Traverso alla Germania, procedette nella Boemia, semenzajo delle dottrine che cagionavano la guerra dei Trent’anni; ivi discusse con un Anabattista, meravigliantesi che i Cristiani disputino di lana caprina; con un ateo ad Amsterdam; a Ginevra coi Riformati, e sentendovisi mal sicuro, passò a Lione; donde per paura del rogo si volse a Londra, e quivi «si attirò la persecuzione de’ Protestanti, tenuto prigione quarantanove giorni, preparato a ricevere la corona del martirio, alla quale aspirava con indicibile ardore»[167]. Scarcerato, viene in Italia, e a Genova apre scuola molto frequentata: ma le sue dottrine ben presto scandolezzano sì, che deve rifuggir a Lione, poi si veste monaco in Guascogna, edifica colle prediche, col confessare, colla devozione, finchè scoperto vizioso viene espulso. A Parigi lo ricoverò il nunzio Roberto Ubaldini, aprendogli la sua ricca biblioteca, donde egli stillava il peggio, e lo diffondeva tra i giovani medici e poeti, sicchè, dice il padre Mersenne, a lui avversissimo, cinquantamila atei contavansi a Parigi. La Sorbona riprovò i suoi Dialoghi sulla natura, ed egli piantatosi a Tolosa vi teneva arcane conventicole, apostolava i giovani: e poichè a quelle dottrine cresceva pericolo il fermentare delle guerre di religione, egli fu denunziato al parlamento; e gravemente sospetto anche per esserglisi rinvenuto un grosso rospo chiuso in un’ampolla, venne condannato al taglio della lingua e al fuoco per mago e ateo: accuse per verità repugnanti. Durante il processo avea professato le migliori credenze; condannato, si chiarì empio, ricusò i conforti della religione, si vantò più intrepido del Cristo, il quale avea sudato d’ambascia.

Anche Ferrante Pallavicino (1618-44), primogenito d’insigne casa piacentina, canonico regolare a Milano, lodato per dottrina, avvoltolatosi in amori volgari, spendeva, scribacchiava, e ritiratosi a Venezia, dirigeva agli amici lettere come venissero da Lione, da Parigi, d’altrove, narrando finti viaggi: — Stupisce chi mi vede occupato in ogni altro passatempo fuorchè nello scrivere, e pure scorge la frequenza de’ miei libri. Questo stupore mi è sovrabbondante mercede»[168]. In fatto acciabattava libri, storie sacre e profane, novelle, panegirici, epitalamj, talvolta ascetico, sempre ampolloso, rinvolto, bujo e con descrizioni lascive: e per esempio, nelle Bellezze dell’anima, trattato spirituale, al capitolo XIII discorre della bellezza delle poppe. Pari contaminazione hanno la Susanna, il Giuseppe, il Sansone, la Bersabea.

Parlò con disprezzo stizzoso degli Spagnuoli, e dei principi in generale con arroganza, il che gli procacciò reputazione di liberale. In Germania vide messo alla ruota un Calvinista, col quale entrato in disputa sulle cose dell’anima, se ne lasciò convincere, e d’indi in poi menò a strapazzo le cose e le persone sacre. Il suo Divorzio celeste cagionato dalle dissolutezze della sposa romana, e consacrato alla semplicità de’ scrupolosi (1643) fu tradotto in varie lingue dai Protestanti, e continuato probabilmente da Gregorio Leti, dividendolo in tre libri, i Costumi dissoluti dell’adultera, il Processo de’ bastardi di quella, il Concorso di varie Chiese allo sposalizio di Cristo (1679). Nel Corriere svaligiato spettorò d’ogni genere calunnie contro il papa, i cardinali, i Gesuiti, tutti i governi, i letterati, con oscenità e sali putidi. Lo stampò alla macchia, onde la Signoria di Venezia il fece carcerare; uscitone, infierì peggio di prima contro de’ principi e di papa Urbano VIII e del buon costume, e fra altro scrisse la Retorica della p... dedicata all’università delle cortigiane più celebri. Un De Brèche parigino, assoldato dai Barberini, fintosegli amico, lo persuase a ridursi in Francia, dove potrebbe stampare altre opere irreligiose; e così lo menò ad Avignone terra di papa, ove arrestato e messo sotto processo, dopo quattordici mesi fu decapitato a ventisei anni. Subito comparvero due dialoghi intitolati L’anima di Ferrante Pallavicino; forse fattura di Gianfrancesco Loredano, ove si malmenano papa, prelati, letterati, costumi.

