Tra gli scrittori bizzarri cerniremo Tommaso Garzoni di Bagnocavallo, che a undici anni compose un poema in ottave sui trastulli fanciulleschi; poi fatto canonico lateranese, crebbe di cognizioni; nel Teatro de’ varj cervelli mondani (1583) passa in rivista i cervelli, cervellini, cervelluzzi, cervelletti, cervelloni, cervellazzi, ciascuno suddividendo in modo da ordirne cinquantacinque discorsi, ove lo spirito è scipito quanto affastellata e indigesta l’erudizione. Nella Piazza di tutte le professioni del mondo discorre su cencinquantacinque professioni, dal re ai dotti, ai ciurmadori, ai mestieranti, a ciascuno soggiungendo quel che gli casca alla memoria. Nell’Ospedale de’ pazzi incurabili passa in rassegna le diverse follie in trentatre discorsi, ognuno de’ quali conchiude con una preghiera a qualche dio per la guarigione delle specie de’ pazzi di cui parlò. La Sinagoga degli ignoranti va sul piede stesso, definendo l’ignoranza, i segni suoi, le cause che la sviluppano e mantengono, le funzioni degli ignoranti, fra le quali è precipua il censurare i dotti, calunniarli presso ai grandi o al mondo. Nel Mirabile cornucopia consolatorio loda le corna a consolazione d’un marito malcapitato. Nel Serraglio degli stupori del mondo distribuiva in dieci appartamenti i diversi soggetti straordinarj, mostri, prestigj, oracoli, sogni, e quanto avea tratto da una indigesta lettura. Queste opere levarono grido e furono volte in francese, ma nessuno più ne sopporterebbe la lettura.
Non dimentichiamo Giulio Cesare della Croce, nato a Persiceto nel Bolognese: povero orfano educato da uno zio maniscalco, aperse bottega a Bologna, e invaghitosi dello scrivere, fece molte opere rozzissime, fra cui una che sopravviverà a tutte queste nostre, il Bertoldo. Le ripetute edizioni nol trassero dalla sua mascalcìa, e solo invecchiando accettò una pensione da signori bolognesi.
Vincenzo Bianchi veneziano a vent’anni supplica di leggere nell’Università di Padova i Dialoghi di Platone gratuitamente: ma i Riformatori rispondono esser legge che niun professore manchi di stipendio. Dal celebre Du Fresne, allora ambasciadore di Francia a Venezia, raccomandato ai ministri e al re, passa in Francia, vi ha grandi accoglienze e facoltà di dar lezioni nel collegio de’ professori regj e di «poter di ciò che più gli piacesse ragionare dalla cattedra»: distinzione che spiacque ai Francesi. Molte cose scrisse, fu in corrispondenza con Keplero; ma credeva fermamente alla predizione degli astri, e si vantava di gran nascita e gran titoli, conte, discendente dai Comneni imperiali, mentre era figlio d’un ragioniere.
Lo strano erudito Teofilo Rainaud di Sospello, gesuita, ricusò il vescovado di Ginevra; a Ciamberì essendo entrato in corrispondenza col padre Monod, prigione allora nel castello di Montmeillant per castigo del Richelieu, meritò le costui vendette, sicchè venne côlto e processato; fu scoperto innocente, ma solendo i potenti persistere per non confessare d’aver avuto torto, eccolo di nuovo prigione; poi liberato, s’acquistò la grazia del legato pontifizio, e fu adoprato in varie pratiche. Scrisse ben novantatre opere senza un morso di lima; il genio storico esercitò contro i Giansenisti; la sterminata erudizione sparpagliava col vaglio, talchè il titolo non corrisponde mai alla materia che assume, e per esempio, nel trattato Della Rosa benedetta ragiona della quaresima.
