Il che c’introduce a deplorare le vittime delle credenze assurde, popolari e scientifiche. Già abbiam menzionato (tom. X, pag. 845) la terribile bolla di Sisto V, nel 1585 contro la geomanzia, idromanzia, aereomanzia, piromanzia, onomanzia, chiromanzia, necromanzia e d’altro nome incantesimi e fatucchierie. Chi pensi di quali errori fossero conseguenza e fonte tali superstizioni, e quali stromenti sacrileghi vi s’impiegassero, e come palesassero almeno l’intenzione del male, troverà savio che i pontefici li perseguissero severamente; ma è facile scorgere quali conseguenze adducesse questo medesimo divieto. Gregorio XV asseriva che dai malefizj, se anche non venga morte, ne seguono malattie, divorzj, sterilità. Clemente VIII al 1598 era nel sessantesimoterzo anno di vita e nel settimo del pontificato; due numeri climaterici, in grazia de’ quali il popolo aspettava ogni male; laonde egli ripeteva di aver soli sessantadue anni, aspettando che l’influenza passasse. A Paolo V un astrologo dichiarò vivrebbe poco; ond’egli preso da terrore, licenziò il cuoco e lo scalco, di mille precauzioni si circondava, non riceveva nessun memoriale da sconosciuti, e dappertutto vedeva insidie e veleni, sinchè non fu guarito con un rimedio simile al male; poichè un consulto di astrologi dichiarò che per l’influsso pericoloso era trascorso il tempo.
La cabala ed altre vanità astrologiche dirigevano le cure de’ medici anche meno pregiudicati, l’astrologia giudiziaria usurpava ancora gli altari all’astronomia, e l’illustre cancelliere di Francia L’Hôpital diceva che a Roma dominavano i matematici e gli astrologi[144]. Paolo Taggia dottissimo modenese scriveva al Gualdo di Padova: — Il matrimonio continua nella congiunta disgiunzione, tuttochè non cessino le orazioni, i digiuni, l’elemosine e gli esorcismi. Questo solo v’è di buono che consta del legame e incanto, sì nel giovane come nella giovane; onde possiamo sperare assai tosto buon fine»[145]. Felice Centino d’Ascoli che bramava vedere papa il proprio zio cardinale, tramò contro i giorni d’Urbano VIII per mezzo di fatucchierie, formando una figura di cera, collo struggersi della quale dovea pur consumare la vita del papa: tradito il suo segreto, egli fu decollato, i complici arsi o mandati alla galera.
Il Capecelatro, uno de’ migliori storici anche perchè versato negli impieghi, entrando a descrivere la sollevazione di Masaniello, trova che tali flagelli furono «causati da cattiva influenza di stelle, o pure dall’eclisse del sole, succeduto di mezzogiorno nel segno di leone la precedente estate, il quale segno domina Napoli, predetto da Paolo Cocurullo celebre astrologo di minacciarle rivoluzione e ruina con suo grave incomodo e danno». Egli stesso avverte che tal sollevazione avvenne nel secolo XVII dopo Cristo, XVII anno dopo la famosa peste, nel XVII mese del governo del duca d’Arcos, nel vii anno dopo il 1640, nel VII mese dell’anno, VII giorno del mese, VII giorno della settimana, VII ora del giorno. Durante quella si disse che gli Spagnuoli mandavano streghe ad incantare i posti; la gente arrestò tre vecchie, ad una delle quali mozzò tosto il capo, le altre pose in carcere per essere tormentate; e mandaronsi sacerdoti a esorcizzare que’ posti[146].
Cosmo Ruggeri astrologo e mago, passato in Francia con Caterina de’ Medici, v’acquistò fama per oroscopi, talismani, filtri da ispirar amore o da far morire; e Caterina l’adoprava forse a ciò, più probabilmente a spiare. Per accuse di cospirazioni torturato e messo alla galera nel 1574, poi liberato, sotto Enrico IV fu arrestato di nuovo perchè teneva una figura di cera di questo e la pungeva ogni giorno, ma le istanze di cortigiani e di gran signore fecero sospendere il processo. Pubblicava ogni anno almanacchi; fu fatto abate di Saint-Mabè, e ch’è più strano, storiografo; in morte non volle consolazioni religiose, dicendo non v’ha altri diavoli che i nemici, i quali ci tormentano quaggiù, nè altro Dio che i principi, i quali possono farci del bene; onde il suo cadavere fu trascinato al mondezzajo[147].