Osteggiò le dottrine cattoliche anche Gregorio Leti (1630-1701) milanese, che dissipato in viaggi ogni aver suo, e impigliatosi coi Riformati, professò il calvinismo a Losanna, insegnò a Ginevra, e scrivendo contro la Chiesa cattolica v’ottenne la cittadinanza. La maldicenza sua il fece presto sgradito, e da «una inquisizione più orribile di quella di Roma» furon dati al fuoco il Livello politico, l’Itinerario, il Vaticano languente, come portanti proposizioni contrarie alla fede, ai costumi, allo Stato, ed egli cancellato di cittadino. A Parigi cercò il favore di Luigi XIV col gonfio panegirico La fama gelosa della fortuna. Passò in Inghilterra, ove, dic’egli, dallo scisma di Enrico VIII «sono nate tante disgrazie a quell’isola ed a quei popoli, che si può dire che da quel tempo in poi non hanno avuto momento di riposo i carnefici, essendo un miracolo che la Tamisa si navighi sopra acqua e non sovra sangue»[169]. Da Carlo II ebbe accoglienze e mille scudi per iscrivere l’Istoria della Grande Brittania; ma il fece in modo che dovette ancora andarsene, e ingiuriò quelli che dianzi avea blanditi. In Olanda l’erudito Le Clerc, vago di sua figlia, il fece accogliere e creare storiografo della città di Amsterdam, ove morì improvviso.

Parodia dilavata dell’Aretino, vivente dal trafficare d’incensi e d’ammoniaca, forse cento volumi lasciò di storie non meditate e prolisse; sulla Francia, il Belgio, l’Inghilterra, la Spagna, Carlo V, Filippo II, il duca d’Ossuna, il presidente Aresi, scambietti di ira o adulazione, zuppe di baje. Vantava aver sempre tre opere ad un tempo sul telajo, e quando gli mancassero materiali per l’una, s’occupava dell’altra: ma non pensava, come dice Bayle, se non a ingrossar volumi e moltiplicare dedicatorie; rapsodo senza pel di critica, e così irriflessivo, che pur abitando in Olanda, disse che la Schelda e il Reno passano per Rotterdam. Chiesto dalla Delfina se fossero vere le mille sciagurataggini che scrisse di Sisto V, di Filippo II, d’Elisabetta, rispose che una cosa ben immaginata piace quanto e più che la verità. Ma la menzogna neppur sa coprire collo spirito e collo stile: sempre negletto e nojoso scribacchiatore, ridicolosamente pretenzioso, grottescamente iperbolico, lonzo, prolisso, nessun mai lo leggerebbe, se non allettassero le invereconde diatribe di cui insozza i suoi scritti, massime contro Roma: e i suoi Precipizj della Sede apostolica, la Strage dei Riformati innocenti, il Sindacato di Alessandro VII col suo viaggio all’altro mondo, Roma piangente, la Vita di donna Olimpia Maldachini, il Nepotismo, il P...nesimo romano, l’Ambasciata di Romolo ai Romani furono divulgati e tradotti per sentimento malevolo; solo un liberalismo limaccioso testè, insultando al buon senso e fidando nei troppi lettori che non l’hanno, osò lodare e riprodurre le costui opere sol perchè codardamente sputacchia papi e preti in seconde edizioni di libri, dove gli avea codardamente leccati[170].

Giuseppe Francesco Borri milanese (1625-95) entrò nella Corte del papa come chimico e medico, e rotto alle peggiori sregolatezze, fuggì castigo col fingersi corretto, e cominciò a dirsi ispirato dal Cielo a riformare il mondo, rimettere la purezza nella fede e ne’ costumi, ridur tutti in un solo ovile, e chi ricusasse, sterminare per mezzo degli eserciti pontifizj, di cui egli sarebbe capitano con una spada datagli da san Michele. Impastò allora una strana religione, secondo la quale Maria Vergine era di natura divina, presente essa pure nel santissimo sacramento, figlia del Padre, eguale in tutto al Figlio, e incarnazione dello Spirito Santo; e questo e il Figlio sono inferiori al Padre. Con Lucifero caddero molti angeli, i quali volteggiano per le regioni dell’aria: e per loro mezzo Iddio creò la materia e gli animali bruti; mentre gli uomini hanno anima divina e ispirata. La creazione non fu atto di libera volontà; ma Dio vi si trovò costretto. I figli concetti nel peccato, ne serbano la sozzura.

Attuando la sua Chiesa, dai discepoli, che chiamava Ragionevoli o Evangelici, esigeva voti d’unione fraterna, di segreto inviolabile, d’obbedienza a Cristo, agli angeli, di fervente apostolato, e di povertà; per la quale consegnavano ad esso ogni aver loro, ed egli coll’imposizione delle mani impartiva ad essi la divina missione. Copriva gl’insegnamenti di arcano e di formole iniziatrici: ma venuto papa Alessandro VII, il Borri dovette ritirarsi a Milano, continuando a far proseliti. Come l’Inquisizione sì a lungo il lasciò predicare? peggio gli avvenne quando si scoperse che divisava ribellare Milano e Italia dagli Spagnuoli, e di là estender le conquiste. In contumacia condannato al fuoco e alla confisca, egli era fuggito a Strasburgo, donde ad Amsterdam, ben accolto come vittima dell’Inquisizione; ma in breve caduto di credito, cercò denari cogli strologamenti e coll’alchimia.

