Ma poichè soltanto una grave devozione apriva la strada agl’impieghi e agli onori, degenerava in ipocrisia o in cupa superstizione. Abbondavano le pratiche convenzionali e i fervorini da sacristia, donde il cuore è assente, e che lasciano l’anima senza alimento; i dogmi non eccitavano nè attenzione nè resistenza perchè senza riflessione si adottavano formole di fede che bastava ripetere. Il nome d’eretico faceva orrore a segno, da non voler leggere le migliori opere de’ Tedeschi e degli Inglesi d’allora, nè comunicare di commerci con Olandesi od Ugonotti. La devozione però non salvava da ribaldi disegni; di reliquie coprivansi i masnadieri, impetravasi indulgenza per accingersi a qualche misfatto[132]. Le chiese erano esposte non solo a ruberie, ma a profanazioni, convegno d’amori, o campo di liti fin al sangue. Nel 1630 nel duomo di Palermo facevasi una gran rappresentazione sul riscatto di Gerusalemme; e i Gesuiti, in onore d’una infanta di Spagna allora nata, diedero una commedia con nuvole piene di danzanti, e una cena che costò seicento ducati. Le Benedettine di Donn’Albina diedero pure un dramma, con licenza del papa introducendovi anche uomini. Occasioni di nuovi scandali nelle chiese.

Le incalzanti raccomandazioni del concilio di Trento provvidero alla costumatezza e alla dottrina del clero: pure le memorie contemporanee palesano quant’esso conservasse dell’antecedente depravazione e del secolaresco, e all’ombra de’ rinvalidati privilegi mestasse turpemente negl’interessi mondani, fino a guadagnare in botteghe, e convertir chiese e canoniche in magazzini. Nelle visite i vescovi trovavano preti o pubblicamente concubinarj, o violenti fino ad assaltare alla strada, gli assassinj e il contrabbando ricoverando all’ombra degli altari. Tre prevosti degli Umiliati diedero mandato al diacono Farina perchè uccidesse san Carlo, che miracolosamente campò: il prevosto di Seveso aveva ridotta in spelonca di ladri la sua chiesa, e le sepolture coprivano le vittime dei suoi delitti.

I conventi popolavansi per convenienza di stato, e non di rado per violenza o seduzione dei padri, volenti alleggerir la casa dai figli cadetti onde assicurare la fortuna de’ primogeniti. Per romanzi divenne famosa Virginia, figlia del conte di Leyva signore di Monza, che costretta ad assumere il velo, si contaminò di gravissimi misfatti, finchè trattane si ridusse a severissima penitenza. Arcangela Tarabotti, a undici anni chiusa in Sant’Anna di Venezia, «non fu monaca neppure d’abito e di costumi, quello pazzamente vano, e questi vanamente pazzi»: benchè nè tampoco a leggere e scrivere le avessero insegnato, pure per sottrarsi all’accidia applicò agli studj, e compose opere, fra cui La semplicità ingannata, o la tirannia paterna[133], e l’Inferno monacale, libri scomposti ma passionati, dove rivela la usatale violenza, e impreca ai padri che forzano la vocazione de’ figliuoli, e con argomenti e autorità sacre e profane sostiene la libertà della donna nello scegliersi uno stato. Le pie insinuazioni del patriarca Federico Cornaro la fecero prima rassegnarsi, poi compiacersi del proprio stato; «abbandonò le lascivie degli abiti, di cui tanto si dilettava»; e a sconto de’ precedenti scrisse libri di concetto opposto, quali il Paradiso, la Luce monacale, la Via lastricata per andare al cielo, le Contemplazioni dell’anima amante, il Purgatorio delle mal maritate; e prossima alla morte, supplicò che gli altri suoi scritti fossero dati al fuoco.

Da Marcantonio Mariscotti conte di Vignanello e da Ottavio Orsini era nata Clarice, e benchè di buon’ora innamorata delle vanità, dovette professarsi monaca in San Bernardino di Viterbo col nome di suor Giacinta. Tutta capricci e dispetti, volle aver camera distinta, che ornò con suntuosità; i doveri adempiva sbadatamente, assorta in fantasie e vanità: ma côlta di grave malattia, mandò per un confessore, e questo entratole in camera e vedendo quell’incompatibile lusso, la minacciò di perdizione; ond’essa tolse a riparar lo scandalo chiedendo perdono alle compagne, dando alla superiora quanto avea del proprio; e risanata, fu tutta alle austerità, alle macerazioni. Scoppiata un’epidemia, istituì un ospedale e le oblate di Maria, che andassero limosinando per convalescenti, carcerati e poveri vergognosi.

