Lo scialacquo di titoli caratterizzava l’orgoglio surrogato alla superbia; l’illustrissimo e l’eccellentissimo davasi a qualunque nobile, e fin a plebei l’illustre e molto illustre, che nel secolo precedente bastava a principi. Il conte Olivares vicerè di Napoli li vietò per editto, ma solo si scrivesse signor duca, signor principe, signor conte o dottore; ma la prammatica non fu osservata. Lo perchè il papa non volendo accomunati ad altri i titoli dovuti ai cardinali, a questi diede quel d’eminenza, ma non potè fare che non se l’arrogassero anche gli Elettori dell’Impero. Il Consiglio della repubblica di San Marino che s’intitolava illustrissimo, volle dirsi principe. Quanti maneggi, quanto spendere dei principi per ottenere un titolo o un grado superiore all’emulo![136] quanta pompa per ciò e solennità nelle ambascerie! Fino i poveri Grigioni nel 1604 allorchè cercavano l’alleanza di Venezia, vi spedirono sette ambasciadori con cencinquanta persone, che tutti furono mantenuti dalla Signoria, e ricevuti con onoranze quali nessuno da Enrico III in poi; da tutte le città vi andavano incontro cavalieri e fanti; pure non vennero accolti che da quaranta gentiluomini, anzichè sessanta come gli ambasciadori delle potenze; nè ammessi in Pregadi. Era una scienza complicatissima la competenza de’ varj rappresentanti: i quali poi a loro volta sbizzarrivano in prepotenze, volendo immuni le persone a loro addette, la casa, la vicinanza, che diveniva così ricovero di ladri e di contrabbando. Il conte di Cantecroix, ambasciadore imperiale a Venezia nel 1666, della propria abitazione faceva un bordello, tentò assassinare la moglie, fece uccidere il mastro di casa, fabbricare moneta falsa; finchè la Signoria ottenne fosse revocato[137]. Altri esempj incontreremo.
Ne derivò l’importanza suprema attribuita al punto d’onore. I duelli per parole offensive e per lesione d’onore, ignoti agli antichi, nacquero nel medioevo dalla prevalente personalità, e dal diritto del pugno che ciascun signore si arrogava; e sopravvissero a quell’ordine di cose, del quale erano un frutto naturale e un correttivo. I principi, traendo in sè le prerogative regie, diedero ogni opera a spegnere il duello; e papa Giulio II, il luglio 1505, avevalo proibito in tutte le terre dipendenti immediate o mediate dalla Chiesa, «per qualsifosse cagione, anche dalle leggi permessa». Ma il 29 giugno 1522 Carlo V, tenendo il parlamento come re di Sicilia, ricevette una rimostranza, qualmente fosse prammatica nel regno, che chi prende a combattere un altro da cui pretende essere stato offeso, viene sottoposto a gravi pene; donde nascono enormi inconvenienti e soperchierie, e di qua bandi, ferite, morti; tutti mali che si eviterebbero qualora essa prammatica fosse cassata, e ognuno potesse soddisfare all’onor suo col duello; poichè molti s’asterriano dal fare offesa, e l’ingiuriato si soddisferebbe sfidando l’avversario senza insulto e soperchianza; supplicavasi perciò la maestà sua ad abolire tale prammatica, e lasciare ognuno soddisfare all’onor proprio. Il braccio ecclesiastico non assentì a tale domanda, onde non fu esaudita[138].
Malgrado i divieti, vigea l’abuso; anzi, cessate le occasioni pubbliche di esercitare il vero valore, rimase questo di parata, e come una scienza entrò nell’educazione cavalleresca non solo l’atto, ma una complicata dottrina della vendetta e dell’armeggiare. Ben cinquanta trattatisti vi applicarono i sillogismi, gli oracoli della giurisprudenza e le autorità di filosofi e poeti non solo, ma dei santi Padri, e di quel vangelo dove è scritto, Se alcuno vi schiaffeggia sulla sinistra, porgetegli anche la gota destra. Anzi il Possevino compose un oremus, che chi lo reciti prima di venire al combattimento, «acquisterà forze grandissime», e nel quale il duellante promette a Dio che, quando mai ammazzi il suo nemico, «molto gliene rincrescerà».
