Bernardino Visconti, costretto per delitti a uscir di Milano, la traversò con un codazzo d’armati e a suon di trombe, passando avanti al palazzo ducale, e alle porte lasciando un’imbasciata di villanie pel governatore; e si ritirò nel castello di Brignano in Geradadda, a cavallo del confine milanese, bergamasco e bresciano, donde insultava l’autorità, con gente tutta di sangue e di corrucci, fin il cuoco e il guattero, fin i ragazzi avendo le mani contaminate di sangue. Molte grida furono lanciate contro di lui inutilmente, finchè le prediche di Federico Borromeo nol convertirono.

Un tal Picinelli di Busto, arricchito sull’appalto delle gabelle, destava l’invidia de’ vecchi signori, tanto più che osava perfino visitar le loro carrozze quando entravano in Milano. Avendo voluto esaminarne una del conte Dugnani, al domani un branco di buli bastonò i dazieri; poi esso Dugnani in persona al Picinelli intimò, se lo richiedesse in giustizia, pagherebbe lui pure della stessa moneta, dovesse anche costargliene due o tremila scudi. Il Picinelli sel tenne detto, e nessuna carrozza di casa Dugnani mai più non fu toccata. Lo stesso signore dovea novanta lire a un mercante, che non potendo averle altrimenti, gli mandò un birro con la citazione. Il Dugnani spedì tosto a fare il pagamento, e al birro con novanta bastonate insegnò a più non richiedere in giustizia un cavaliere. Vero è che, portatane querela, il Dugnani dovè ricoverare in un convento, e non spendere meno di duemila scudi per parare la cosa: ma ciò valse a fargli poi portare rispetto. In appresso egli ferì gravemente un capitano, onde dovette rifuggire di nuovo alla stessa chiesa, e tenere numerose guardie per assicurarsi dai parenti del ferito, finchè la giustizia non fu chetata.

Già dicemmo di grandi facinorosi toscani e romani; ma n’abbondavano anche in paese di severa giustizia come il veneto. Ottavio Avogadro di Brescia era capo di banditi, e proscritto dai Dieci, ebbe ad intercessori di grazia il granduca ed Enrico IV[139]. Il venerdì santo del 1609 Lorenzo Pignoria (le cui lettere sono delle più vivaci e colte) scriveva da Padova: — Che ne’ giorni santi succedano di qua certi casi tragici, io non so a che me l’ascrivere..... Domenica notte alcuni andarono in casa del padre Marcantonio Corradino, lo ammazzarono, gli sviarono la moglie, la nipote e la serva. La Corte è andata lor dietro, si sono ricondotte le donne a Padova, con essi si sono fatte le archibugiate, feritine alcuni, e tutti salvati. Il Corradino s’era comunicato la mattina, ed era in concetto d’uomo dabbene. Il lunedì sera lo Scola fu in parrocchia nostra assaltato da un briccone, che con un colpo di pistola gli toccò le gambe sotto in maniera, che se vive resterà storpiato al sicuro di tutte due le gambe. E di simili ce ne sariano da raccontare più di due, e non sappiamo vederci rimedio».

L’Italia, non formando nazione, non ebbe più eserciti stabili nè occasioni nazionali, onde le mancò l’atto, non l’attitudine del valore: e in tutte le miserabili guerre di quest’età campeggiarono i nostri, potendo dell’Italia dirsi come della Svizzera, che non tenea soldati, ma ne somministrava a tutti. Molti ne nominammo (tom. IX, pag. 521 e seg.); a cui potremmo aggiungere don Giovanni de’ Medici, fratello naturale del granduca, valentissimo capitano nelle guerre di Francia e d’Ungheria; il conte Guido Landi, che pure in Ungheria combattè, stampò molte cose, fra cui un suo viaggio a Madera, e finì nelle carceri di Roma, non si sa perchè; Giacomo Guazzimani di Ravenna, illustratosi contro i Turchi, e che dopo la pace compose versi, e raccolse gli altrui. Altri sfogavano il valore a danno delle società come banditi; e quel re Marcone, quell’Alfonso Piccolomini, quel Corsietto del Sambuco, usciti di famiglie primarie, e il Mancino, e lo Squilletta, e Marco Turano ed altri, un secolo innanzi sarebbero stati cerchi come capitani, mentre allora erano proscritti come masnadieri.

