Il veder tante cose, l’udir prediche, il bazzicare cortigiane, che faceano pagare anche la conversazione, cacciavano la malinconia da Montaigne, il quale ambì ed a fatica ottenne il titolo di cittadino romano. La bellezza delle nostre donne non gli pareva poi tanto mirabile; pure di brutte ne vedeva assai meno che in Francia, e migliore la testa e dalla cintola in giù; maggior maestà di comporto, mollezza e soavità; maggior ricchezza nel vestire, tutte perle e pietre; molte appajono in pubblico, però distinte dagli uomini, eccetto che nelle danze, ove procedono con molta libertà. Gli uomini vestono positivo, di nero e di sargia di Firenze, ed hanno apparenza alquanto vulgare, benchè cortesi e graziosi; quantunque i Francesi non vogliano confessare tali quei che non sopportano le loro trascendenze. «E benchè noi (soggiunge) facciamo ogni possibile per iscreditarci, pure hanno affezione antica e riverenza per la Francia, in modo che vi sono rispettati tutti quelli che il meritano, o che si comportano senza offenderli».

Da Roma a Milano i mulattieri consumavano venti giornate, e pagavasi due bajocchi per libbra il trasporto delle merci. Tutta la costa era orlata di torri per respingere i pirati; del cui accostarsi correva l’avviso in un’ora dall’estrema Italia fino a Venezia. Loreto era affollata di devoti, e piena di voti e di miracoli. A Pavia trovò il peggior albergo che mai al Falcone; e quivi e a Milano carissima la legna, e rari i materassi. Milano, la città più popolata d’Italia, piena di ogni sorta artigiani e mercanzia, ha aria di città francese. Torino, piccola, in luogo molto acquoso, è mal edificata e non piacevole[164], benchè per mezzo della via corra un fiumicello che la deterge: la lingua popolesca non ha quasi d’italiano che la pronunzia e francesi le parole[165].

Un viaggio in Italia scrisse pure, fra altri, il presidente Misson (Aja 1702), tutto sfavillante di scherzi e rimproveri contro le superstizioni romane; eppure egli stesso empì il suo Teatro sacro delle Sevenne di miracoli, operati a onore de’ Protestanti ivi uccisi.

Le potenti individualità, ch’erano comparse al tempo del rinnovamento, dileguavansi entro un’uniformità regolare; non la rompevano che il disordine o il misfatto, i bravi o gli artisti, de’ quali ancora fu spesso bizzarra e agitata la vita. Il Chiabrera ammazzò un gentiluomo romano; il Davila un altro, e al fine egli stesso fu assassinato in viaggio; Torquato Tasso tira stoccate; il Murtola e il Marini si fanno guerra sia di fucilate sia di spionaggio; il Boccalini è battuto a morte con sacchetti d’arena; Annibale Bimbioli, professore di medicina a Padova, fu nel palazzo vescovile trafitto da un Padovano di casa Trivigiani; Giuseppe Ortale, poeta siciliano, era detto il cavaliere sanguinario per la sua maestria nella scherma; Alessandro Stradella, famoso compositore napoletano, avendo sedotta l’amante d’un signore veneziano, questi mandò sicarj a cercarlo per tutto, i quali lo assalsero più volte, lo pugnalarono a Torino, e appena guarito l’assassinarono a Genova; Lorenzo Lorenzini, turcimanno agli amori di Luigia d’Orléans col principe Ferdinando, fu da Cosmo III tenuto vent’anni in fortezza a Volterra, ove studiò le matematiche, e fece il libro XII delle Sezioni coniche; Muzio Oddi, convinto di comunicare i secreti del Consiglio alla duchessa, fu dal duca d’Urbino chiuso in prigione per sette anni, ove fabbricatosi inchiostro e carta, scrisse di matematica, e uscitone il 1609, fu molto adoprato come ingegnere militare.

E assalti, schioppettate, coltellate s’imbattono nella vita di qualunque, anche più quieto. In Venezia, dov’era proibito portar armi, fu permesso a frà Paolo Sarpi di farsi accompagnare da un frate laico coll’archibugio. Elisabetta, figlia del pittore Andrea Sirani allievo di Guido, e rinomata per la quantità e il merito de’ suoi dipinti e delle incisioni all’acquaforte, a ventisei anni fu avvelenata. Giacomo Torelli di Fano macchinista architetto, a Venezia assalito una sera, difendendosi perdette alcune dita. Il Panigarola, famosissimo predicatore milanese di prodigiosa ritentiva, a soli tredici anni fu mandato a Pavia a studiar leggi, ed è bello udirgli dipingere la dissipazione degli studenti d’allora. — A poco a poco (narra egli stesso) così sviato divenne, che questione e rissa non si facea, dove egli non intervenisse, e notte non passava, nella quale armato non uscisse di casa. Accettò di più d’esser cavaliero e capo della sua nazione, che è uffizio turbolentissimo, e amicatosi con uomini faziosi di Pavia, più forma aveva ormai di soldato che di scolare. Nè però mancava di sentire in alcun giorno li suoi maestri,... de’ quali, sebbene poco studiava le lezioni, le asseguiva nondimeno colla felicità dell’ingegno, e le scriveva; e quando andava talora a Milano, così buon conto ne rendeva al padre, che levava il credito alle parole di quelli, che per isviato l’aveano dipinto. Si trovò egli con occasione di queste brighe molte volte a Pavia in grandissimi pericoli della vita; e fra gli altri trovandosi presso San Francesco in una zuffa fra Piacentini e Milanesi ove fu morto un fratello del cardinale Della Chiesa, da molte archibugiate si salvò colle schermo solo d’una colonna, ove pur anche ne restano impressi i segni».

