Nel 1628, pel giorno natalizio di Madama Reale in Torino, si rappresentarono Il vascello della Felicità e L’Arione. Allo scoprirsi della sala regia, con musica strepitosa comparvero in cielo gli Dei propizj, ciascun de’ quali cantava un breve recitativo, cui rispondeva il coro: vennero poi gli elementi, simboleggiati l’acqua in un vascello, in un teatro la terra, nel Mongibello il fuoco, in un’iride l’aria. Ed ecco il salone riempirsi d’acqua a guisa di mare, e il vascello lentamente inoltrarsi portando nella prora un ricchissimo trono per la Corte; ne’ lati di qua e di là gli stemmi delle province soggette al duca di Savoja, e in mezzo una tavola per quaranta persone, che dal dio del mare invitate furono servite di suntuosa cena da Tritoni, portanti le vivande sul dorso di mostri marini. Frattanto s’uno scoglio si rappresentò la favola d’Arione, studio di Giovanni Capponi bolognese: la musica fece il prologo; al primo atto Arione partiva dalla patria Lesbo; nel secondo vedevasi assiso, e cantante sul delfino; nel terzo a Corinto narrava a re Periandro le sue sventure, facendosi riconoscere dai marinari[155] che l’avevano tradito; alla fine le sirene menarono un balletto, invenzione del duca Carlo Emanuele.
Delle feste del medioevo conservavansi molte, modificandole ai luoghi e al tempo: e se in un torneo a Modena il famoso Montecuccoli uccideva il conte Molza, in Genova solennizzavansi le Casazze, dove le corporazioni a gara sfoggiavano cappe di velluto e ricami d’oro tanto ricchi che i re non n’aveano di migliori, e con torchi grossissimi in pugno andavano processionalmente per le vie, ciascuna confraternita dietro a un crocifisso, nella cui bellezza e dovizia faceasi gara, come nella maestria di saperlo portare senza sbilicare, fra quelle chine e anguste viuzze. Solennissime pure erano le processioni del venerdì santo, che alla spagnuola chiamavansi dell’Entierro.
Le rappresentazioni in generale prevalevano al teatro. La musica in questo tempo, siccome dicemmo (t. X, p. 219 e seg.), si raffinò di teorie e di pratica, e universale ne divenne la passione; ma usavasi di più quella di camera e di chiesa, che non la teatrale; e questa pure prediligeva soggetti sacri. La prima opera musicale a Palermo fu nel 1692 la Santa Rosalia. Il Riscatto di Adamo, ossia il Martoro di Cristo di Filippo Orioles era recitato per tutta Italia. Nell’empietà della dottrina ariana, conculcata e convinta nel glorioso martirio di sant’Ermenegildo, opera del cappuccino Federico da Palermo, vedesi il viatico portato a quel re prigioniero. I Travaglini erano i buffoni di quell’isola, come di Napoli i Pulcinella.
I cantanti, che furono cominciati a chiamare virtuosi, pagavansi ducento, trecento e più doppie, oltre le spese di vestiario, di scene, d’illuminazione. Ferdinando di Mantova spese per una virtuosa quanto avea ricavato dal vendere Casale, e tutto ciò che gli sopravanzava di prezioso. Il trionfo di coteste era Venezia, a’ cui carnevali affluiva gente da tutto il mondo, allettata dagli spettacoli e dalla libertà della maschera. Anche a Roma si scarnevalava suntuosamente, quando nol vietasse qualche austero pontefice.
