«Per paramento della sala e camere non usava altro nel principio del secolo che corame, il quale per i più briosi era dorato, e nelle portiere delle camere v’era l’arme del padrone; poi a poco a poco si cominciò a fare i paramenti nelle camere principali di rasetti, poi dommaschi; e finalmente i più ricchi gli fanno di velluti, telette d’oro e dommaschi con trine d’oro, e le sedie e le portiere compagne; ed alcuni fanno anche tessere a posta le portiere con la loro arme. Le sale si tengono oggi senza paramenti, ma con molti quadri adornate, li quali quadri hanno le cornici dorate tutte e grandi, dove già usavano tinte di nero, con due o tre filetti d’oro al più. Nelle sale ordinariamente c’era un camino grande ed un acquajo, ed in questo si teneva una secchia d’ottone per lavarsi le mani nell’andare a tavola, e vicino v’era la bandinella (che ritengono ancor oggi i frati) per rasciugarsi; si sono poi rimurati questi acquaj ed i camini; ed essendosi cresciuti (come ho detto) i servitori, ognuno si fa dare l’acqua alle mani da’ medesimi servitori in bacile d’argento, e l’inverno per i medesimi servitori si tiene in sala un caldano di fuoco. A tavola s’usava già di mangiare in piatti di terra o di stagno, e così si seguita per i più, adoperandosi però argento nelle sottocoppe, bacili, forchette e cucchiaj e saliera; ma i più ricchi hanno fatto tutti anco d’argento la piatteria, e tengono ancora le camere adornate di vasi d’argento e simili galanterie su tavolini e stipetti di pietra e d’ebano.

«In sala usava già tenersi sedie di corame con un’arme piccola del padrone nella spalliera, e sgabelli di noce: oggi vi si tengono per molti panche con spalliera dipinta con l’arme o impresa del padrone, e fanno cassa per servizio de’ servitori; e se pure vi si tengono sgabelli, son rabescati con intagli dorati.

«Cominciò nel principio del secolo (o pure si rinnovò) la delizia del bere fresco, ma si procurava di ottenerla dai pozzi col calarvi le bocce del vino qualche ora innanzi il pasto; ed il pozzo di qualche casa, che aveva concetto di fresco, serviva spesso anche per i vicini, che vi mandavano le loro bocce, che per lo più erano di terra. Si cominciò a riporre, l’inverno, il diaccio per valersene l’estate a rinfrescar il vino, l’acqua, le frutte ed altro, e ha preso tanto piede questa delizia, che molti l’usano continuamente anche l’inverno, ed è degno da notarsi l’augumento che ha fatto; perchè l’anno 1609 Antonio Paolsanti, ajutante di camera del serenissimo granduca, prese l’appalto del diaccio per lire quattrocento l’anno, e il 1665 fu appaltato per lire quattromila trecento. E per dir qualche cosa ancora di fuora, in Pisa non si trovò l’anno 1605 chi volesse l’appalto per scudi cinquanta; e oggi è sopra scudi mille novecencinquanta: è però vero che l’appaltatore serve ancora Livorno. Quando l’inverno non diaccia, sono obbligati gli appaltatori, così di Firenze come d’altrove, di far venire la neve dalle montagne, e però procurano di riporla a suo tempo nelle buche fatte a posta per conservarla all’estate. Usano le persone ricche e doviziose di far fare, per bere fra giorno, acque concie di varie sorte con odori di cedrato, di limoni, di gelsomini, di cannella ed altro, raddolcite con zucchero; e ne’ luoghi più frequentati della città ci sono botteghe, dove si vendono in carafine diacciate, che riesce all’universale una gran comodità.

«S’è introdotto in Firenze nel 1668 assai comunemente una bevanda all’uso di Spagna, che si chiama cioccolata; ed anco di questa vende uno dei sopradetti bottegaj in bicchieretti di terra, e par che gusti così calda come fredda.

«Ciascun padre di famiglia che avea facoltà di poterlo fare, teneva in casa un prete per insegnare ai figliuoli, e per accompagnarli fuori; e ci erano suggetti di lettere e di bontà riguardevoli. E per quelli che non potevano tenere il maestro in casa, c’erano parecchi che tenevano scuola pubblica, e vi si mandavano i figliuoli con un servitore o con altri. Avendo poi preso credito le scuole che tengono i Gesuiti, ognuno s’è voltato a loro per non spendere, e si sono smesse le scuole pubbliche; e quel che è peggio, nessuno studia, o pochi, per fare il mestiere del maestro, perchè questo impiego è svanito, ma ai più basta imparare tanto che basti loro per passare all’esame e divenir preti».