Quando i cardinali erano ministri di Spagna, di Francia, governatori, condottieri d’eserciti, come il Richelieu, il Mazarino, il Lavallette, l’Albornoz, il Trivulzio, il Caracciolo, il Granuella, il Grimani, il Borgia, lo Zappata, il d’Aragona; quando ogni Potenza ne teneva uno in Roma che, come suo protettore, dovea maneggiare e intrigare, e della politica il gran punto consisteva nell’acquistar potenza alla Corte pontifizia accaparrandosi i prelati più efficienti, e massime quelli delle principesche case italiane, era ad aspettarsene edificante pietà, nè studio della scienza di Dio? Le case di Savoja e d’Este, i Gonzaga, i Farnesi, i Barberini, gli altieri aveano sempre uno o più porporati, che spesso gareggiavano col papa in splendidezza; e talora, passata la prima gioventù, deponeano la porpora per ammogliarsi. Al cardinale Aldobrandini, quando passò nunzio in Francia nel 1600, furono assegnati mille scudi il giorno, oltre le sue rendite, e grossa somma per le prime provvigioni[134]. Nel 1670 il duca di Parma a complimentare il nuovo papa Clemente X spedì il conte di San Secondo, che andò all’udienza con diciotto prelati e cencinquanta carrozze. Il cardinale Alberto d’Austria (dice il cavaliere Dolfin nella relazione di Roma) in mezzo a strepito d’armi e tamburi fa parlar di sè tanto, che merita posto fra i celebri capitani più che fra i prelati.

Il cardinale Rinaldo d’Este aspirava a diventare protettore dell’Impero; ma dagli Spagnuoli tergiversato, piegò a Francia, che fu ben lieta d’acquistare costui, forte per carattere e per relazioni di famiglia. N’era appena fatto protettore, quando entrò in Roma l’ammiraglio di Castiglia ambasciatore di Spagna, che non solo non l’invitò alla sua cavalcata, ma fece côlta d’armi nel proprio palazzo. Altrettanto l’Estense; e di bravi e di nobili venuti da Modena si circondava qualunque volta uscisse. Vano l’interporsi di signori e del papa; aspettavasi da un giorno all’altro un conflitto. Di fatto, scontratesi le carrozze dei due superbi presso al Gesù, s’intese un colpo di pistola; il popolo a fuggire; gli uomini dell’ammiraglio fan fuoco colpendo molti innocenti; poi si danno essi pure in fuga, lasciando scoperto esso ammiraglio, il quale potè andarsene illeso; ma viepiù inasprito, manda a cercar gente e denaro al vicerè di Napoli. Questi però nega secondarne le vane braverie, il papa viene a capo di riconciliarli, e il buon popolo romano applaudisce clamorosamente all’Estense che sì bene aveva sostenuto il decoro di Francia.

E continue erano le dispute di precedenza, massime tra gli ambasciadori di Francia e di Spagna; il concilio di Trento ne fu turbato quanto dalle eresie, attesochè il papa, sapendo inimicherebbe a sè e forse alla Chiesa quello che posponesse, non osava pronunziarsi, finchè le guerre civili non l’indussero a preferire il Cristianissimo, come quello ch’era più in pericolo d’apostatare. Il giorno della coronazione di Gregorio XIV, Alberto Badoero ambasciadore di Venezia sostenne di dover comparire immediatamente dopo quel dell’imperatore, e innanzi a tutti gli altri: e perchè il senatore di Roma pretendea quel posto, egli dichiarò non interverrebbe alla coronazione: onde il papa ordinò al senatore di andar via co’ due confalonieri che l’accompagnavano. Il prelato Centurione arcivescovo di Genova e prolegato incontra il cocchiere del cardinale San Giorgio nipote del papa, e perchè non vuol tirare da banda la carrozza vuota, e’ lo bastona: San Giorgio ne porta querela al papa, e non trovandosi soddisfatto, esce dalla città e dallo Stato, per quanto il papa mandi a richiamarlo[135].