Molti agi s’aggiunsero alla vita; si estese l’uso delle carrozze, s’introdussero il caffè[156], il cioccolatte, la chinachina; anche il tabacco, primamente portatoci dal cardinale Santa Croce dalla nunziatura di Portogallo[157]. I giardini artifiziali più grandiosi si fecero, disponendovi cascate, chioschi, mulini a vento, grotte, tempietti, prospettive, insieme con macchie, cerchiate, siepi, non in modo d’imitar la natura, ma di far la natura servir all’arte. Romitorj, torri cinesi, capanne, castelli in ruina, cappelle gotiche non usavano ancora; bensì disposizione simmetrica, scale avvicendate con pianerotti e terrazzi balaustrati, e un semicircolo detto teatro con nicchie e statue e vasi; e cascate di bacino in bacino con variata disposizione; e veri boschi, come la pineta della villa Pamfili, e lunghissime praterie, incorniciate da pioppi e da siepi. Viali di cipressi conducevano a un casino, ornato d’ogni bellezza, e dal quale godeasi qualche vista meravigliosa. Di tal guisa Giacomo della Porta dispose la Aldobrandini a Frascati, Annibale Lippi la Medici sul Pincio, il Maderna i giardini del Quirinale, l’Algardi la Pamfili a porta San Pancrazio, Marchionne la Albani, e così altre di Roma; a Genova le Groppallo, Parravicini, Doria; a Verona il giardino Giusti; sul lago Maggiore le Isole Borromee: da quelli della Corte di Torino il Tasso cavò l’idea degli Orti di Armida, così poco magici.
I ricchi non aveano la passione dell’agricoltura, intorno alla quale pochi cenni ci rimangono. Agostino Gallo bresciano pubblicò nel 1550 le Venti giornate dell’agricoltura e de’ piaceri della villa, dialoghi prolissi e male scritti, ma con cognizioni pratiche, esponendo ciò che avesse egli medesimo sperimentato, o avuto da persone degne di fede; onde Haller eccede di rigore ove dice che questo verbosus senex omnia obvia, etiam aliena profert; non satisfecit mihi neque in hortis, neque in agrorum cultu. Egli parla della coltura del riso e di quella del trifoglio, che ormai non praticavasi se non in Ispagna. Giambattista Cassandri cremonese, nella Economia, ovvero disciplina domestica (Cremona 1616), tratta di tutto ciò che serve a prosperar una famiglia per l’anima e pel corpo. Vincenzo Tanaro bolognese fece l’Economia del cittadino in villa (Bologna 1644), distinta in sette libri intitolati Pan e Vino, la Vigna e le Alpi, il Pollajo, l’Orto, il Verziere, i Campi, la Luna e il Sole. Non pare v’avesse pratica personale, ma raccoglieva, e ci tramandò bizzarre particolarità; per esempio l’uso allora più divulgato di sostenere la vite colle canne; la ricca coltura de’ cavoli ne’ paesi di monte; il finocchio di Bologna collo stelo grosso quanto una coscia; le giunchiglie vendeansi molto care a Bologna e le tuberose v’eran di fresco introdotte. Marco Bussato di Ravenna nel Giardino d’agricoltura (Venezia 1592) distendesi sulla potagione e gl’innesti de’ frutti, prevenendo Quintinié, Normand e altri francesi: si vale molto degli antichi, e scrive negletto. Il Ricordo d’agricoltura (1567) di Camillo Tarello dà buoni avvedimenti, non desunti dagli antichi, e fra altri la replicata solcatura de’ campi e la rotazione, volendo che a frumento mettasi solo una quarta parte del fondo, e il rimanente ad altri prodotti; raccomanda di macerar il grano in orina o acqua di calce avanti seminarlo, spargerlo rado e ricalcarlo; loda la coltivazione del trifoglio, e il rimutar di tempo in tempo i prati in campo. Non toccherebbe dunque agli Inglesi la scoperta della rotazione agraria. Di Domenico Maria Clarici anconitano abbiamo la Istoria e coltura delle piante che sono per il fiore più riguardevoli e più distinte per ornare un giardino in tutto il tempo dell’anno (Venezia 1726), con un copioso trattato degli agrumi.