Oltre i masnadieri, tanto frequenti, divenivano pericolosi quei che doveano respingerli. Il conte della Saponara napoletano, di casa Sanseverino, nel 1602 tornando di Spagna a casa con equipaggio da semplice gentiluomo, i dazieri di Pont Beauvoisin gli tolsero ducentrentacinque ducati, sotto pretesto che era proibito trar denaro fuori del regno; sebbene egli rimostrasse che tanto appena bastava per le spese del viaggio. Inoltre gli tolsero molte gioje e due braccialetti di diamante, dei quali egli non istette a domandare si facesse menzione nell’atto verbale, per paura ch’esse guardie non se ne sbarazzassero coll’ucciderlo[140].

I soldati non erano più cittadini, eppure a questi non garantivano la pace, perocchè mal pagati, mal tenuti, erano piuttosto masnadieri organizzati[141], sprezzanti la vita dell’uomo e i suoi patimenti, e dai pericoli corsi fatti insolenti in faccia ai pacifici. Il tenersi il popolo sprovvisto d’armi per politica, dava baldanza ai briganti e ai bravi (pag. 94); genìa comune a tutti i paesi, fin a quello che più severamente faceva osservare la giustizia. Perocchè il consiglio dei Dieci al 30 dicembre 1648 ordinava, «che nel termine precisamente prescritto de ore ventiquattro tutti li forestieri di aliena giurisdizione, e sudditi ancora che servono per bravi a particolari persone, e tutti quelli che vivono senza esercizio, arte o professione alcuna fuorchè di bravi, debbano essere usciti di questa città, e dentro altri due giorni da tutto lo Stato, sotto pena d’esser immediate e senza remissione alcuna mandati da’ soli capi di questo Consiglio alle più rigorose pene. Coloro che si serviranno di questa sorte di persone tanto con salario, quanto senza, tenendoli o non tenendoli in casa sua, doveranno esser nello stesso tempo irremissibilmente mandati alle leggi più rigorose, et inoltre condannati a dover far depositare nella cassa di questo Consiglio ducati cinquecento, li quali siano liberamente dati alli captori dei bravi predetti, oltre il benefizio delle armi, le lire seicento di taglia assegnatagli dalli beni del retenuto, o da denari della cassa di questo Consiglio, la qual taglia doverà conseguire l’accusatore o denunziante di essi, che sarà tenuto secreto tutto. Se quelli che ricetteranno o manterranno questa qualità pessima di persone, saranno nobili nostri, oltre le preaccennate pene, s’intenderanno privi del maggior Consiglio per anni cinque continui dopo la loro liberazione».

Questo tono ci rivela un’altra delle piaghe di quel tempo, la pessima amministrazione della giustizia, regolata sopra canoni arbitrarj, incerta nell’applicazione, diversa secondo le persone, atroce nei modi, bizzarra nella varietà: la tortura adoperavasi sempre come mezzo di scoprire la verità, di purgare l’infamia, di ratificare le deposizioni spontanee e ad arbitrio de’ giudici e fin del boja; atroci le pene, esacerbata la morte, e spessissimo applicata. Di Milano possediamo cataloghi di quelle eseguite da mezzo il Quattrocento fin a mezzo il Settecento, con dinotati i delitti, e il genere della pena, e particolarità di supplizj da far fremere. Sui primi anni, vanno al boja non meno di otto persone al mese; sul finire non meno di due o tre[142]. Al 2 agosto 1570 si trova il supplizio dei tre prevosti Umiliati, assassini di san Carlo: dopo sconsacrati, ebbero gli onori del palco parato a nero e delle torcie accese, indi appiccati, e al Farina fu recisa da prima la mano dritta innanzi alla porta dell’arcivescovado. Al 19 settembre 1596 un Ponzio de’ Franceschi, capitano disertato ai nemici, fu impeso e fatto a pezzi, portando la testa a porta Ticinese, un quarto a porta Vercellina, uno a porta Orientale, il resto e le interiora a San Giovanni alle Case rotte. Per stregherie vi leggiamo condannati: Giacomo Guglielmetto, Isabella Arienti, Anna Maria Pamolea, Margherita Martignoni, Maria Restelli, Marta Lomazzi, e al 4 marzo 1616, «Caterina de’ Medici, la quale aveva ammaliato il senatore Melzo: fu fatta una baltresca alta, acciò ognuno potesse vedere, e poi abbrugiata, e questa fu la prima volta che si fece baltresca». Fra altri si trova «fatta giustizia sopra un Francesco Famè, messo sopra di un carro, tanagliato per Milano; ed indi squartata e decapitata Camilla Sellari, partecipe del Famè, il quale uccise uno di casa, e lo portò d’indi sotto un corniso sopra la piazza del Castello, ed il corpo dell’ucciso fu messo in San Vincenzo, ed essendo andati in detta chiesa il Famè colla Sellari, le ferite del morto mandarono sangue, e fu detto, È qui colui che l’uccise».

