«Fuor dei cavalieri di Santo Stefano e di Malta, e gli stipendiati dalla Corte del granduca, non c’era nessuno che portasse spada accanto; e quei pochi gentiluomini che n’avevano da S. A. S. la permissione, usavano di portar solamente il pugnale. Ugo d’Alessandro Rinaldi fu il primo che nel 1616 si cinse la spada, e fu immediatamente seguitato dagli altri giovani nobili, che non attendevano al negozio, avendo anco S. A. S. allargato la mano in concederne a tutti la facoltà, sì che presto si vide la città ripiena di spadaccini; poi a poco a poco s’andò dismettendo, sì che in oggi non solo l’hanno lasciata i gentiluomini, ma ancora i cavalieri e stipendiati di Corte. Nè meno per quasi nessuno si porta il pugnale, benchè S. A. S. ne conceda indifferentemente la facoltà ad ognuno con pagare certa tassa l’anno; e chi crede d’aver bisogno di valersi della spada, o per inimicizia o per altro, se la fanno portar dietro a un servitore, che può riuscire cosa malfatta. L’archibuso non era già concesso ai gentiluomini se non fuori delle otto miglia dalla città, ed a fuoco solamente, e non a fucile e ruota: ma oggi S. A. S. lo concede a tutti a ruota e fucile fino alla porta della città, mediante il pagamento della tassa; ed anco tollera molti che lo tengono nella città, e per passatempo se ne servono in casa per tirare a’ rondoni. Chi ha qualche timore va armato di giaco, e particolarmente la notte; ed oggi S. A. S. ne concede la facoltà ad ognuno, che già erano pochissimi quelli che avessero tal facoltà. Tutti i giovani nobili che stanno su la bizzarria, e che conducono dietro servitori, hanno introdotto di far portare al medesimo servitore sotto braccio una spada assai lunga.

«Si teneva già per i più solamente due servitori, uno con titolo di spenditore comprava e teneva i conti delle spese, e l’altro faceva le faccende in casa d’apparecchiare ed altro, andava fuori con la padrona, e faceva ogni altro negozio per la città secondo l’occorrenze; e dove era la carrozza, si teneva di più il cocchiere, al quale si dava di salario dieci lire il mese, allo spenditore dieci, all’altro servitor otto, e tutti vestivano del proprio. S’introdusse a poco a poco l’uso delle livree, e si cominciò a vestire il cocchiere ed il servitore che andava con la padrona, e finalmente a crescere il numero di questi, che oggi la nobiltà della prima riga tiene più servitori a livrea; e le donne ne conducevano almeno due, e gli uomini uno: se gli dà, oltre al vestito, uno scudo il mese.

«Le serve erano già tre, cioè una col nome di cuoca faceva le faccende della cucina; un’altra si chiamava donna di mezzo, perchè andava fuora con la padrona, spazzava le camere, rifaceva i letti, e serviva tutti gli altri bisogni, ed anche occorrendo ajutava qualche volta alla cuoca a fare il pane ed altro: ed a queste due si dava, oltre alle spese, un mezzo scudo o lire quattro il mese. La terza donna era di qualche civiltà più, e si chiamava matrona; la quale fuori di casa teneva compagnia ed in carrozza ed a piedi alla padrona, ed in casa cuciva per la medesima, e la serviva nel vestirla ed assettarle la testa, benchè per questa faccenda qualche padrona teneva una fanciulla: e si dava alla matrona sei o sette lire il mese, e la fanciulla in capo a qualch’anno si maritava con dargli cento o cencinquanta scudi di dote. Il servizio della matrona s’è del tutto dismesso, perchè le padrone non conducono fuora più nessuna donna, andando in carrozza sole, ed a piedi s’appoggiano a un servitor di livrea; ma le signore titolate più ricche conducono in carrozza qualche giovane fanciulla che chiamano damigella, e s’appoggiano ad uomo d’età senza livrea; che se gli è dato il nome d’uomo nero o di bracciere. Le artiere, per non andar sole fuori, tengono provvisionato un bottegajo con dargli dieci lire il mese, il quale le feste va ad accompagnarle alla messa ed altrove; e quest’uomo il vulgo lo chiama domenichino, perchè va in opera la domenica.

«I giuochi d’esercizio erano, la state quello della palla lesina e della pillotta: ed alla palla lesina si giocava quasi per tutte le strade, perchè i ragazzi nobili di un vicinato si mettevano insieme dopo il desinare, e mandavano al tetto più comodo della loro strada. Questo giuoco è in oggi del tutto dismesso e spento[160]. Per le case, e particolarmente l’inverno, si giuoca alle minchiate ed a sbaraglino: tutti due questi giuochi resi col tempo più belli. Il maglio era in uso come oggi, ma assai più frequentato. Si giocava ancora assai ai dadi, benchè dalle leggi fosse proibito; ma oggi tra i giovani gentiluomini si trova pochi che lo sappiano giocare. S’è aperto da qualche anno in qua una casa su la piazza di Santa Trinita, alla quale hanno dato nome di casino, dove si raguna il giorno e la sera, secondo la stagione, tutta la nobiltà, e vi si giuoca, oltre a’ soprannominati giuochi, anco a primiera, tantio ed altri simili giuochi: e viene da S. A. S. permesso questo pubblico giuoco, perchè non v’intervenendo altre persone che della prima nobiltà, pare che non vi possino avvenire di quei casi, per cagione dei quali sogliono le leggi proibire simili ridotti.

