«La funzione dell’anello s’è fatta quasi sempre in casa, se bene qualcuno l’ha voluto per devozione dare in chiesa, e le spose vestivano quel giorno di bianco, e con una veste che avea le maniche aperte sino a terra; ma poi s’è dismesso e il colore e la foggia, vestendosi ciascheduna sposa all’uso delle altre donne, e di che colore più le piace.
«Subito che qualcuno era morto, se ne mandava a dar conto ai parenti, e s’esponeva il morto in una sala, o camera grande in terreno tra molti lumi, e si parava di rasce nere non solo detto luogo, ma tutto lo spazio ancora che era di lì sino in istrada, sicchè ognuno che passava aveva contrassegno di poter entrare a segnare il morto; e nell’istesso tempo i parenti stavano in una camera con le finestre quasi chiuse, e ricevevano la visita di condoglianza dai parenti e amici senza moversi a riceverli e accompagnarli. Sul farsi notte si portava il morto in chiesa con l’accompagnatura di quattro o sei regole di frati, ed un numero di preti con torcie gialle alla croce ed intorno alla bara, che per l’ordinario sarebbono state diciotto e sedici, ventiquattro e ventotto e più o meno secondo le facoltà: ed in chiesa, mentre si dicevano l’orazioni ordinarie, si posava la bara sotto un’arca di falcole gialle, e poi si dava sepoltura al cadavere. La mattina dopo si facevano l’esequie, alle quali erano invitati tutti i parenti per assistere alla messa di requie, e stavano gli uomini da una banda, e le donne dall’altra in panche parate di nero, con l’ordine della prossimità di parentado, e nel mezzo stava eretto un catafalco con molti lumi di cera gialla. Finita la cerimonia, si raccompagnava i parenti prossimi del morto sino a casa, se era vicino alla chiesa; se non, alla porta della chiesa si licenziava ognuno: ed in tal funzione i parenti stretti del morto portavano un velo pendente di qua e di là dal soppanno del cappello, che arrivava in mezzo al petto.
«Si cominciò poi, invece di tener esposto in casa il morto, a mandarlo di notte e privatamente nella chiesa più vicina alla casa, o parrocchia, o confraternita, e quivi si teneva esposto, e di quivi si levava per portarlo come sopra alla sepoltura. Si mutò anche questo, perchè si cominciò a tenere il morto in casa privatamente fino alla sera, che era portato in chiesa, dove la mattina dopo stava esposto a tutte le messe; e si dismesse il chiamare i parenti all’esequie e l’uso della cera gialla, introducendosi la bianca, siccome il chiamar tante regole di frati, ma se ne chiamava una sola, e più numero di preti.
«Oggi si tiene il morto privatamente in casa fino alla sera, che si manda alla sepoltura accompagnato da una regola di frati e dal parrocchiano con buon numero di preti, e con cinquanta torcie in circa di cera bianca, le quali si distribuiscono anco tra i frati ed i preti; e perchè la chiesa dove va il morto e la parrocchia devono aver certa partecipazione nella cera, si procura innanzi d’accordarle per sfuggir le liti, e la dichiarazione di che numero di torcie sia alla croce e che numero alla bara, dipendendo da questo la loro pretensione. In chiesa si pone il cadavere sopra una tavola parata di nero tra dieci o dodici doppieri con lumi di cera bianca, e fatte le cerimonie ecclesiastiche, si sepellisce, e se gli fanno celebrare le messe di requie più o meno, secondo la carità degli eredi, e nella medesima chiesa ed in altre, secondo il loro arbitrio. Ed ai parenti si dà conto con polizza, o scritta o stampata, come s’è detto nelle nozze, e vi s’aggiunge, E non s’incomodino, che vuol dire che quelli che ne danno conto, non vogliono complimenti di condoglianza in casa.
«Nata che era una creatura, il padre invitava un gentiluomo ed una gentildonna per essere compare e comare, e questi andavano a levar di casa la creatura, che in braccio all’allevatrice si conduceva a San Giovanni; e finita che era la funzione, il compare e la comare mettevano al collo della creatura un regalo, che ordinariamente era una collanetta d’oro con una medaglia o reliquia, e tornati a casa visitavano la partoriente, e ne’ primogeniti si faceva una colazione di confetture. Oggi s’è dismesso il regalare (e si fa solamente dai compari gentiluomini alle genti basse, in denari), ed anco bene spesso s’invita solamente un compare senza comare, e il padre della creatura va a levarlo di casa, e lo conduce a San Giovanni, e la creatura viene accompagnata dalla comare se vi è, o da altre parenti; ma si conserva bene l’uso che il compare visiti dopo la partoriente.
«È stato sempre uso tra la nobiltà che le donne di parto, particolarmente ne’ primi figliuoli, tenessero visite, e così le spose tre o quattro giorni, e con facilità se ne spargeva la voce per la città; e passati que’ giorni, se fosse arrivata qualche gentildonna, un servitore alla porta la licenziava senza che fosse ricevuta per mala creanza. Tanto segue ancora adesso, ma con questa sola varietà, che prima le spose per se medesime, e le partorienti per mezzo di suocera, madre, cognata, sorella o altra accompagnavano tutte le dame fino alla porta di casa; il che essendosi considerato con il tempo che riusciva di grande incomodo, s’è introdotto di non scendere le scale: e così s’osserva ai festini che si fanno il carnovale, o d’altro tempo di ballo o di giuoco, mantenendosi però in altre occasioni la dovuta creanza civile ed antica accompagnatura.