Delle persone da tutto il mondo accorrenti a Roma per cercare fortuna, era dimezzato il numero colla riforma religiosa: e i pellegrini della scienza, dell’arte, della civiltà non teneano più di primario interesse Firenze, Venezia, e altre città nostre, quando grandeggiavano Madrid, Londra, Amsterdam, Parigi; v’ebbe colà artisti che pareggiarono e vinsero i nostri maggiori, quantunque si mettessero sull’orme di questi. Pure continuava a visitarsi l’Italia con rispetto tradizionale, e a tacere gli artisti, quasi tutti educati qui, fra i molti viaggiatori vuolsi ricordare l’arguto Michele Montaigne. Avvezzo ad osservare gli uomini e le cose, e paragonare l’antico coll’odierno, ne aspetteremmo fini giudizj: ma preoccupato della sua salute, continuo parla di sè, fin a stomacare chi non consideri che non destinava alla pubblicità quel giornale, di cui una parte scrisse in italiano[162]. Entrato, il 1580, dal Tirolo, a Verona stupì del poco devoto contegno nelle chiese, dove si voltavano le spalle all’altare, e tenevasi il cappello, mostrando badar alla messa soltanto all’elevazione. Che gli alberghi fossero tanto peggiori di quelli di Francia e di Germania, è lamento ripetuto da tutti i viaggiatori, benchè più tardi il presidente De Brosse lo dichiarasse affatto ingiusto. In generale egli trova che qui si mangia in istoviglie, anzichè in peltro e stagno; e disgrada la nostra cucina a confronto della francese. Fin a sette e otto miglia vengono incontro gli ostieri, allettando con buone condizioni a scavalcar da loro. Case cattive, con ampie finestre, grossolani controventi, nessuna stufa, letti duri senza cortine; visite e dogane lo remorano ogni tratto; ogni tratto vede scritto, Ricordati delle bollette, ch’erano richieste per ragione di sanità.

Padova trae vita dagli studenti; ma i francesi gentiluomini accorrenti a quell’università sono in tal numero, che vivendo tra loro, non imparano i costumi forestieri: anche molte famiglie vengono ad abitarvi a cagione del buon mercato. Di Venezia ripete le solite dicerie; vi conta cencinquanta gentildonne da mercato, che faceano grandi spese in mobili, in vesti, e la nobiltà ne manteneva pubblicamente; vi si vivea con poco, non bisognando gran servi nè cavalli. I giovani nobili (ci vien riferito da altri[163]) vanno alla commedia per ridere delle buffonerie e degli attori, non meno che per atteggiare essi stessi; menano cortigiane nelle loggie, e fanno schiamazzi e atti da non dire; si divertono non solo di sputare in platea, ma di gettarvi la smoccolatura delle candele, massime sopra qualche galante; e per poterlo fare impunemente tengono alla porta dei bravi mascherati.

Firenze invece era la città più costosa; le donne ben apparivano con scarpe bianche e cappelli di paglia, i quali vendeansi quindici soldi l’uno, mentre in Francia costerebbero quindici lire; belle le meretrici, raccolte tutte in un luogo; il grano lasciavasi dieci e quindici giorni sul campo, senza paura del vicino; sin le contadine aveano l’Ariosto in bocca. A Siena, sulla piazza più bella del mondo, si celebrava ogni giorno la messa, sicchè gli artigiani la sentivano senza staccarsi dalle proprie faccende. Ornamento del paese sono i portici; e sotto questi i signori a Lucca pranzavano l’estate. Quivi molto si giocava al pallone; gli alloggi erano ad alto prezzo, attesochè non vi capitano forestieri; ma frequentati erano i bagni, intorno ai quali moltissimo si occupa Montaigne. A Pisa ognuno stava occupato a lavorare. Nelle nazioni libere (egli riflette) non si fa distinzione fra le persone; anche le infime tengono alcun che di signorile ne’ modi; fin nel domandare la limosina mescolano sempre qualche parola d’autorità: — Datemi l’elemosina, volete? — Fatemi la carità, sapete?» e uno a Roma diceva: — Fatemi bene per l’anima vostra».

A Roma, dopo rigorosissimo rimuginar di bauli, specialmente pei libri, trattenendogli i sospetti, alloggia all’Orso; pranzasi alle due, cenasi alle nove; vi si sentono meno campane che non in qualche villaggio di Francia, e non immagini; le chiese men belle che nel resto d’Italia e in Francia; le abitazioni mal sicure, a segno che chi avesse denari gli affidava ai banchieri. Un predicatore fu arrestato perchè declamò sulle generali contro il lusso de’ prelati. In carnevale facevansi corse or di fanciulli, or di vecchi nudi, or di ebrei o di cavalli con ragazzi, o d’asini, o bufali: gentiluomini e dame vi correano la quintana, e faceano altri esercizj cavallereschi, in cui erano spertissimi; e anche le donne mostravansi senza maschera. Il popolo minuto assai più devoto che in Francia; non così i cortigiani e i ricchi. Vi abbondavano gli spiritati e gli ossessi. Alla processione del Volto Santo forse dodicimila torcie si accesero, e file di Battuti si flagellavano, mentre altri accorreano a confortarli con vino e confetti, e lavar di vino l’estremità del loro staffile.

Tutto era pieno di forestieri, sicchè la varietà d’abiti e costumi non facea colpo. Vide arrivarvi un ambasciatore del re di Moscovia, con lettere dirette al gran governatore della signoria di Venezia, credendo questa città fosse nella dizione del papa; invitato a una cavalcata che fu di cencinquanta a duecento cavalli, quell’ambasciatore rise, dicendo che nel suo paese si fanno di venticinque o trentamila.