Fu sensibile il decrescere della popolazione. Cercavasi trarne dagli Stati vicini, il che non è aumento, bensì trasposizione: cercavasi aumentarla nella città con privilegi, spopolando le campagne, e sminuendo i vantaggi della diffusione. La quale assurda tendenza apparve, non che ne’ provvedimenti annonarj, anche nell’istituto de’ Gesuiti, che non si piantò in campagna come Benedettini, Cistercensi, Francescani, ma nelle città, educando a tutt’altro che alle arti faticose, e brigandosi delle classi scelte. Vero è che ai poveri badavano altri Ordini vecchi: ma questi, se mostrarono miracoli di carità ne’ grandi bisogni del popolo, degenerarono col reclutarsi quasi unicamente fra gente bassa, perchè gli Ordini nuovi traevano a sè gl’ingegni, e la nobiltà produceva reputazione ed apriva le dignità.

Allorchè nel 1609 Filippo III cacciò gli ultimi avanzi dei Mori di Spagna, molti si stabilirono in Italia: ma reciprocamente i ministri di quel re procuravano allettare i nostri a quel regno spopolato, e tra altri passarono colà cinquecento Genovesi. Dalla Siria vennero bensì alquante colonie nel Napoletano all’estendersi delle conquiste turche. Vicino a Parenzo sulla costa d’Istria, furono da Venezia raccolte nel 1657 dieci famiglie albanesi, che formarono il villaggio di Pervi, ove crebbero, fin oggi conservando riti, costumi, lingua. La poderosa famiglia degli Stefanopoli, che pretendeansi discendere dagl’imperatori bisantini, costretta a migrare da Maina, dai Genovesi invitata, stanziò a Paomia, un de’ luoghi più ameni della Corsica, ma incolto e spopolato. Molti Mainotti la seguirono per sottrarsi ai Turchi, e se ne formò una popolazione nuova, aristocrati quelli, questi popolani; e a loro la Repubblica genovese assegnò i territori di Paomia, Revida, Salogna in feudo perpetuo; provvedeva a edificar le chiese e le case, e dava le semenze, da rintegrarsi fra sei anni; esercitassero il rito greco, ma sottoposti al papa; giurassero fedeltà e pagassero le tasse alla Repubblica, la quale ogni due anni vi manderebbe un rettore. Là si diedero alla coltivazione; e sebben sulle prime guardati dai vicini in sinistro, s’addomesticarono poi, e conservarono le patrie usanze.

Alla popolazione recarono gran detrimento le pesti ricorrenti. Ricordammo già quella del 1576. Torino l’ebbe nel 99, quando il duca, a ristoro delle spese sostenute, concesse al municipio un quinto delle successioni intestate. Di quella attorno al 1630 soffersero tutti gli elementi e le espressioni del viver civile. Infierì di nuovo a Genova nel 1656, col solito corredo d’incantesimi e d’avvelenamenti: supponevasi che l’olio della lampada di San Lorenzo risanasse, onde per l’affluenza cresceasi il morbo: medici e preti vennero da Marsiglia; il doge Sauli stette fermo al suo posto; e molte signore soccorreano ai sofferenti, tra cui Laura Pinella e Sofia Lomellina: soli diecimila abitanti rimasero in città, e la compassione de’ doviziosi fabbricò allora l’Albergo dei Poveri. È tristamente ricordevole come i cadaveri furono buttati entro capacissimi sotterranei all’Aquasola, che servivano di magazzini pel grano: ma quivi gonfiandosi apersero un varco, sicchè alla mesta città crebbe orrore un fiume di tabe.

