Il cardinale Francesco Maria, fratello di Cosmo, fu secolarizzato; ma Eleonora di Gonzaga sposatagli mai non lasciossi accostare da questo vecchio sciupato, che ribramando gli ozj lasciati, morì il 1711. Ferdinando, primogenito di Cosmo, allievo del Redi, del Viviani, del cardinale Noris, coi vizj rese l’animo e il corpo incapaci di amar la moglie, e morì a cinquantatre anni. Gian Gastone, secondogenito, unico sopravvivente, fu infelice nel matrimonio come tutti i Medici; sua moglie duchessa di Lauenburg, grossolana, disamata, aborrente l’Italia, non volle mai uscire dalla sua Boemia; ed egli alla taverna, al giuoco, a tutti i vizj cercò distrazione dalle miserie che vedeva e prevedeva. Caccia i tanti frati e i tanti delatori; abolisce quelle che il vulgo chiamava pensioni sul credo, assegnate a Turchi, Ebrei, Protestanti venuti cattolici, e che mantellavano l’inerzia e l’impostura. Allora alle penitenze sottentrano feste, corteggiamenti, donne, carnevali, e la principessa Violante asseconda quel nuovo andazzo; nelle ville si recitano commedie dai nobili, che vanno alla Corte vestiti alla francese, anzichè coll’abito di gala, e conversano famigliarmente col duca.

Disperato d’aver eredi, e considerandosi soltanto usufruttario del paese, Gian Gastone ne trascurò la gloria e il prosperamento: abbandonato ai capricci di uno staffiere, tre sole volte il consiglio di Stato radunò nei quattordici anni di regno; sparagnò sulle prime, poi dettogli che lo spendere giova ai popoli, profuse in gioje, manifatture, capi d’arte, e in garzoni libertini, facendo il popolo soffrire delle crescenti imposte, rese men sopportabili dal terribile gelo del 1709. E di peggio prevedeasi, poichè i pretendenti, che già coll’avidità spartivansi il retaggio del granduca ancor vivo, ad ogni suo mal di capo sporgeano la mano e volean mettervi guarnigioni. Cosmo III avea procurato di prevenire quei mali col far riconoscere il diritto in cui Firenze rientrava di esser libera al cessare della famiglia, a cui, ragione o no, erano stati attribuiti que’ paesi dal diploma del 1530. Ma ridestando la repubblica, Siena sarebbesi staccata, e così i feudi della Lunigiana; i Farnesi metteano in campo la parentela; di fuori poi, se Inghilterra e Olanda vel confortavano, mostravasi contrariissima l’Austria; sicchè Cosmo cercò trasmettere il dominio a sua figlia Anna, moglie di Guglielmo principe palatino. Ma Carlo VI dichiarò che la Toscana, feudo imperiale, a lui ricadrebbe quando vacasse, e con truppe sostenne la impugnata pretensione. Gian Gastone propose unire la Toscana a Modena, di cui era duchessa una discendente da Cosmo I, e l’imperatore non se ne mostrava alieno; ma sopravvennero guerre che sovvertirono i disegni.

E così le italiche fortune erano tramenate da capricci, da ambizioni, da pretendenze d’eredità; e questi obbrobrj intitolavansi pace.

CAPITOLO CLV. Condizione materiale e morale. Opinioni. Ingegni eterocliti.

Settant’anni di pace dal 1559 al 1621, non che sanare le piaghe, le infistolirono,[130]; le ricchezze furono esauste nella fonte; un’oppressione sistematica succedeva alle violenze della guerra; questa finiva senza indurre la tranquillità, giacchè il paese era corso da mercenarj rapaci, o da soldati forestieri che vi spandevano la povertà e la peste. Dappertutto bisogni di principi e miseria di popoli: il supremo interesse di quelli era l’esigere grosse taglie; di questi la paura di morir di fame: e le sollevazioni di Milano, di Palermo, di Fermo, le quasi annuali di Napoli, i divieti d’asportazione, l’assegnar i prezzi, l’istituire prefetti dell’annona darebbero a credere che l’uomo fosse ridotto ai meri istinti.

Tronchi i ricambj, così molteplici dapprima, fra Stato e Stato per via d’ambasciadori, negozj, magistrature, guerre, studj, ciascuno s’impiombò al paese, che amava soltanto per abitudine, per comodità: la longanime prudenza o l’astuzia diplomatica si concentrò nelle Corti, disposta a ricorrere a perfidia, a trame, a prepotenza; donde sterminati disegni con debolissimi mezzi; e invece dell’ambizione grande che fabbrica sopra se medesima, quella piccola che tresca in vanità, o colla violenza palesa il difetto di solide qualità. Nulla parendo soverchio per conservare la fede cattolica, la paura della riforma fece ridurre l’educazione a stringimenti e depressioni; alla spontaneità e alla confidenza, viepiù necessarie agli spiriti nel tempo appunto che la natura più si espande, surrogare l’azione perpetua dell’autorità sbigottita: i collegi si ridussero a monasteri, come dappoi a caserme, talchè, se aveansi i vantaggi della pietà e della compostezza, mancava spesso la civile opportunità; si lentavano i vincoli domestici, che possono essere salvaguardia non solo ai figliuoli, ma e più ai genitori; e gli animi o si fiaccavano irremissibilmente, inasprivansi contro la regola e l’autorità, per poi prorompere in violenze.

Il sussiego, parola allora introdotta, fa disapprovare una mancanza di convenevoli quanto un delitto, e tutti impronta ad una foggia uniforme; la regolarità s’incarica di spegnere le vivezze, di sostituire (come si disse degli arcivescovi Borromei) il rosario alle spade.