Prima che Luigi XIV divulgasse per tutta Europa il tono e le foggie di Francia, s’imitava Spagna nel bene e nel male, nella letteratura come nel vestire. A Napoli predicavasi spesso in spagnuolo, in spagnuolo recitavasi, di spagnolerie empivansi scritture, come oggi di gallicismi, e il discorrere era pieno di bacio le mani, resti servita, e buglie e convojare e papelare e montiera e far provecio e alboroto e simili. Chè è colpa antica e nuova degl’Italiani l’adottare i difetti dei dominatori quand’anche gli odiano o disprezzano, or le gonfiezze spagnuole, or i gingilli francesi, or la pippa tedesca[158].
Qui sopra divisammo i costumi di Lombardia e del Regno. Firenze, che ci si presentò con Cacciaguida sobria e pudica, poi massaja e operosa ne’ Comuni, poi colta e splendida sotto i primi duchi, può ancora offrirci molti colori a incarnar il quadro degli usi d’allora; ed uno de’ cittadini d’antico taglio, notando sui registri di casa i fatti della giornata, ci ritrae il mutamento operatosi sul dechino del secolo[159]:
«Concluso che era un parentado, gl’interessati dell’una e dell’altra banda ne davano conto, o in persona alli più prossimi parenti, o per mezzo di un servitore ai più lontani; poi per il giorno stabilito a uscir fuori la fanciulla in abito di sposa, s’invitavano le parenti sino in terzo grado ad accompagnarla alla messa, e nell’uscir di casa s’incontrava alla porta una mano di giovani, che facevano il serraglio, che era un rallegrarsi colla sposa de’ suoi contenti, e mostrare di non volerla lasciare uscire se non dava loro qualcosa; al che rispondeva la sposa con cortesia, e dava loro o anello o smanigli o cosa simile, ed allora quello che aveva parlato ringraziava, e pigliava a servir la sposa, con darle di braccio sino alla carrozza, o per tutta la strada se s’andava a piedi, ed al ritorno a casa restavano a banchetto tutti i parenti invitati, e quelli del serraglio erano licenziati. L’anello poi si dava in altro giorno, nel quale si faceva una colazione grande di confettura bianca, ed un festino di ballo, dove era sala capace, o pure si giocava a giulè se era stagion da vegliare. Nel mettersi a tavola ai banchetti, c’era un uomo in capo alla sala, che con una lista chiamava per ordine di parentela ciascuno, che così senza confusione andava al suo luogo, le donne da una banda e gli uomini dall’altra. Al banchetto soleva comparire un mandato di quello che aveva parlato nel serraglio, che riportava alla sposa in un bacile di fiori, o con guanti d’odore il regalo che aveva avuto da lei; e lo sposo rimandava il bacile con trenta, quaranta e fino sessanta e cento scudi, secondo le facoltà; che servivano ad una cena, o in fare una mascherata, o altra festa.
«Si dismesse poi il serraglio, perchè cominciarono alcuni a servirsi del denaro in uso proprio. Si dismesse ancora di chiamare i parenti nel mettersi a tavola con l’ordine del grado: onde due disordini, cioè che non tutti gl’invitati sanno in riguardo degli altri il loro grado, e si mettono a tante cerimonie per voler mandare in su gli altri, con confusione e disagio per chi è di già al suo posto; l’altro, che invece di molti parenti s’invitano degli amici, che si pongono a tavola mescolati tra quegli, e qualche volta questi amici sono tanti, che escludono dall’invito molti parenti, che si va perdendo quella famigliarità che dovrebbe essere fra i parenti. S’è anco dismesso il dar conto del parentado ai parenti in persona o per mezzo d’altri, ma s’è introdotto di farlo per polizza, scrivendo in un quarto di foglio: N. dà conto a vostra signoria illustrissima che ha maritato la N. sua figliuola o sorella al signor N., via tale; e si consegnano ad un servitore o altra persona domestica di casa, che le porta dove vanno, lasciandole in casa di ciascuno; e molti hanno cominciato, per meno briga, a fare stampare queste polizze.