farsene barriera; ma gli ruppe l’impresa il granduca di Toscana, occupando il castello d’If rimpetto a quel porto. Allora Carlo Emanuele a tacciar il granduca di mercadante, menatore d’intrighi, scribacchiatore, poltrone, ligio a Francia; e il granduca lui di ammazza gente, insaziabile, ambizioso, mancipio di Spagna. Intanto però Marsiglia fu assicurata a Francia, e la guerra tratta in Savoja: poi quando il re di Navarra divenuto Enrico IV (1598 2 maggio) e Filippo II a Vervins terminarono la guerra di quarant’anni, il Saluzzese non fu concesso a Carlo Emanuele che tanto l’ambiva, ma rimesso all’arbitramento del papa. Davanti al quale le due parti sfoggiavano ragioni: Carlo Emanuele che ostinavasi alla guerra, vedendo non venirsene mai a un fine, eccolo in persona a Parigi con nobile comitiva; per mezzo di favoriti e d’amanti istiga Enrico a conquistare il Milanese, sperandone qualche ritaglio, trama col maresciallo di Biron contro esso re, maneggia col Fuentes governatore del Milanese per aver patti migliori. Per ciò Enrico gli rinnovò guerra; preso il forte di Santa Caterina in Savoja, da cui il duca dominava Ginevra, lo regalò a questa Roma de’ Protestanti, lieta di demolirlo; la Savoja fu invasa, stretto Monmeliano, mentre gli Spagnuoli, in vista d’ajutar il duca, occuparono Carmagnola. Tanagliato fra amici e nemici, il duca dovette accettare la mediazione del papa; e nella pace di Lione (1601) cedendo il Bugey col paese di Gex, la Bresse e le rive del Rodano da Ginevra a Lione, si assicurò Saluzzo. Toglieva così a’ Francesi la chiave d’Italia, ponendo le Alpi fra questa e quelli; pure esso non rifiniva di lamentarsene, quasi avesse scapitato al cambio in estensione, mentre in Francia diceasi: — Il re ha fatto una pace da duca, il duca da re; il re trattò da mercante, il duca da principe».
Respinta Francia, gl’Italiani si sentirono in balìa della Spagna, e del tristo cambio accagionavano Carlo Emanuele: eppure, come avviene a chi tiene armi fra i disarmati, in lui vedeasi il restauratore della nazionalità, la spada d’Italia, e l’esortavano a far da sè ed assicurare l’indipendenza. Egli, non misurando le ambizioni alle forze, neppur dopo la pace disarmò; ed or si volgeva contro il Milanese, or tornava contro la Francia; dalla Spagna impetrava pensioni per ciascuno de’ suoi figliuoli, che mandava a quella Corte; intanto proponeva parentele ad Enrico, che, quantunque ne sapesse gli avversi maneggi, volea giovarsi dell’ingegno, della forza e della posizione di esso; e nel suo famoso Piano, tutto diretto ad umiliare Casa d’Austria, meditava di fondere il Piemonte, il Monferrato, il Milanese col nome di regno di Lombardia, per mettere uno Stato forte a guardia delle Alpi; il Cremonese si cederebbe al duca di Mantova in concambio del Monferrato; a Venezia verrebbe data la Sicilia, sotto l’alto dominio del pontefice; il quale pure diverrebbe re di Napoli; Ferrara e Bologna, staccate da’ dominj papali, entrerebbero come città libere nella repubblica italiana, composta di Genova, Parma, Modena, Mantova, Massa, Toscana; e ne sarebbe capo immediato il papa, ricevendo solo l’omaggio d’un crocifisso del valore di diecimila scudi, ogni vent’anni; la Sardegna rimaneva alla corona di Spagna, a Francia la Savoja. Sogno come tant’altri, incorniciato di commissioni, di diete, di eserciti; in Italia religione unica la cattolica; intento comune la guerra colla Turchia[35]; e fu mandato in fumo dalla morte d’Elisabetta d’Inghilterra, poi da quella di esso Enrico, trafitto da un assassino (1610 14 maggio). Questo colpo parve dovesse abbattere Carlo Emanuele, nè lasciargli altro desiderio che di celarsi: ma alla sua ambizione potevano mancare alimenti?
Come principe di Germania aveva intrigato per farsi eleggere imperatore alla morte di Mattia; alla morte di Enrico III aspirò al trono di Francia; ora cercò sposare la vedova di Enrico IV per divenire arbitro di quel regno, lusingato anche da predizioni astrologiche: ma essa il ricusò; la Francia che, stimando il suo valore, disistimava la sua fede, subodorò che trattava colla Spagna; Venezia, a cui egli ricorse abbandonato d’ogni altro[36], non gli badò; il papa l’esortava a metter giù quelle esuberanze. E il duca, per quanto intollerante d’ogni sommessione, dovette mandare il proprio figlio a presentare scuse alla Spagna, la quale, istigata dal Fuentes, cercò persino sbalzarlo per sostituirgli il figliuolo Vittorio Amedeo, nato in Ispagna: si disse anche tentasse avvelenarlo per mezzo del duca di Toscana, che pentitosene mandò il contravveleno. Asserzioni solite de’ partiti. Così cessò il pericolo d’una guerra che gl’italiani aveano creduta imminente, e Carlo Emanuele fremendo mirava dove volgere l’irrequieta sua ambizione.