La confraternita di nobili in San Giovanni alle Case rotte, assisteva ai condannati, poi suffragavali, ed avea il privilegio di liberarne alcuno. Sotto il 12 giugno 1681, «essendo stato condannato ad essere impiccato Antonio Rivolta, detto il Bustofante, per avere ucciso Giacomo Perugia oste della Cervia, con pistola di nottetempo; posto in confortatorio, essendo prefetto della scuola di san Giovanni il signor conte di Melgar governatore, fattosi considerazione sopra il privilegio reale che la scuola istessa tiene di poter liberare due condannati dalla morte di caso graziabile, diede memoriale al senato, e gli fu fatta la grazia; onde il detto Rivolta, tutto vestito di bianco, si levò dal confortatorio, e processionalmente fu condotto alla real Corte, ove era S. E. e tutta la Corte co’ cavalieri e dame, e disse: Grazie a Dio e alla V. E., e si portò alla chiesa di San Giovanni, ove vi erano sei trombetta della città, che invitavano tutti a concorrere a tale funzione. La chiesa era tutta adorna di arazzi e pendoni, e l’altare d’argenti bene ornato; ed ove con solenne musica di canti e suoni se li fece sentire la santa messa, dopo di essa fu cantato il Te Deum, e fattasi dal rettore di detta scuola al liberato una breve e pia esortazione de bene vivendo, fu licenziato: indi condotto nell’oratorio per accondiscendere alla curiosità delle dame e cavalieri ivi adunati, fu colà co’ biscottini e preziosi liquori di Bacco ristorato: portatosi poscia a pranzare in casa del sindaco di detta scuola, fu dopo il pranzo licenziato con la pace del Signore».

Del resto gli abusi di giustizia erano comuni a tutti i paesi. Tra le riforme che il Campanella proponeva alla monarchia spagnuola era «quell’abuso dei giudici che più regna ne’ più grandi, i quali, conoscendo uno innocente, pur lo condannano in qualche cosetta per diffamarlo quando la causa è andata in lungo: il che fanno, essi dicono, per donar riputazione alla causa; mentre si deve togliere la reputazione della colpa, e non mettere» (Cap. XIII).

Frequentavano esempj di pessima giustizia in Piemonte[143], e soprattutto di accordi fatti co’ rei per rimetterne la pena. Giacomo Rasorio mercante, accusato d’aver introdotto la peste in Torino, ottiene grazia per mille fiorini. Claudio di Seyssel, arcivescovo di Torino, giureconsulto valoroso, ragguagliava il duca Carlo III che Giorgio da Romagnano e due suoi fratelli cherici avevano fabbricato moneta falsa, ma che gli avrebbero fatto qualche regalo, pel quale esso li perdonerebbe. Il presidente Blancardi nel 1673, fatta inquisizione appassionata contro Catalano Alfieri, vantavasi d’aver raccolte prove per motivare una condanna, che procaccerebbe all’erario cencinquantamila ducatoni. Ai frodatori del sale nel 1688 fu comminata la morte e la confisca: nel 1655 Carlo Emanuele II vietava il lotto sotto pena di cinque anni di galera e la confisca. Alcune volte il reo davasi ai parenti stessi perchè l’uccidessero privatamente onde evitare l’infamia del patibolo. Fin nel 1710 un Bocalaro di Caselle fu tanagliato e ucciso per aver fatto un’effigie di cera onde procurar la morte del re; nel 18 condannato al supplizio un canonico Duret per aver cercato tesori con incantesimi; nel castello di Miolans furono chiusi un marchese Risaja per arti magiche, un panieraio che avea rubato un’ostia per valersene a sortilegi, un Francesco Freylino che accusò se stesso ed altri di malìe contro il principe, finchè in articolo di morte confessò aver finto tutto ciò per conseguire qualche impiego; nel 28 fu decapitato in Aosta il conte Andrea Dupleoz per avere con fatucchierie attentato alla vita della moglie.