Discordie intestine straziavano intanto principalmente Mondovì, Chieri, Fossano: milizie nazionali non si aveano; nè denaro per soldarne di mercenarie; lo Stato era a brani per moltissimi appannaggi de’ cadetti ducali, aggravato da esorbitanti pensioni alle vedove, dai debiti fatti per le pretese di Amedeo VIII al papato e di Lodovico al regno di Cipro e per amicarsi gli Svizzeri, e da tanti passaggi di truppe[27]. Sua moglie Beatrice di Portogallo gli scriveva che ai figliuoli lasciavasi mancare un giorno il pane, l’altro il vino; da due anni le balie non toccavano stipendio; il pollajuolo, già creditore di mille fiorini, ricusa continuar le forniture, e così il macellajo: le sue gioje del valore di cinquantamila ducati, per diecimila erano impegnate a Genova: nè a tali difetti sapeasi riparare che alienando beni e ragioni demaniali[28]. Quando morì, Carlo non possedeva più che Nizza, Cuneo, Vercelli ed Aosta: Vercelli (1553) stessa fu allora occupata dai Francesi, e intanto i popoli, spensierati, vogliosi di godimenti, correano a brighe e a novità religiose, non per sentimento di pietà, ma per togliersi i freni.
Vi pose riparo Emanuele Filiberto Testa di ferro, che giovinetto messosi ai servigi dell’imperatore, erasi immortalato colla vittoria di San Quintino, e nella pace di Cateau Cambrésis (t. IX, p. 519) recuperò gli aviti dominj, sicchè d’allora la Savoja pesa nelle sorti italiane, e adopera a farsi indipendente dalla Francia. Per quanto a questa increscesse d’abbandonare i bei paesi cisalpini, pure, onde imbonirsi il duca che promettevale mille fanti e trecento cavalli pagati, gli cedette Torino, Chivasso, Chieri, Villanova d’Asti, poi anche Pinerolo e Savigliano, che occupava fin a che fossero posti in chiaro i diritti di Luigia di Savoja, avola d’Enrico II. Rilasciando a Berna il paese di Vaud, Emanuele Filiberto assicurossi quanto teneva a mezzodì del Lemano e del Rodano; aspirava a recuperar Ginevra, ma Berna e Soletta colla Francia ne stipularono l’indipendenza. Coll’acquisto di Tenda assicurò il passo dell’alpi Marittime traverso a genti fiere e manesche, e colla compra d’Oneglia si allungò nella riviera genovese. Procurò avere dal senato veneto le qualità di figlio di San Marco, per la quale avrebbe occupato il secondo posto nelle comparse.
Conoscendo come a paese che voglia costituirsi son necessarie buone armi, dal famoso Paciotto d’Urbino fece compiere la cittadella di Torino, già disegnata da Francesco degli Orologi, e quelli di Borgo in Bresse e di Cuneo ed una a fronte di Ginevra; e da lui, da Ferrante Vitelli perugino, dal Busca milanese fece fortificare Nizza, Villafranca, Sommariva, Susa, Mondovì, Monmeliano, mentre prima lo stato sarebbesi potuto perdere in ventiquattr’ore: dal piacentino Anton di Leva fece riordinare le milizie, sicchè ciascun Comune dovesse averne, esercitate a tempi prefissi, e allettate con privilegi; mentre i feudatarj lo fornivano di quattro compagnie di cavalli, onde ebbe in armi trentaseimila uomini, ch’egli pagava e armava, escludendo affatto i soldati forestieri. Pose una flottiglia a Villafranca; i cavalieri di san Maurizio per semplice onoranza istituiti da Amedeo VIII, unì a quelli di san Lazzaro destinati a cura degli ospedali; e ad imitazione di quelli di Malta e di santo Stefano, vi pose l’obbligo di mantenere tre galee contro i Turchi, e destinando granmaestro in perpetuo sè e i suoi successori. Fatto forte, potè intervenire a tutte le questioni d’allora, Francia l’adoprò nelle guerre di religione, Spagna per difendere il Milanese[29].