I Medici, i cui padri aveano bottega quando i principi di Savoja già portavano corona, ricordavano di esser principi indipendenti quando Emanuele Filiberto combatteva o governava la Fiandra a servigio di Spagna; quindi emulazione continua fra le due Case, l’una poderosa di armi, l’altra d’una civiltà raffinata. I Medici, non potendo ottener il titolo di re d’Etruria, cercarono quello di granduchi, e come tali pretesero il passo sopra i duchi di Savoja. Questi allora a sollecitare qualche titolo regio, e Carlo procurò far valere sull’isola di Cipro le ragioni tramandategli da’ Lusignani: trentacinquemila Cristiani di colà offrivansegli pronti a insorgere contro i Turchi se appena vi comparissero sue navi; ma i Turchi avvedutisene, molti uccisero e imprigionarono; pure Carlo si titolò re di Cipro, per quanto glielo contrastassero i Veneziani.
Non sapeva egli dimenticarsi che i suoi aveano perduta Ginevra, onde ne tentò un’audacissima scalata (1602 12 xbre); già ducento uomini v’erano penetrati, quando furono scoperti ed uccisi. Impresa narrata a disteso dagli storici, cantata dai poeti[37], memorata tuttora dalle canzoni popolari e da annuo digiuno, come quella per cui Ginevra sfuggì al pericolo d’esser cattolica e serva. Fu l’ultimo tentativo di conquiste transalpine; e i duchi, risoluti d’ingrandire in Italia, vedevano l’importanza d’aver un piede sul mare, onde Carlo Emanuele adocchiava Genova.
Questa repubblica in dechino (t. IX, p. 464) non sapeva ancora persuadersi che il meglio d’un paese non viene da ripetute innovazioni, sibbene dall’assodare le proprie istituzioni. La libertà che aveale data Andrea Doria era tutta d’aristocrati; essi soli reggeano lo Stato; d’essi i dodici senatori, che eleggevano il doge, biennale come loro; d’essi il collegio camerale di otto senatori pel maneggio delle pubbliche entrate; d’essi i ducento del minor consiglio; al gran consiglio entravano tutti i patrizj, compiti i ventidue anni. Come chi possiede ricchezze e non forza di difenderle, eccitava l’avidità, e intanto s’indeboliva colle irremediabili discordie tra i diversi ordini e tra le famiglie.
Dopo la congiura di Gianluigi Fiesco (1547), la legge del Garibetto aveva posto limiti alla facoltà d’aggregare plebei agli Alberghi, ma non sopito i rancori fra i nobili antichi e i popolani. I primi, detti del Portico di san Luca, erano legati fra sè pel prestito fatto a Spagna, alla quale perciò aderivano; mentre i nuovi ammessi, o del Portico di san Pietro, preferivano Francia, non voleano restrizione all’aggregar famiglie nuove, e davano mano ai rivoltosi di Corsica.
Genova in generale era ben disposta a Spagna, sì per memoria di Carlo V che l’avea resa in libertà, e del Doria e dello Spinola che capitanarono le armi di quella; sì perchè quei re prendeano grossi prestiti da’ suoi negozianti, pagandoli colle gabelle del Milanese e del Napoletano, e ne adopravano le navi a trasportar truppe in Italia: spagnuolo si parlava nelle case; spagnuolo predicavasi al popolo. Ma Filippo II mentre blandiva i Genovesi come opportuni ad assodare la sua dominazione sull’Italia, forse meditava l’acquisto della Liguria; confortatone pure dal granduca di Toscana, che ne sperava una parte. Don Giovanni, il famoso bastardo d’Austria, comandando la flotta spagnuola nel Mediterraneo, si lusingò impadronirsi della città (1571) e farsene un dominio proprio; ma i nobili nuovi, apponendone la colpa ai vecchi, arruffarono il popolo, che lo respinse di città.
Gregorio XIII coll’imperatore intromessosi della pace, fece riformar lo statuto e ripatriare gli sbanditi; e aboliti i nomi dei Portici di San Pietro e San Luca, nobili furon detti tutti coloro che partecipavano al governo, i quali ripigliarono i cognomi particolari, invece dei comuni degli Alberghi; e si posero un collegio di dodici governatori e uno di otto procuratori, un maggior consiglio di quattrocento e un minore di cento, scelti in quello. Bartolomeo Coronato, che ne’ passati tumulti aveva affettato la tirannia, e che allora vi aspirò colle congiure, ne perdè la testa. Anche Giambattista Vassallo di Portofino, amicatosi Maria de’ Medici regina di Francia, col cognato Gregorio Leverotto medico tornò per dar Genova ai Francesi: la trama fu sventata, ma Genova prese grandi provvedimenti, attesochè v’era complicata la Francia. Più tardi Gianpaolo Balbo, giovane de’ nobili ascritti, ricco, ambizioso, pensò profittare de’ mali umori contro i nobili vecchi. In quel tempo Genova trattava con Spagna la compra di Pontremoli, terra principale della Lunigiana con una giurisdizione di settanta miglia intorno e settantasette villaggi, opportunissimo adito al Milanese, alla Toscana, al Genovesato. Se ne chiedeano ottantamila ducati, e Genova per raccorli pensava vendere la nobiltà a famiglie nuove. Il Balbo, saputone, cominciò a sollecitar l’invidia popolare; il granduca di Toscana attraversò il negozio; i Pontremolesi stessi allegarono che, come feudo imperiale, non poteano esser venduti senza assenso dell’imperatore. Balbo considerò il fatto come suo trionfo, e macchinò d’occupare Genova, e farsi signor della Liguria, e della Corsica sotto la protezione di Francia; e la pratica andò finchè, denunziato da un complice, a fatica potè fuggire.