In que’ libri cominciavasi da sottili definizioni dell’onore e delle sue opere, e se stia nell’onorante o nell’onorato: altrettanto dell’ingiuria, considerata nella qualità, quantità, relazione, azione, passione, tempo, luogo, moto, distinguendo le ingiurie voltate, rivoltate, compensate, raddoppiate, propulsate, tornate, ritorte, necessitate, volontarie, volontarie-necessitate, e miste. Suprema era la dottrina del carico, cioè dell’obbligo di risentirsi, ributtare, ripulsare, provare, riprovare; dove era aforismo, che il «carico alcune volte nasce dall’ingiuria, ma non mai l’ingiuria dal carico». Altrettanto sottilizzano nel definire l’inimicizia e il risentimento; e qui figurano la vendetta traversale, il vantaggio, la soperchieria, l’assassinio, la via indiretta, il mal modo, il tradimento, la perfidia, quando assumere il risentimento per altri, se un’ingiuria resti cancellata da un’altra pari; una sequenza di presunzioni novera lo Specchio d’onore, «tacendo pure le cento e mille altre che si poteano aggiungere».
Cardine di questa scienza era la mentita; la quale può essere affermativa, negativa, universale, particolare, condizionata, assoluta, privativa, positiva, negante, infinitante, certa, sciocca, singolare; generale per la persona, generale per l’ingiuria, generale per l’una e per l’altra; cadente sulla volontà, sull’affermazione, sulla negazione; valida, invalida, sdegnosa, ingiuriosa, suppositiva, circoscritta, coperta, vana, nulla, scandalosa; vera, data veramente, falsa, data falsamente; ve n’ha di legittime, ve n’ha d’impertinenti o ridicole, o disordinate, o universali di cosa particolare, o particolari di cosa universale. Quanto sottilizzavano i sopracciò per distinguere le mentite valide dalle invalide, l’attore mentito ingiuriante dal reo mentitore ingiuriato, l’attore provocante dall’attore provocato! Poi discuteano del provare, del richiedere, del mantenere, del verificare, del difendere, del sostenere; e così dell’attore che si finge reo, dell’attore interpretativo che opponga eccezioni di compensazione, dell’attore che tien luogo di reo provocato per la forma di sue parole.
Entra allora la discussione del trovar querela, del mutarla, dell’accrescerla, dello stabilirla, del lasciarla, delle eccezioni dilatorie e perentorie. Conosceansi un cinquanta formole o clausole differenti da porre sui cartelli; quando e come ricusare, rifiutare, ributtare? quali sieno le armi cavalleresche? qual movimento è vergognoso? qual pezzo d’arme è più disonore il perdere? s’ha da accettare la sfida da ignobili, o soltanto da uguali? l’eleggere le armi e assegnare il campo tocca al provocante o al provocato? qual si dirà vincitore quando cadano morti entrambi i combattenti? I padrini, allora come adesso, ingegnavansi piuttosto ad esasperare per poter farsi onore dove non correano pericolo: ma se giungessero a conciliare gli animi, allora nuove quistioni rampollavano sulla soddisfazione, sulla pace, universale o particolare, esterna o interna, naturale, civile, pubblica, domestica, e sulle differenze tra pace, riconciliazione ed empiastro, tra soddisfazione e restituzione, pena e castigo, confessione, pentimento e umiliazione, perdono e misericordia, e sulle sei maniere di ridirsi.
Ve’ in quale sapienza esercitavano l’ingegno i contemporanei di Galileo, di Torricelli, di Bacone! e per essa vennero immortali Paride del Pozzo, il Muzio giustinopolitano, Giovan da Legnano, Lancellotto Corrado, Giulio Ferretti, l’Attendolo, il Possevino, Camillo Baldi, Belisario Aquaviva, Antonio Bernardi dalla Mirandola, il Birago milanese, il Parisio, Jacopo Castiglio, il Pigna, l’Albergati, il Gessi, l’Ansidei, il Fausto, il Romei, Orlando Pescetti, il Tonnina; nel dialogo di Marco Mantua giureconsulto si decidono cento e più questioni; e nella biblioteca di un gentiluomo dovevano trovarsi i Cinquanta casi dell’Olevano, lo Specchio d’onore, la Pace in prigione, la Mentita in giudizio, le Conclusioni del duello e della pace, evangelisti dell’umana reputazione, le cui parole servono ad empiere di tanti dogmi di fede, d’onore i margini delle cavalleresche scritture.