Contava appena settecentomila sudditi nel Piemonte, cinquecentomila in Savoja, e salvo Nizza, poveri, inerti, e tutta rabbia fra Guelfi e Ghibellini[30], Savojardi e Piemontesi, nobili e plebei, Protestanti e Cattolici. Le case si erano scompaginate per le spese della guerra di Francia. Delle savojarde prevalevano i signori de La Chambre, e i conti di Guier, di Rinavia, d’Antormon: delle Piemontesi le Piossasca, Luserna, Valperga, San Martino se eran le prime confederate a casa di Savoja: i signori di Collegno tenevano ventiquattro castelli con giurisdizione di sangue e trentamila scudi d’entrata. Quei che avean servito Francia la rimpiangeano: quei che Savoja, credeansi non abbastanza premiati. Ai ministri poco potea fidarsi, perchè pendeano chi per Spagna, chi per Francia, speculandovi maggior vantaggio che dal mostrarsi italiani. Volea vedersi pagate le tasse? bisognava ricorresse a capi di fazioni, quali il conte Masino o quel d’Arignano, monsignor di Racconigi o quel della Trinità. Nello scompiglio sentesi il bisogno d’un ordine, quand’anche sia a scapito della libertà.
Durava nel paese la rappresentanza degli stati, ecclesiastico, nobile, popolano. Destinati a votare i sussidj straordinarj al principe, ne prendeano occasione d’ingerirsi in altri affari, come nelle successioni, nella nomina del grancancelliere; intitolavansi padri e tutori del principe, ne sindacavano le azioni e i casi di guerra e pace; insomma erano una rappresentanza nazionale, quantunque irregolare e senza garanzia.
Emanuele Filiberto, avvezzo ai comandi soldateschi, indispettiva di trovarsene or rallentato nelle sue riforme, or impedito ne’ suoi divisamenti; e avendo la Camera de’ conti di Torino ricusato interinare un contratto di lui, esso le scrisse di farlo subito, «altrimenti farem conoscere a voi e a tutti che vogliam essere obbediti, e possiamo far gastigare i nostri sudditi, di qualunque stato sieno, che osassero o tentassero menomamente resisterci, sapendo che facciam bene». Alfine tolse via questa rappresentanza[31], solo mantenendo a Carignano il senato, sul modello de’ parlamenti di Francia, col diritto di interinare le leggi e le grazie del principe. Il suo consiglio di Stato riceveva le suppliche di grazia, e poteva anche derogare le decisioni dei tribunali.
Scioltosi dai ritegni, pose moltissime gravezze, cercando vi partecipassero tutti[32]; e la rendita che sotto i predecessori giungeva appena da sessanta a settantamila scudi d’oro, portò a cinquecentomila. Per concentrarne l’amministrazione nominò generale tesoriero Negrone di Negro genovese, il quale introdusse ordine e regolarità nel maneggio del denaro pubblico, e un contrabollatore generale. Pio negli atti[33], l’educazione de’ giovani affidò a quelli che allora godeano maggior grido di virtù e dottrina, i Gesuiti: volle s’imparasse a leggere sul catechismo e sull’uffizio, non sui versi lascivi di Ovidio: la censura delle stampe affidò al senato. Dichiarò inabili a succedere i religiosi nè le fraterie ad acquistare, e ogni vent’anni pagassero il sesto del valore de’ loro beni; fondò uno studio a Mondovì, poi trasferito a Torino, ove insegnarono il giureconsulto Aimone Cravetta di Stigliano, Giovanni Argentaro capo di scuola medica, Agostino Bucci filosofo, il francese Cujaccio, il reggiano Panciroli, il pavese Menochio, il Goveano portoghese; invitò gli stampatori Torrentino e Bevilacqua, e cercò a segretario Annibal Caro e a consigliere Nicolò Balbo. Promosse il commercio marittimo; creò un magistrato sopra la mercatura, uno sopra le acque; migliorò le razze cavalline; favorì il traffico de’ panni di seta, e ordinò di piantar gelsi, fin allora quasi ignoti. Alleviando i dazj, trasse pel suo paese il transito delle merci fra Italia e Fiandra; ma fuori non potea mandare che alquanto bestiame e caci: l’industria era in fasce, e tutto tiravasi dalle fiere di Ginevra e di Parigi.