«Tutti i parenti s’invitavano al vestimento delle monache, e all’offertorio della messa si faceva l’offerta, stando la sposa accanto al celebrante rivolta al popolo, con due bacili di qua e di là in mano a due chierici, e tutti i parenti andavano a salutarla con lasciare in quei bacili le mancie. Ed in quei monasteri dove si faceva dentro il vestimento, s’andava a dare detta mancia a una grata della chiesa. S’è poi interamente dismessa quest’usanza della mancia, ed i parenti s’invitano al vestimento con la polizza scritta o stampata come in altre occasioni. Si praticava nel principio del secolo con sincerissima fedeltà, che chi voleva essere sicuro di aver buon luogo alle prediche della quaresima, e non poteva trattenersi per avere a sentir messa o altra occupazione, lasciava sulla panca qualche cosa, come libro, chiave, fazzoletto o altro: il che da chi arrivava dopo s’intendeva per luogo preso, e se gli portava rispetto, ed il padrone al ritorno ritrovava la sua roba ed il luogo. S’è poi dismesso quest’uso, forse per essere mancato la fedeltà; nel 1676 essendo stato in duomo un predicatore con gran concorso, molti gentiluomini, per esser sicuri d’aver buon luogo, hanno mandato a buon’ora uno de’ loro staffieri con la livrea a mettersi a sedere per serbarglielo.
«Nell’ultimo del secolo passato s’era incominciato a introdurre l’uso delle carrozze, ma nel principio del seguente non era ancora diventato comune, e molti della nobiltà non la tenevano; ma a poco a poco, con l’occasione di far parentadi o d’altro pretesto, ognuno l’ha messa su, e molti la tengono a quattro cavalli, ed i più ricchi a sei. Da principio le carrozze erano piccole, di cuojo dentro e fuora, e poste sulla sala delle ruote, che andavano assai scomode; poi si cominciò a fabbricarle sulle cigne perchè andassero meglio; e finalmente si sono attaccate dette cigne ad archi di acciajo ben temperati, che cedendo all’urto, fa che vanno assai più comode. Si fanno per i più ricchi di velluto nero, ed anco di colore, e con frangie di fuori e di dentro, e con il cielo di dentro dorato. Fino a mezzo il secolo usarono alcuni più ricchi, per le solennità della città, il cocchio, che di dentro era di velluto per lo più rosino, e di fuora paonazzo con otto pomi alle testate dorati; mai poi si sono intieramente dismessi. Nel 1670 s’è introdotta una foggia di carrozze venuta da Parigi, rette da lunghi cignoni che brandiscono assai, e si chiamano poltroncine, perchè vanno comodissime; e si sono dismessi gli archi, per il rischio di rompersi.
«Quasi in tutte le case nobili si teneva un cavallo di quelli chiamati chinea, o un mulotto, che servivano per chi non poteva o non voleva andare a piedi; e si adoperava per la città con gualdrappa di ermisino, ed anco di velluto, o di panno listato di velluto, ed in campagna con sella di corame. Ma con il moltiplicare delle carrozze si sono del tutto dismessi, e solamente qualcuno per diletto tiene un cavallo nobile per passeggiare per la città. Quando le donne andavano in villa, andavano a cavallo, ed i ragazzi sopra un mulo in due ceste: ma oggi vanno in carrozza dove la strada è buona; se non, in lettiga a vettura, che presentemente ne sono moltissime a nolo, quando al principio del secolo non ce n’era se non una, che solamente serviva per tornare un ammalato di villa in città. Qualcuno de’ più ricchi e de’ più infingardi tiene da sè la lettiga per servirsene in campagna.
«In questo medesimo tempo che scrivo pare che s’introduca una comodità venuta da Parigi d’una tal sedia coperta, posta su due lunghe stanghe che brandiscono, posate su la groppa d’un cavallo e di dietro su due ruote. A questa tal sedia s’è dato nome di calesse; e sono così presto moltiplicate, che nell’anno 1667 s’è trovato esserne nella città intorno a mille e le lettighe sono in gran numero scemate. Nell’andare per la città si servivano i primi granduchi del cocchio a due cavalli; ma cavalcavano innanzi alcuni gentiluomini in numero di sei o otto, che avevano titolo di lancie spezzate. Il granduca Ferdinando dismesse il cocchio, ed introdusse la carrozza con quattro cavalli, e due cocchieri a cavallo all’uso di Spagna; e le serenissime imitarono con introdurre la carrozza a sei cavalli anco per la città, e lasciarono la cavalcata delle lancie spezzate. Il granduca in città conduce alla portiera a piede il paggio di valigia, ma in campagna va a cavallo dietro alla carrozza: e portava già una valigia dinanzi, dove era un vestito ed ogni altra cosa che potesse occorrere quando venisse occasione di mutarsi; ma s’è poi dismessa questa diligenza parendo superflua. Alle serenissime ancora il paggio di valigia va per la città a piedi alla portiera, ed in campagna a cavallo.