Del pari stravagante fu Antonio Magliabechi di Firenze (1633-1714). Messo a giojelliere, la sua passione pei libri gli guadagna il cardinale Leopoldo de’ Medici, e Cosmo III gli affida la biblioteca da lui fondata. Vero divoratore di libri, li esaminava come fanno i giornalisti, cioè leggendo il frontispizio, l’indice, la dedicatoria, la prefazione, al più un’occhiata a ciascuna divisione, e tanto gli bastava per dirne il valore. Quanto leggea restavagli nella ferrea memoria: de’ libri ammonticchiati sapeva per reminiscenza la postura, e rimuginando mettea le mani su quel che gli occorresse. Perciò come a biblioteca vivente ricorrevano a lui i dotti d’ogni parte, ed egli rispondeva a pieno e a fondo, citando fin le parole e le pagine: — Io non ho mai notato (scrive egli al Fontanini nel 1698) cosa alcuna di quelle che mi abbia letto; del che ne sono stato ripreso infino da questi serenissimi principi. Diverse cose ho io in mente; ma non posso fidarmi della memoria, ed il riscontrarle mi si rende quasi impossibile, per aver tutti i miei libri ammassati.... onde per prenderne uno è necessario il rovistarne dugento.... Il nobilissimo signor Rostgaard potrà attestarle che, avendo esso avuto bisogno del secondo tomo delle opere del Libanio, io gli dissi subito dove l’avevo, ma gli convenne levar prima intorno a cinquecento libri in-folio sotto li quali era. Le notizie che ella brama le ho in mente senza aver bisogno di cercarle, ma in nessuna maniera mi fiderei della mia memoria senza riscontrarle ne’ libri, ne’ quali le lessi». Rispondendo a tutti, cercava ingordamente la fama, e l’ottenne estesissima, dando per riavere, lodando in faccia, poi tassando alle spalle[166], e fin al granduca scrivendo lettere ad aggravio ed infamia del terzo e del quarto, e per le viscere di Gesù Cristo pregandolo le bruciasse. Quanto cortese agli stranieri, tanto mostravasi burbero e sprezzante verso i nazionali; ne eccitava le gelosie, lieto di vederli deprimersi tra loro; chiamava asino il Viviani, mordacchiava il Redi, il Magalotti, il Coccapani ed altri: ma trovò chi lo rimorse. Il suo più lungo viaggio fu sino a Prato per riconoscere un manoscritto. Deforme, zotico, strano ad ogni gentil sentire, sempre solitario senza manco un servo, addosso un abito a strappi e a frittelle, non mutando la camicia finchè non gli cadesse a brandelli, stava fitto l’intiero giorno sul suo seggiolone, ivi dormiva, ivi mangiava senza interrompere la lettura, e i rimasugli de’ cibi servivano di segnale ne’ libri, o imputridivano tra la rinfusa congerie di questi, unico arredo di sua casa. Teneva un caldanino per le mani, neppur lasciandolo quando andava dal granduca; e avendogli quello una volta bruciato i panni, egli non se ne avvide che allo scottar delle mani. Nulla scrisse; e noi che vogliamo misurare la potenza dall’atto, temiamo doverlo porre fra quei molti che, per serbarsi in reputazione, hanno duopo di non pubblicare le cose che promettono.
Ferdinando Stocchi di Cosenza vantavasi astrologo, e di scoprire colla cabala i ladri, i tesori nascosti, i rimedj contro malattie inveterate. A Carlo Calà, avvocato che coll’arte sua erasi guadagnato tanto da divenire duca di Diano e marchese di Villanova, fece credere d’avere scoperto i fasti d’un suo antenato, discendente da re e morto santo; inventò documenti e reliquie; e queste furono poste sugli altari, quelli esposti in una Storia degli Svevi e del conquisto de’ regni di Napoli e di Sicilia per l’imperatore Enrico VI, con la vita del beato Giovanni Calà, capitan generale che fu di detto imperatore (Napoli 1660): ma un suo complice morendo lo palesò, e le ossa si scoprì essere di un asino.