Il 30 ottobre 1561 aboliva ogni resto di servitù, taglia o manomorta, angarie e perangarie, vincolo a testare o contrattar liberamente, facendo così franchi tutti i sudditi. Vietò le armi, sino ai capi delle compagnie giojose e delle maestranze; di servire, di studiare, d’addottorarsi fuor di Stato, e le conventicole politiche, che oggi si chiamano circoli o club e allora abbazie, e l’accordarsi col fisco nelle cause politiche. Insomma governo assoluto, temperato solo dalla prudenza del principe; militare ordinamento del paese, per aver forze da servire all’alleato che le circostanze presentassero; non aderire a Spagna più che a Francia, straniere entrambe, ma a quella che meglio profittasse; invece di tenersi neutrale fra i litiganti, sposarne alcuno; non guardare agl’interessi di veruna terra o città, ma a quel dello Stato, furono le massime ch’egli introdusse, e che trasmise a’ successori suoi.
Il paese era già foggiato a monarchia, e un principe nazionale era il ben arrivato dopo gli strazj degli stranieri, tanto più ch’egli non s’abbandonò alle vendette, laonde i popoli, dapprima propensi a Francia cui tanto somigliavano per ordini civili e politici, apprezzarono quello che li redimeva dal giogo forestiero, e presero a considerarsi italiani, per quanto divisi tra la patria oltremontana, la cismontana e la nuova, che fu Nizza. Un profondo motto uscì dalla bocca di lui: — Chi riceve l’ingiuria, spesso la perdona; chi la fece, non mai».
Così preparava il regno a Carlo Emanuele (1580), cui si affisse il titolo di Grande per la smania di muoversi e muovere, l’ostinarsi agli intenti malgrado disgrazie e ingiurie, l’accorto valersi degli errori altrui e assodarsi delle altrui debolezze, non curando tanto la propria dignità e il buon nome, quanto il riuscire. Meschino di corpo, vasto d’intenti, unendo a molto coraggio una politica oculatissima, sapea quel che maneggiavasi in ogni gabinetto, mentre si diceva che il suo cuore era pieno d’abissi come il suolo del suo paese; e innanzi al Cordova governatore del Milanese comparve coll’espressiva divisa di una casacca, che da qualunque parte la voltasse, gli stava bene. Fondò chiese e spedali, non men che fortezze e gallerie; proteggeva lettere e scienze, scrisse egli stesso i Paralleli tra i grandi antichi e moderni, e il Grande Araldo, compilazione di stemmi, o fece stendere l’Iconocosmo o storia del mondo. Molto si valse di Giuseppe Cambiano granmastro d’artiglieria, che scrisse un pregevolissimo Discorso historico, specie di storia universale, estesissima ne’ fatti recenti di cui era stato parte. Alessandro Tassoni, da lui ben accolto, racconta che «desinava circondato da cinquanta o sessanta vescovi, cavalieri, matematici, medici o letterati, coi quali discorreva variamente secondo la professione di ciascheduno, e certo con prontezza e vivacità mirabile d’ingegno; perciocchè, o si trattasse di storia o di poesia, o di medicina o d’astronomia, o d’alchimia o di guerra, o di qualunque altra professione, di tutto discorreva molto sensatamente e con varie lingue». Ebbe dieci figli naturali, e quelli da donne libere riconobbe come signori del sangue.