«Le donne giocavano già, e particolarmente l’inverno, a giulè; ma una ambasciatrice di Lucca insegnò in una conversazione il giuoco di cocconetto, che a poco a poco si è introdotto per le altre conversazioni, e s’è del tutto dismesso il giuoco del giulè. Per gli uomini s’è introdotto ancora il giuoco del palloncino con la mestola da pochi anni in qua; e qualcuno giuoca al pallone con i bracciali, ma pochi sono i gentiluomini che vi si diano. Il giuoco del calcio, come antico nella città, si procura di mantenere nel carnovale: ma già vi giocavano persone di età e con la barba, che oggi non v’interviene se non gioventù.

«Sono state tante le vanità del vestire che in questo secolo sono seguìte, che si rende impossibile di poterle narrare: nel principio del secolo si premeva d’accostarsi all’uso di Spagna, e adesso intieramente alla franzese, e di là vengono tutte le usanze e le mode. Per gli uomini, il vestire è usato sempre color nero; ma per la gioventù si portava il giubbone e le calzette di colore, e con le legacce con merletto d’oro e d’argento secondo che tornava meglio al detto colore; e gli uomini di trentatre a quarant’anni incirca portavano ancor nero il giubbone, ma le calzette sempre di colore. La materia era secondo le stagioni, e per lo più nell’inverno di rascia o perpignano di Firenze o di velluto, e la state di tabì, terzanello ermisino, ecc.; e si guarnivano con molte guarnizioni di raso e tabì ricamate, che venivano ordinariamente da Milano. Ciascuno aveva per stagione un vestito ricamato riccamente di seta nera per servirsene nelle occasioni più cospicue, come nelle foresterie ed altro. Oggi si veste per ognuno interamente di nero, nè si veggono calzette di colore se non qualche volta a qualcuno dei giovani più bizzarri. S’è dismesso del tutto di ricamare i vestiti, ed il guarnirli con quelle guarnizioni ricamate accennate di sopra; siccome s’è ancora dismesso il guarnire con frangie di seta nera, come s’era introdotto a mezzo del secolo; e s’è preso ad adornarli con nastri rasati o tabissati in tanta quantità, che è cosa mostruosa a vedere la quantità delle braccia che si mettono in un vestito. Gli uomini d’età li usano neri, ma i giovani di colore, e molte volte mescolati di più colori, che fa parere un vestito sia un prato fiorito; ed i medesimi nastri si mettono al cordone del cappello. L’inverno la materia è velluto o panno d’Olanda, e la state ermesino o taffetà rasato, ed i mezzi tempi vellutini o grossagrane.

«A festini, giostre, cavalcate d’incontri, di funzioni ed altre occasioni speciose, si premeva già di comparire in calza intera con fodera a detta ed al cappotto di teletta d’oro, con stivaletto di marocchino nero con speroni dorati o inargentati o bruniti di nero, secondo la fodera del vestito, e con il collare a lattughe, il quale si portava anco assai spesso fuori delle suddette occasioni. Ma a mezzo il secolo erano tutte queste cose quasi in disuso, ed oggi sono del tutto dismesse, a segno che farebbono ridere se si vedessero addosso ad uno. Ora quasi tutti i giovani hanno introdotto di portar le calzette di colore perlato che pajono vestiti a livrea; ma presto s’è dismesso. Portano la parrucca linda, senza avere riguardo al colore del suo proprio capello, e si radono tutti i mostacci; portano le scarpe piene di nastri, ed anco qualcuno vi mette delle gioje. Son ritornate le frangie di seta nera per guarnire i vestiti.

«Le spose comparivano in abito tutto bianco, ma per le altre donne non s’aveva riguardo nessuno nè al colore nè al concerto dell’abito, perchè taluna avrebbe portato una veste gialla ed una zimarra verde; un’altra, zimarra gialla e la veste verde, e così degli altri colori senza nessuna considerazione; e le donne di tempo se eran maritate portavano la zimarra nera, ma la sottana o veste di colore: era però per tutto guarnito ogni cosa riccamente. Si cominciò poi a premere nel concerto, e si portava ogni cosa del medesimo colore, che qualcuna sarebbe parsa botata[161]. Ed oggi finalmente portan tutte l’abito franzese con la zimarra o veste nera di sopra, e di sotto la sottana di colore, che va variandosi come più piace, e si guernisce riccamente con oro o argento, e quella di sopra solamente di nero, e si porta alzata, acciò si vegga quella di sotto. Usavano già il ciuffo e la grandiglia assai grandi, che sono dismesse, andando assai scollacciate, e con molti ricci solamente alle tempia. Le vedove portavano un manto sino in terra e ripiegato sulla spalla, a foggia d’un lettuccio; e poi cominciarono a mettersi in capo quella parte che soleva ripiegarsi sulle spalle, e finalmente hanno lasciato interamente il manto, e vestono di nero del tutto come le maritate, con ricci le giovani, nè son da quelle distinte con altro che con una piccola cuffia nera di velo in capo. Hanno introdotto le giovani di portar sulla fronte un cerchietto di capelli biondi che lo chiamano parrucchino, che sta malissimo a chi ha la capellatura d’un altro colore.

«Le meretrici portavano già tutte un segno apparente del loro infame esercizio, ed era un nastro giallo al cordone del cappello, che allora s’usava assai di portare; e quando non l’avevano s’appuntavano un segno giallo alle treccie; e se fussino state trovate senza, sarebbero state castigate. A poco a poco si cominciò a dismettere col pagamento di non so che tassa, ed in oggi non è più in uso, nè si conoscono se non alla loro sfacciataggine.

«Gli Ebrei portavano già tutti il cappello rosso, eccetto qualcuno de’ negozianti che per supplica otteneva grazia di portarlo nero. Oggi, qual se ne sia cagione, tutti lo portano nero, nè si distinguono dai Cristiani.