Il Portogallo erasi sottratto alla dominazione spagnuola, talchè veniva considerato come ribelle. Avendo mandato il vescovo di Lamego ambasciadore a Roma, il marchese de los Velez ambasciadore di Spagna pretendea non fosse ricevuto; ma il fu, e ordinato il modo di comportarsi, volendo che, se incontrasse l’ambasciadore di Spagna, calasse le cortine della carrozza. Los Velez, saputo che il vescovo era a visitare monsignor de Fontenay, mandò a prendere quantità d’armi, e le distribuì fra’ suoi, coll’ordine che, se le cortine del Portoghese non fossero calate, tagliassero i garetti a’ cavalli. Il vescovo, avvertitone, si pose attorno altri armati, e scontratisi cominciossi il fuoco, dove furono uccisi cavalli e persone d’ambi i lati: allora Roma parteggia; bisogna mandar soldati; raffittiscono le dispute, e i due ambasciadori si ritirano in opposte direzioni.

Nella peste del 1656, il vicerè vieta che nessuno entri in Napoli se non con licenza de’ regj ministri; e l’arcivescovo pubblica che per gli ecclesiastici richiedasi la licenza vescovile: quello ricusa, si abbaruffano, intanto che morivano quindicimila persone al giorno. Poi qualche volta di Spagna viene decreto che in tutte le chiese, in tutte le scuole si giuri l’immacolata concezione della beata Vergine: qui i vescovi a protestare contro l’altrui ingerirsi in materia di loro spettanza; i Domenicani a rifiutar di professare una pia credenza, da loro impugnata; i professori a trovare pregiudicata la libertà dell’insegnamento; Roma a negare ai re la podestà di proporre una credenza teologica.

Grandi problemi nè morali nè politici non si posarono nè discussero fra noi; eppure puntigli di cerimoniale, dispute di eredità, tafferugli fra vescovi e governatori o col papa per le giurisdizioni, portarono irrequietudini rinascenti e fin guerre; e in privato frequenti duelli sulle vie pubbliche, assalti di villaggi a mano armata; e stimare felicità l’essere annoverato fra l’alta e la bassa domesticità di Spagna, l’ottener titoli desunti dalla mensa, dalle caccie, dalle stalle, dalle anticamere regie; e ciascuno zelare quelli che ereditò e le piccole distinzioni, e pretendere privilegi ch’erano aggravj degli inferiori, e che ricordavano ciò che i nobili erano stati, senza insegnar le ragioni per cui cessarono di essere. Alle processioni, alle comparse, magistrati, preti, maestranze lottavano per l’abito, per lo scanno, pel passo innanzi. Quante volte a Napoli furono ritardate, finchè i cerimonieri avesser proferito! intanto gli uni e gli altri stavano coll’armi in pugno, e i soldati non bastavano a impedire le collisioni: talora moveasi la marcia, ma intimandosi che i nobili titolati procedano distinti, i non titolati spengono i torchietti e se ne vanno. Or si raduna il consiglio, ma un sindaco n’esce perchè non si trova assegnato un sedile conveniente. Or ad una solennità, il governatore si leva indispettito di chiesa perchè vede posare un predellino sotto ai piedi dell’arcivescovo. Or tutta la nobiltà esce dalla messa perchè il vicerè fece situar vicino a sè un nipote. Or un ambasciatore non può essere ricevuto perchè il suo grado di nobiltà spagnuola l’autorizza a trattare il vicerè da pari a pari. Muore una principessa, e l’esequie sono interrotte da commissarj regj, perchè ha stemmi e insegne da più del grado, e bisogna deporre il cadavere in disparte finchè arrivino le decisioni di Spagna. Fra i grandi di Napoli fu un lungo dibattere intorno al coprirsi davanti al re, privilegio di tutto il grandato di Spagna, mentre quella sospirata parola Copritevi era stata detta da Carlo V ad alcuni sì, ad altri no de’ regnicoli. Nelle esequie per la regina di Spagna in quel duomo, l’arcivescovo vuole si dia il piumaccio a tutti i vescovi intervenuti; il vicerè ripudia questa novità; si sospende la cerimonia, e il sontuosissimo catafalco è trasferito nella cappella reale. Ottantadue anni contesero ai tribunali e ne’ libri Cremona e Pavia qual dovesse avere il passo sull’altra, finchè il senato di Milano «con gravissima ponderazione e maturità di consiglio decise di non decider nulla». Il generale Giovanni Serbelloni, nel 1625 combattendo in Valtellina, non volle aprire un dispaccio perchè non v’erano soprascritti i titoli dovutigli; e così ignorò l’accostarsi del nemico, che lo sconfisse.