Oltre ciò, rinnovavansi inondazioni e tremuoti, che poi viepiù parvero infierire sullo scorcio del secolo. Nel 1669 l’Etna devasta gran paese dopo orribili tremuoti: a Nicolos s’apre uno spacco di sei piedi, lungo dodici miglia: otto voragini a San Leo, donde uscirono densi volumi di fumo: il monte Fusara da altra voragine buttò un fiume di lava, che devastate in giro le campagne, si drizzò a Catania. Allora preci da ogni parte, e recar in giro le reliquie di sant’Agata, e parve miracolo che quell’onda infiammata, proceduta per quindici miglia, svoltasse e cadesse in mare, formando due montagne: si calcolò che il vulcano avesse eruttato quindici milioni di piedi cubi di materia; e oggi ancora rimangono le traccie di quell’orribile guasto. Nel 72 tremò tutta Romagna, e a Rimini crollarono chiese e palazzi, molti uccidendo o ferendo. Nell’88 fieri tremuoti scassinarono Benevento, Cerreto e altre terre del regno, a Napoli abbatterono insigni edifizj e la cupola del Gesù Nuovo, e il portico dell’antico tempio di Castore e Polluce. Nel 93 cominciò col gennajo a tremare la Sicilia; Messina fu quasi diroccata, ma pochi perirono, attesochè i più si erano ricoverati sotto tende in campagna aperta; per tutta l’isola la desolazione fu orrenda, e poniam pure esagerata. Sotto le rovine di Catania si dissero perite sedicimila persone; quindicimila in Siracusa; ottomila in Augusta, ove anche il fulmine mise fuoco alla polveriera; Noto, Modica, Taormina, e fin settantatre terre andarono a guasto, e alcune sobbissate per modo da non rimanerne vestigio. Il Mongibello spalancò la sua voragine per tre miglia di giro: la Calabria e Malta soffersero di gravissimi disastri. L’8 settembre dell’anno seguente di nuovo tremuoto sobbalzò il regno di Napoli, molti palazzi nella capitale scassinando, per Terra di Lavoro alquanti villaggi distruggendo interamente; e così a Capua, a Vico, a Canosa, a Conza, alla Cava con moltissime morti.

Nel 95 il Tevere desola Roma, e ne segue epidemia: poi scuotesi il Patrimonio di San Pietro, e diroccano Bagnarea, Celano, Orvieto, Toscanella, Acquapendente: la marca Trevisana è pur sobbalzata, e mille cinquecento case sovvertite nell’Asolano. Sopravvennero nel 98 tremende eruzioni del Vesuvio, le cui ceneri coprirono i tetti e le strade fin a un piede d’altezza; e devastate dalla lava Torre del Greco e i contorni, da sessantamila paesani rifuggirono a Napoli, alimentati dalla carità dell’arcivescovo Cantelino. Quell’anno stesso la polveriera di Torino scoppiava, con immenso guasto della crescente città. Poi nel 1702 nuove scosse diroccarono Benevento con perdita di centinaja di persone, e così Ariano, Grotta, Mirabella, Apice. Nell’anno successivo ancora inondazioni a Roma, e tremuoto: Norcia fu un mucchio di rovine; così Spoleto, Chieti, Monte Leone; e da trentamila morti si piansero. Nella regione alpina, Udine il secolo precedente era stata sfasciata da moto di terra, poi attorno a quel tempo cominciano a lamentarsi gl’improvvidi tagli de’ boschi, e il conseguente irrompere de’ torrenti e delle lavine. Il 14 agosto 1692 il monte Uda nel Friuli si riversò sopra il villaggio di Borta sepellendo gli abitanti, e abbarrò il Tagliamento, che gonfiatosi in lago ruppe sulle campagne devastando quegli ubertosi dintorni. Già nel 1619 un’altra rovina aveva sepolto il borgo di Piuro vicin di Chiavenna, non campandone persona.