In ogni paese v’avea qualche gran pratico, che risolvesse i molteplici casi nascenti dal punto d’onore, ricomponesse le discordie, regolasse i duelli, stendesse pareri ai quali procuravasi la firma d’altri armeggiatori; talchè quella pacifica generazione restava di continuo colla spada alla mano e colle dispute sul labbro. A Milano spessissimi ricorrevano combattimenti dei nobili tra loro e cogli uffiziali spagnuoli, e vi prendeano parte i secondi, i terzi, talvolta sei e otto per parte. A Napoli il marchese di Monterey minacciò duemila ducati e il bando di cinque anni a chi duellasse, e per la seconda volta la morte; e multa ai padrini. Nel 1638 in sei giorni v’ebbe cinque duelli di giovani distinti, e vi rimasero estinti Ferrante Caracciolo e Carlo di Sangro, ventenni, per affari donneschi. Poco poi due Pignatelli con loro amici combattono contro Scipione Monforte cavaliere di Malta, e rimangono morti. Talvolta somigliavano a vere spedizioni, e l’ottobre 1630 a San Pietro a Majella successe regolare battaglia fra gli Aquaviva e i Caracciolo, e i birri non poterono separarli prima che rimanesse un morto e una dozzina feriti; gli altri si ricovrarono in Sant’Antonio, difendendosi regolarmente. Queste nimicizie velavansi talvolta co’ nomi de’ Guelfi e Ghibellini, che non erano più due gelosi ma amanti della stessa donna, che si vegliano l’un l’altro, e odiandosi fra loro, pur accordansi nell’amor della patria; bensì emuli di rancori ereditarj, di diuturne vendette, servili all’uno o all’altro de’ comuni nemici; siccome in Bologna i Pepoli tenevano fede a Francia, a Spagna i Malvezzi.
Questa potea dirsi la parte legale delle contese: ma altri prepotevano cinti di bravi nelle città; o dal bisognoso erario comprato un feudo, vi si afforzavano per far da padroni e sbucarne al delitto, e fino alla Corte appresentarsi con comitiva più di minaccia che d’onore. Il governatore Fuentes bandì grossa taglia a chi desse morto o vivo Francesco Secco-Borella feudatario di Vimercato, reo di mille prepotenze e omicidj, e principalmente di quel di Lucia Vertenate per la sua virtù: ma il vederlo ripeterla indica che uscì indarno. Gianpaolo Osio signore di Usmate, nel 1608, dalla sua casa in Monza guardando nel convento di Santa Margherita, sedusse suor Virginia de Leyva; penetrò più volte nel monastero, e ne la trasse a voglia; uccise una monaca perchè non rivelasse la tresca; cavatene due altre complici, l’una precipitò nel Lambro, l’altra in un pozzo, dove essa scoperse altri cadaveri, e donde miracolosamente cavata, servì di testimonio contro il ribaldo, il quale in contumacia fu dannato a morte, e sulla distrutta sua casa ponendo una colonna infame.
Gianfrancesco Rucellaj, nel 1656 residente pel granduca in Milano, vi fu di bel mezzogiorno assalito, e il governatore e il senato non poterono che condolersene. Dovendo poi egli partire, si annunziò che benemeriterebbe dal re chiunque lo assistesse. In fatto il marchese Annibale Porrone, che in Milano circondandosi di malandrini, ridea di bandi e taglie, mandò cento suoi fidati, che lo scortarono di casa in casa a prendere congedo, poi lo convogliarono sino a Piacenza. Questo Porrone cominciò da mille bizzarrie giovanili, a danno dell’onore e della vita altrui; dispensa bastonate e stoccate; messo prigione trova modo a fuggire; per interposto d’amici e per denaro restituito in paese, non muta costume, e con un famoso suo archibugio fa tacere la giustizia e i giudici; poi ricoverato in un convento, quivi e sul sagrato si dà ad ogni sorta di furfanterie, e brava le ricerche della giustizia, e continua le ribalderie e gli ammazzamenti, finchè andatosene di città, vive a lungo in Venezia dove forse fu trucidato.