Coraggio fisico, viva e pronta intelligenza, se vengano sviluppati, rendono grande un popolo; compressi degenerano in ferocia e in astuzia; come la vivace intelligenza, se rinneghi il calcolo, rovina se stessa. Esclusi dagli affari della patria, i nostri recavano l’ingegno a servigio degli stranieri; sicchè il nome italiano di fuori continuò a tenersi in onore, e la nostra letteratura imitavasi da Inglesi e Francesi, come noi imitavamo la spagnuola. In Francia la buona società modellavasi al tipo italiano, e italianeggiava la lingua: i soldati che avevano fatte le campagne d’Italia, voleano parlarne con termini nostri, e dire infanterie, cavalerie, embuscade, sentinelle, escarpe, fino brave. Ma i nostri v’erano malvisti, come quelli che si foracchiavano in tutti gl’impieghi[131], e al machiavellismo italiano imputavansi tutti i mali della guerra civile e di religione.

Delle consuetudini principesche danno buon testimonio i ricordi, che Francesco Maria II lasciava a suo figlio Federico Ubaldo duca d’Urbino, il 22 marzo 1615. Trascorriamo le generalità del vivere in grazia di Dio, trattare con ischiettezza, non rimettere a domani quel che si può fare oggi, lasciar libero il corso della giustizia, senza che se n’intrighino nè i parenti nè la moglie; e così della liberalità, dell’affabilità, della riconoscenza a chi prestò servigi, del risparmiare la pena di morte, dello spender meno nell’entrata, del non toccare l’onor delle donne e particolarmente delle nobili. Vuol che non abbia intrinsechezza co’ sacerdoti, ma li lasci attendere all’officio loro, egli attendendo al suo senza loro ajuto. Ubbidiente al papa, ardentissimo nel servizio di S. M. Cattolica, andando in guerra s’e’ ci va in persona. Cerchi consiglieri e ministri che vadano per la strada del carro, anzichè voler novità speciose; e anch’egli attenda a far camminare bene le cose antiquate, non facendo decreti nuovi, e piuttosto restringendo i vecchi. Non si dia troppo allo studio delle scienze, bastando intendere bene la propria lingua e la spagnuola, farsi leggere ogni giorno qualche storia, e ragionare delle scienze con quelli che le professano. Faccia esercizj cavallereschi, la scherma, il ballo, il nuoto; giuoco alla palla, caccia, maneggio de’ cavalli, di questi tenendo una razza. Mangi d’ogni cosa, ma moderatamente e senza seguir regole di medici, de’ quali non è a valersi che nelle infermità. Il figliuolo maggiore tratti come un fratello, lasciando che governi e comandi. Se ha un altro figlio, compri per esso uno Stato nel regno di Napoli, con altre entrate per 12,000 scudi l’anno: il che è meglio che dargli beni in paese: così s’hanno fondate due case. Degli altri figli un ne faccia ecclesiastico; e così se ne ha molti, li collochi colla propria parsimonia e col favore di S. M. Cattolica.

Il sentimento religioso molto ingagliardì, massime dacchè su quello si piantò l’educazione; e ripullulava traverso ai disordini della vita, sicchè finivano devoti quei che aveano menata vita disonesta o prepotente. La politica professava canoni più sani, dedotti dalla rivelazione; arti e lettere attingevano a fonti ecclesiastiche; sin la fisica appoggiava a principj d’ordine religioso. Molti ottennero gli onori degli altari, ed ai già accennati (t. X, p. 474) vogliam soggiungere Gregorio Luigi Barbadigo padovano, cardinale, vescovo di Bergamo poi di Padova, ove fondò il seminario tanto celebre per gli studj filologici, colla biblioteca; Francesco Girolamo di Grottaglia gesuita, che per quarant’anni diresse le missioni nel regno, predicando instancabilmente, ma breve e con unzione, a soldati, galeotti, pescatori, meretrici, che traeva agli abbandonati sacramenti, sicchè fin otto o diecimila persone a un tratto si comunicavano. Giuseppe da Copertino presso Brindisi, laico francescano, uso ne’ servigi più vili, tutto umiltà e penitenza, è assunto agli ordini benchè ineducato: ma de’ miracoli e delle estasi sue l’Inquisizione e i superiori dubitano e lo credono ipocrite; ed egli soffre rimproveri di colpe che non commise. Sebastiano Valfrè da Verduno nella diocesi d’Alba, mostrò gran carità sin da fanciullo, ed entrato oratoriano, scrisse il Mezzo di santificare la guerra, la Breve istruzione alle persone semplici; operò molte conversioni a Torino, di cui non volle essere arcivescovo; vivea sempre in ospedali, eppur tenea corrispondenza con vescovi e teologi su punti rilevanti. Veronica Giuliani di Mercatello, vestitasi cappuccina, ebbe visioni, patimenti straordinarj e i segni della corona di spine, e Cristo le impresse le sue piaghe: il Sant’Uffizio ricusò credere questi portenti, il confessore la umiliò in ogni guisa, pur dovette confessare che di speciali favori la privilegiava Iddio. Tra i chiostri troveremmo Pacifico da San Severino, Bonaventura da Potenza, Bernardo da Offida, Tommaso da Cora, che non potendo impetrare d’andar nelle Indie, missionò in paese con gran frutto di conversioni; Bernardo da Corleone in Sicilia, che annojatosi al mestiere del calzolajo, andò soldato, ma messo in carcere per indisciplina, tornò a coscienza, e vestitosi cappuccino fu specchio di virtù.