Eppure al racconto di flagelli, fami, pesti si alterna quello di feste, conviti, parate, caccie; e che il lusso crescesse a proporzione della miseria non farà meraviglia a chi conosce che la ricchezza sta nella diffusione delle cose necessarie ed utili, mentre allora queste si concentravano in poche persone, le quali poteano farne ostentazione. Forse peggio che altrove trascendeasi a Roma, benchè vi si moltiplicassero prammatiche; e Urbano VIII proibiva il vestir immodesto, alle donne l’imparar suono e canto da uomini, alle monache l’adoprare altro maestro che suore. Il cardinale Mellini tornando dalla nunziatura di Spagna, faceva l’entrata in Roma con cinquantaquattro carrozze a sei cavalli[151]. Il Noris vestito cardinale, scrive: — Vado provando e non posso finire d’addobbar la mia casa, che non è capace di ventotto persone, quante formano la mia corte. Ho comprato cinque carrozze, e tengo otto cavalli; ho speso sopra mille scudi nella cappella, e spesso ripeto con Seneca, Ubi est animus ille, modicis contentus? Non ho piedi per far camminate, perchè li cardinali non possono andare a piedi per Roma; non ho mani per scrivere, perchè sta uno ab epistolis che mi assiste; non per bere, mentre altro adest a potionibus. Se mi voglio vestire, mi attorniano tre ajutanti di camera, ed io pajo una statua che viene vestita. Il peggio e a me più strano si è che, sonate le ore quattordici, la giornata non è più mia; ma si deve consumare o in dar udienza o nell’assistere alla congregazione, onde posso dire con san Paolo, Vivo ego, jam non ego»[152].

Si stupisce alle descrizioni di solenni ricevimenti in Napoli, in Milano, in Palermo, che pur erano condiscendenze a padroni non amati. Passava da Napoli l’infanta donna Maria d’Austria, sposa dell’imperatore, l’ottobre 1630, andando a Vienna, e pose tanta sottigliezza nel cerimoniale, che le dame compresero sarebbero escluse le più dalla festa in palazzo, perchè l’uso di Spagna a quelle solo di case regnanti o mogli di grandi di Spagna concedeva di seder su guanciali; tutte le altre per terra. S’immaginò dunque lo spediente che la regina non comparirebbe in pubblico, bensì sotto coverta, cioè in una loggia chiusa con gelosia, mentre le dame prendeano posto sopra un finto Parnaso tra ciclopi e ninfe, la Notte, la Fama e le colonne d’Ercole; da un carro stellato a quattro cavalli era tratta la Notte sui campi Elisi; una quadriglia di diciotti cavalieri, metà in seta color carne guarnita d’argento, metà in nero, guidavano la danza, e la seguivano l’ambasciadore cesareo, il gran connestabile e la gioventù più nobile: veniva poi la danza colle dame. E per quattro mesi continuaronsi le feste con rovina del vicerè Alcala e della città. Partendo, essa il primo giorno arrivava a Nola, il secondo ad Avellino, il terzo a Mirabella, ad Ariano il quarto, poi a Bovino e a Foggia i due seguenti, il settimo e ottavo a Tormaggiore e a Serra Capriola, il nono e decimo a Termoli e al Vasto, l’undecimo a Lanciano, il dodicesimo a Ortona, poi a Pescara, poi ad Atri, poi a Giulianova, poi alle Grotte, poi al porto di Fermo. Indugiatasi a venerare la santa Casa, solo al vigesimo giorno giungeva a Loreto. In ciascun luogo erasi a gran costo preparato l’alloggio per la regina e il suo seguito[153].

Da qui v’apparve come lento ancora fosse il viaggiare. Il cardinale Bentivoglio passando nunzio in Francia pose tre giornate e mezzo da Ferrara a Gualtieri pel Po, due da Gualtieri a Cremona, e quasi altrettanto da Cremona a Pavia; e le lettere fra Roma e Parigi gli tardavano sin un mese.

Uno degli spassi era la visita ai monasteri; e la principessa di Stigliano e sua nipote Anna Caraffa ed altre, ottenuto dal papa di visitare quel di donna Regina, vi spedirono per il pasto tre cignali, quindici caprioli, dodici galli d’India, altrettanti capponi, assai maccheroni ed altre cibarie. Altrove noi recammo la distinta d’un pranzo che certo richiese mesi di preparazione, e quasi intero il giorno per servirlo e consumarlo[154].

Nel 1691 Ranuccio Farnese ammogliando Odoardo suo figlio con Sofia di Neuburg, sorella dell’imperatrice e delle regine di Spagna e Portogallo, spiegò tal fasto che tutto il mondo ne fu pieno. Quando al 1700 il duca di Parma a nome dell’imperatore levò al sacro fonte un neonato di Rinaldo d’Este, meglio di cento tiri a sei gli fecero accompagnamento, poi luminare e feste per più giorni e un suntuosissimo carosello.