Domenico Moni di Ferrara, strappatosi all’austerità certosine, sposò una fanciulla che amava, e si diede alla filosofia. Non traendone però di che vivere, si fece medico; ma non meno di quelle povere verità gli spiacque (com’e’ diceva) questa ricca impostura. Si applicò alle leggi, e qui pure soffrì disgusti; finchè imbattutosi a vedere il Bastarolo che dipingeva, s’attaccò affatto a quest’arte, e vi fu de’ più fecondi e non dei più infelici; in pochi giorni concependo e finendo quei quadri, di cui è sparso il Ferrarese. Mortagli la moglie, ne concepì fiera malinconia; dominato dalla quale, passò fuor fuori un abate romano che per caso l’urtò, e salvossi presso il duca di Modena.

Venuto per una lite a Milano Bartolomeo Dotti della Valcamonica, il senato ebbe a farlo arrestare, e bruciar per mano del boja alcuni suoi scritti satirici contro quei senatori: dal castello di Tortona riuscito a fuggire, e a Venezia preso servigio, meritò il cavalierato, e infine vi si stabilì come agente della valle natìa. Careggiato pel suo motteggiare, ma insieme temuto e odiato, una sera, mentre in pianelle e vestone tornava da un vicino ritrovo, fu trucidato.

Vita avventurosissima menò pure il conte Majolino Bisaccioni ferrarese. Servendo agli stipendj di Venezia, ebbe un affar d’onore con un capitano; un altro con Alessandro Gonzaga, sotto il quale avea militato in Ungheria: toltosi dall’armi, fu podestà nel Modenese; accusato d’una fucilata contro un avversario, si scagionò; e il principe di Correggio il prese amministratore civile e militare del suo paese, e con onori compensollo di nuova prigionia inflittagli per sospetti che dissipò; il volle seco a mensa, in carrozza, e a tenere un torneo. Rimessosi militare, difese Vienna nell’assedio del 1618; fu poi adoprato in affari d’importanza anche da Vittorio Amedeo di Savoja, finchè un nuovo duello lo pose in altri guaj. Ritirossi alfine a Venezia, ebbe titoli e onori dal re di Francia, i quali nol tolsero dall’indigenza: scrisse novelle e drammi e apparati scenici, e sull’arte della guerra, e alquante operette storiche, e una violenta lettera a un certo Fulvio Testi, che l’aveva attaccato con un libello infame.

Se vogliamo seguitare cotesti genj eterocliti, ecco Paolo Beni, reputatissimo letterato, ma accattabrighe in tutte le baruffe di quel tempo; difese il Tasso, e in generale credeva la lingua moderna migliore e più ordinata dell’antica; sul qual conto lanciò severe critiche alla Crusca, non risparmiando Dante, Petrarca, Boccaccio, e tanto meno i viventi, e n’ebbe ripicchi durissimi. Paolo Guidotto Borghesi da Lucca fu pittore, scultore, letterato, astrologo, sonatore, musico, architetto, matematico, insomma quattordici arti possedette, ciascuna delle quali sarebbe bastata a farlo ricco, e tutte insieme nol tolsero di miseria; volle fare sperimento di volare, a grave suo costo; eseguiva gruppi di molte figure, lodati dal Marini e da altri contemporanei; emulò il Tasso, opponendogli la Gerusalemme rovinata e distrutta in altrettante ottave.

Antonio Oliva di Reggio in Calabria, teologo del cardinale Barberini, cacciatone per immoralità, si mette capo di briganti, è arrestato, poi uscito di prigione diviene professore di medicina a Pisa, e alla prima lezione recita una diceria del Moreto come sua, e scoperto di tale soperchieria, risponde: — Non volevo dir male, e non avrei saputo dir meglio che colle parole di quel latinista». Eppure nelle grazie del granduca entrò sì avanti, che fu posto uno dei nove nell’Accademia del Cimento, nella quale però non troviamo operasse nulla d’importante, solo avendo l’arte dei ciarlatani che non fan nulla, di farsi credere un ingegno grande. Bentosto scandalose avventure gli resero necessario il ricoverare a Roma, dove come medico avvicinò cardinali e pontefici: finchè scoperto che era uno dei fondatori di una società de’ Bianchi, imputata di oscene adunanze, Alessandro VIII lo fece arrestare: posto ad esame e temendo di peggio, si precipitò da una finestra.