Le costui dottrine son deposte nella Chiave del gabinetto del cavalier Giuseppe Francesco Borri, col favor della quale si vedono varie lettere scientifiche chimiche e curiosissime, con varie istruzioni politiche, ed altre cose degne di curiosità, e molti segreti bellissimi (Colonia 1681). Fingonsi scritte a principi, e trattano dei segreti della grand’arte; per la quale ottenne molte somme dalla regina Cristina di Svezia per fabbricare oro, molte da Federico III di Danimarca, pel quale dettò anche istruzioni politiche. Ma alla morte di questo, si sottrasse colla fuga all’odio del successore, e avviossi per la Moravia in Turchia: arrestato qual complice delle trame allora ordite in Ungheria, l’imperatore lo fece consegnare al nunzio pontifizio, che lo spedì a Roma. Ivi dal Sant’Uffizio fu obbligato a pubblica e solenne ritrattazione de’ suoi errori e far penitenza nelle carceri: l’ambasciadore di Francia ch’egli aveva risanato, ottenne fosse trasferito in castel Sant’Angelo, ove ebbe anche laboratorio e larghezza fin di uscire, e vi morì di settantanove anni. I suoi seguaci in Milano «dopo lunghi esami, convinti di complicità nelle sue eresie, furono pubblicamente abjurati, e rimessi a tempi determinati e ad arbitrio nelle carceri dell’Inquisizione, con altre penitenze ancora, e con obbligazione di portare per contrassegno de’ loro falli una mantelletta gialla sopra le spalle». Così il Brusoni[171], il quale largamente ragguaglia delle dottrine del Borri «perchè veramente di nessun altro eresiarca si leggono tante e così stravaganti follie nella materia della fede».

Pochissimi altri uscirono di patria per professare dottrine avverse alla Chiesa; e dentro non restavano altri eretici che nelle valli valdesi. Nel 1614 fu scoperta nel Napoletano una setta di mistici sotto suor Giulia di Marco di Sepino terziaria di san Francesco, e il padre Agnello Arciero crocifero, e il dottore Giuseppe De Vicarj, che sotto aspetto di gran devozione si abbandonavano a laidezze: scoperta dai padri Teatini, mentre moltissimi li tenevano in conto di santi, il vescovo di Calvi qual legato dell’Inquisizione di Roma cominciò processo, gran rumore levandone i partitanti numerosi e i Gesuiti che credeano alla coloro virtù; sicchè la causa s’impegnò fra due Ordini potenti, e in conseguenza clamorosissima. Pure quei tre furono come eretici condannati a carcere perpetuo.

Ma già s’insinuavano nelle menti lo scetticismo e l’incredulità; e se l’errore diffuso dai Riformatori era stato vinto, i giovani attingevano da Hobbes o da Bayle il dubbio e l’indifferenza. Il Magalotti credette doversi opporre a questi nuovi scredenti, e ad un conte, ateo per moda, scriveva: — Voi vi trovate in capitale, nascita, gioventù, robustezza, valore e condotta; vi vedete amato dal vostro padrone, stimato dai vostri generali, e corteggiato dalle dame... Aggiungete tavole, giuoco, conversazioni, delizie, piaceri e fortuna. Questa fa che, se uscite in campagna, tutte le cose vi vanno sempre bene, facendo voi sempre il vostro dovere; se vi battete in duello, ne uscite sempre con vantaggio; se vi è da fare un’azione di brio, siete sempre il primo chiamato; andate, battete l’inimico, tornate, provvedete di sciarpe tutte le pettiniere delle dame. Entrate a tavola in gran compagnia; ecco il discorso della religione in campagna; sentite un brutale discorrerne con poco rispetto; un altro, che ci fa del libertino, portar con derisione un luogo oscuro della Scrittura; accudir quello che ci fa il filosofo, e farne spiccar l’implicanza colla corrotta ragion naturale. Voi ridete e applaudite, e piacendovi tutto quello che tornerebbe comodo all’esigenza del vostro cuore, la compiacenza poco a poco, senza avvedervene, vi tien luogo di persuasione. Intanto mangiate e bevete allegramente; uscite da tavola bollente di vino, di concupiscenza, di vanità; tornate a casa due ore dopo mezzanotte; per poco alzate la canna, e la battete sul capo al paggio che non vi corre subito avanti a pigliare il lume, al valletto di camera che vi si fa incontro balordo dal sonno; talvolta per energia bestemmiate; entrate in letto; per conciliarvi il sonno leggete un capitolo del Trattato teologico-politico o del Leviathan, dite subito che hanno ragione, e prima di addormentarvi, cominciate a sognare che Alessandro e Cesare, per dire assai, dovevano essere presso a poco come voi, ma non più, certo. Dormite sino a mezzogiorno; andate in chiesa per vedere il bel mondo; affettate soprattutto l’irriverenza, perchè questa vi pare che rialzi il concetto del vostro spirito, della vostra galanteria, della vostra bravura; e in questo caso solamente, sto per dire, vi rallegrate che vi sia religione al mondo per far gala di non farne caso. Questi sono i fondamenti del vostro ateismo».