Don Domenico Manuele Gaetano conte di Ruggero, maresciallo di campo del duca di Baviera, generale, consigliere, colonnello d’un reggimento a piedi, comandante a Monaco, e maggior generale del re di Prussia, era nato a Pietrabianca presso Napoli, imparò d’orefice, e nel 1695 fu iniziato all’alchimia tramutatoria, probabilmente dal famoso Lascaris, da cui ebbe la tintura bianca e la gialla per fare l’argento e l’oro, ma in piccola quantità. Alla loro scarsità ed efficacia supplì colla ciarlataneria, annunziando poter tramutare metalli in gran copia; e facendone esperienza su piccolissima, ottenne credito. Scorsa Italia, fece per quattro mesi eccellenti affari a Madrid, donde l’inviato di Baviera l’indusse a passare dall’elettore, che allora stava governatore a Brusselle, ed eccitò l’ammirazione, e Massimiliano, posta piena confidenza nelle magnifiche promesse di esso, gli concesse cariche e titoli e sussidj per seimila fiorini: ma scopertolo bugiardo, lo fece buttare in una fortezza. Dopo due anni riuscito a fuggire, comparve a Vienna nel 1704, e qualche projezione gli riuscì sì destramente, che tutta la Corte ne rimase stupita; l’imperatore Leopoldo sel prese a servizio: ma la morte di questo avrebbe intercisa la sua fortuna se non fosse stato assunto dall’elettor palatino, al quale e all’imperatrice egli promise in sei settimane dare settantadue milioni o la sua testa. Prima del termine egli fuggì con una signorina; ed eccolo a Berlino acquistandovi favore col dirsi perseguitato dall’Austria; e re Federico, sentito il consiglio di Stato, che non trovò da opporsegli, ne accettò le proposizioni. Con grand’apparato di testimonj fece alcune trasmutazioni, constatate rigorosamente, e promise fabbricare polvere di projezione quanta basterebbe a far sei milioni di talleri: e bisogna crederlo espertissimo giocoliero al vedere quanti ingannò, e gli onori che ottenne. Pure la promessa al re non veniva ad effetto, nè questo il regalava che a misura; alfine avvertito de’ costui precedenti, lo fece chiudere a Custrin, e non avendo saputo adempiere la promessa, fu processato, e come reo di maestà impiccato a Berlino il 29 agosto 1709, coperto d’un abito d’orpello, con forca dorata. Federico ebbe vergogna o d’essersi lasciato ingannare prima, o d’averlo punito sproporzionatamente, e non volle più che quel nome si menzionasse.
Il vulgo intanto delirava dietro alle beffe dei folletti, e alle immanità di ossessi, possessi, circumsessi; cercava nel guardo maligno e nell’incantesimo le cause delle malattie strane, de’ temporali, delle pesti; e ne pigliava vendetta o a furore o ne’ giudizj, principalmente in casi d’epidemia. I processi di stregherie aumentandosi confermavano viepiù la credenza vulgare, alla quale non seppero sottrarsi nè persone piissime come i cardinali Borromeo, nè pensatori. L’Inquisizione procedeva meno contro le eresie, sbandite omai dall’Italia, che contro opinioni fallaci e superstizioni, diffuse anche in libri, dei quali sarebbe curioso più che utile esaminare il contenuto[148]. Ma in questo tempo principalmente furono compilati gli Arsenali, le Pratiche e le altre guide nell’esercizio della Santa Inquisizione; la quale con siffatta pubblicità mostrava essere in buona fede, e non operare diverso dai tribunali ordinarj.