Fra questi tipi bizzarri non dimenticheremo il lucchese Zamet, che condottosi in Francia sotto la protezione di Caterina de’ Medici, e addetto ad Enrico III come calzolaio e guardaroba, si fece gradito coi molti, e mostrò grand’abilità nei maneggi, sicchè presto accumulò ricchezze, e divenne amico di Mayenne, di Enrico IV, di Maria de’ Medici. Applicatosi alle finanze, prese grossa parte negli appalti, fabbricò e addobbò un ricchissimo palazzo, convitava suntuosamente, fu spesso usato a trattare nei tumulti della Lega, e adoprò alla conversione di Enrico IV, che poi se ne valeva quando volesse deporre la regia maestà, e per conversare alla domestica colla Gabriella e con qualche altra, e alla borsa di lui ricorreva, fosse per comprar amici o amiche, fosse per pagare le grosse perdite al giuoco. Anche i primarj signori valeansi di esso; in casa di lui si trattò se accettare il concilio di Trento; con lui Carlo Emanuele menò le tresche a Parigi (pag. 63); da lui scavalcò Maria de’ Medici arrivando sposa del re; e dopo la morte di questo procurò elidere la funesta influenza del Concini sulla Reggente, della quale infine ottenne la confidenza, sicchè spesso ella andava a pranzo da lui e vi riceveva i grandi. Impetrava posti lucrosi, e col denaro sapea farsi perdonare gli abusi; conseguiva favori di grandi e di belle; fu signore, barone, consigliere, capitano, soprintendente alle fabbriche di Fontainebleau e alla casa della regina, insomma quel che volle; e stipulando il matrimonio di suo figlio, al notaro che gli chiedeva i suoi titoli disse: — Qualificatemi signore d’un milione e settecentomila scudi». La sua stirpe fu tra le illustri di Francia.
Ivi il banchiere italiano Tonti nel 1653 istituì primamente i prestiti a vitalizio, dal suo nome detti Tontine. Suo figlio cavaliere Tonti, datosi all’armi, e in una fazione in Sicilia perduta una mano, con Lasalle operò assai alla scoperta del Mississippi; e morto quello (1687), vi rimase ad assodare i nuovi possedimenti della Francia; e i cantoni ch’e’ popolò in riva al gran fiume, furono detti Piccole e Grandi Tontine.
Famiglia di ben maggiore interesse in Francia fu quella che il cardinale Mazarino chiamossi attorno dacchè si trovò a capo di quel regno, e bisognoso di formarsi un circolo d’amici e parenti ricchi colà dove era sprezzato come uomo nuovo da una nobiltà che nulla valutava il merito personale. Due delle sue nipoti avrebbero potuto divenire regine di Francia s’egli non poneva freno alla benevolenza dei regnanti: una come reggente del ducato di Modena, non si mostrò meno abile di qual altra si fosse gran donna: una indovinò il talento di La Fontaine, e lo incoraggiò sulla via nella quale non dovea trovar competitori: una divenne la madre del principe Eugenio di Savoja. E se la cronaca troppi soggetti di scandalo trasse dai prestigi di loro avvenenza, anzichè bassi istinti e cuore corrotto, palesarono splendide facoltà, come che non dirette, nè sofferenti di freno nel bisogno prepotente d’azione.
Lucilio Vanini (1585-1619), prete napoletano, viaggiò Europa sotto diversi nomi, e con alquanti compagni predicando tutt’altro che il vangelo, professandosi scolaro del Pomponazzi, del Cardano, di Averroe, di Aristotele «dio de’ filosofi, dittatore dell’umana sapienza, sommo pontefice de’ sapienti»; e dicendo il diavolo essere più forte di Dio, giacchè tuttodì intervengono cose che non potè volerle Iddio. Le critiche del cristianesimo pone in bocca al terzo o al quarto, fingendosi inorridito all’udirle; come si finge encomiatore de’ Gesuiti, apologista del concilio di Trento, e accannito contro Lutero, egli che pur al cristianesimo move guerra da filosofo nell’Amphiteatrum æternæ Providentiæ, da fisico nei sessanta dialoghi sugli Arcani della natura, a vicenda panteista e materialista. Nel primo spiegando cos’è Dio, agita il problema della provvidenza e della fatalità, e mostrando ribattere Cardano e gli atei, ne mette in risalto gli argomenti; e le prove della provvidenza riduce agli oracoli, alle Sibille, ai miracoli, cui descrive dal lato debole con un’aria dabbene che non può fare illusione. Fisicamente deriva l’uomo dalla putrefazione e dal successivo perfezionarsi della specie: anche in forza talora è sopravanzato dagli animali, onde non può dirsi a questi superiore in destinazione, e il meglio che può fare si è vivere e godere. «Perduto è il tempo che in amar non si spende»; nè la morale ha fondamento che nelle leggi.