Il lusso fin là mandava più oggetti fuori che non ne chiamasse qui; i panni nostri, sebbene non più unici, reggevano la concorrenza di quei d’Olanda, di Francia, d’Inghilterra; Lione non toglieva vanto ai tessuti serici di Bologna e Firenze[149]; soprattutto avevamo il primato nelle arti belle, dall’architettura fin all’oreficeria; e come qui erano date le commissioni o chiamati fuori i nostri artisti, così qui venivano tutti quelli che volessero perfezionarsi. Ora anche questo cessò; le manifatture francesi divennero moda universale, lasciando sciopere molte braccia nostre; i vini, o, come diceano, le bottiglie di Francia furono ambite: pure è dovuto ai nostri, e massime a Piemontesi e Mantovani, l’introduzione in Francia delle manifatture dell’acciajo e del cristallo. Sebbene un antiquario italiano abbia scritto che nelle piramidi egizie siansi trovate porcellane della Cina, quest’arte non rimonta che a censettant’anni avanti Cristo; per mezzo de’ Portoghesi venne conosciuta in Europa verso il 1518, e Francesco de’ Medici si propose imitarla, non senza successo; ma come arte si propagò soltanto in Sassonia al 1708. Da noi si continuarono a lavorare le belle majoliche di Castel Durando. Pare allora s’introducessero i lavori in filigrana, attesochè il Cellini non ne faccia mai cenno, e il Baldinucci scriva: — A’ tempi nostri è sorta altra bella invenzione di lavoro che chiamano di filo in grana, colla quale si fanno tazze, punte e manichi di spade...»
Delle molte feroci fami, se la ragione non può spesso cercarsi che nella volontà di Colui che le manda, pure anche gli uomini aveano porzione di colpa. I tanti masnadieri toglievano ai contadini la sicurezza necessaria. Contro ribelli e banditi, oltre le altre pene, comminavasi quella di lasciarne i beni incolti. Non pochi, oppressi dalle taglie, abbandonavano i proprj campi, che così rimanevano sodi. Le caccie, fatte con tanto seguito di persone e di cani; le bandite, per cui dovevasi lasciar impunemente la selvaggina guastare i frutti di campagna; la negligenza inerente agli stessi possessori od alle corporazioni; l’abbandono venuto dal mancare all’oberato padrone i capitali onde eseguire le riparazioni campestri; l’accumularsi di possessi nelle manimorte, curanti solo di trarne il necessario, erano cause evidenti di peggioramento. E fin ad oggi si scorge traccia de’ campi e de’ vigneti in quel tempo abbandonati. Trovo nelle cronache di Mantova che il 1561 gelarono le vigne in modo, che il vino valse al carro lire cento, mentre prima aveasi a nove o dodici al più[150]. Restava il capitale fisso de’ terreni fertilizzati, dei grandi canali irrigui e navigabili, tramandato dai tempi liberi, ma andava disperso il capitale circolante, necessario a farlo fruttare.
Aggiungete quel profluvio di prammatiche annonarie (pag. 115), per cui si prescriveva, per esempio, di portar sempre grano verso la città e non mai in senso contrario, d’introdurvi la metà del raccolto, non accaparrar grano, non farne prezzo prima che segato e battuto, non riportarlo dal mercato una volta che vi fosse condotto, bollare i muli che lo trasportano: poi mille indiscrete prescrizioni sui mugnaj, sui venditori, sui misuratori, sui mediatori; pena gravissima al fornaio che vendesse pane a un possidente; non tenere buratto o crivello nelle case private. Poi nelle carestie, invece di attirar grano col rincarirne il prezzo, si pretendeva tenerlo più basso del naturale, mezzo sicuro di aggravare le fami. Insomma, invece di star paga a procurare sicurezza, la legge voleva estendere il suo impero dovunque giungesse l’azione del commercio e delle arti; nel che per altro andavano pari i governi forestieri e i nostri, i pacifici e i guerreschi, Roma come Torino, Firenze come Napoli e Milano. Un buon soccorso per altro venne dall’essersi introdotto il granoturco, che utilmente si surrogò all’orzo e ai tanti minuti.
Fa meraviglia come rapidamente siasene propagata la coltura, malgrado la consueta repugnanza de’ contadini a cambiare abitudini: ma questo nuovo raccolto non andava soggetto alle decime e all’altre retribuzioni, da antico esatte sugli altri; al padrone istesso non se ne dava porzione, talchè l’agricoltore ne traeva un indiviso profitto, sinchè tardi appare nei contratti l’obbligo di seminarne e di darne anche al padrone. Allora anzi talmente gradì la novità, che si neglesse il frumento; e dagli ordini, principalmente della Repubblica veneta sappiamo che si squarciavano i prati per metterli a granoturco, talchè mancava il foraggio per le bestie, la scarsezza di concio deteriorava i campi, e bisognava introdurre gran numero di bestie da macello. Anche del riso fu allora incominciata o estesa la coltivazione, e vuolsi le prime prove si facessero da Teodoro Trivulzio nel 1552 ai vasti suoi possessi nel basso Milanese. La patata era conosciuta, ma non ancora di uso popolare.