Alcuni delitti ottennero storica celebrità. Un tesoriere di Pio V si travagliò sì bene, che lasciò ottantamila scudi di rendita al figlio Francesco Cenci, il quale ne usò per voltolarsi nelle peggiori sozzure. Da una condanna per vizio nefando si salvò coll’ammenda di ducento scudi, da altri con cinquecentomila. Odiava moglie e figli, che a vicenda odiavano lui, e cercavano che il papa lo facesse morire, rivelandogliene le infamie: uccisigli due figliuoli, neppure un bajocco volle dar pel funerale, dicendo aspetterebbe a far galloria quando fossero morti tutti. Attentò all’onore di Beatrice, sua bellissima figlia, che maltrattata in guise oscene e feroci, ricorse al papa e non n’ebbe ascolto, mentre il padre sopra di essa crebbe di sevizie e d’oscenità: dalle quali o per salvarsi o per vendicarsi, ella tramò coi fratelli e colla madre di farlo assassinare (1605). Un amante di lei lo promise, poi nicchiò, per quanto ella instasse; ma due vassalli vi s’indussero per denaro, poi fuggirono nel Napoletano. Arrestati, e chiaritasi la colpa, i Cenci alla tortura confessarono, e Beatrice anch’essa, senza voler denunziare il misfatto paterno contro di lei. Valenti avvocati tolsero a difenderla, e principalmente l’illustre Farinaccio, non negando l’uccisione: e papa Clemente VIII, che da prima stupiva si trovasse chi difendeva parricidi, dappoi vi prese interesse. Ma già d’assassinj eransi quell’anno contaminati un Troilo-Savelli che fu mandato al patibolo, e i fratelli Massimi uccidendo la matrigna e fuggendo: poi uno di questi, sperimentato un veleno sopra il cocchiere, lo propinò al primogenito per restare egli stesso capocasa. Intanto poi che agitavasi il processo de’ Cenci, Paolo Santacroce assassinò la propria madre per averne l’eredità. Indignato e sbigottito da tante colpe, il papa lasciò che la giustizia avesse corso; e Beatrice, sua madre e il fratello Giacomo furono giustiziati; il minor fratello Bernardino, conscio e non complice, obbligato ad assistere sul palco al loro supplizio. Guido Reni aveva copiato e tramandò ai posteri l’effigie di Beatrice, compianta universalmente quasi fosse perita per non voler palesare la peggior infamia di quel che avea cessato d’esserle padre; il confessore di lei, mostrandone la testa al pubblico, disse: — Ecco una vittima della propria bellezza»; e fiori ed esequie pomposissime prepararono agli scrittori un tema d’immensa compassione, e talvolta di forsennata bestemmia contro il pontefice, quasi avesse prestabilito una tal fine per impinguare di quelle ricchezze i suoi Borghesi.

E molte avventure e assai processi nacquero da gelosia. Perocchè, come ai tempi d’Atene quando la vita pubblica deperiva, la domestica non esisteva ancora, così nel secolo precedente vedemmo le donne per genio d’intrigo più che per furor di passione cercare di rendersi centro del movimento sociale; e poichè parea gli Dei pagani fosser tornati a esultare fra gli uomini, facevansi perdonare il libertinaggio coll’eleganza, e col mescere al filtro della seduzione il miele dell’arte. Ma adesso furono rinserrate nelle case e nelle cerimonie: e poichè la vita domestica era disabbellita dalla prepotenza d’un capocasa, tiranno dei diseredati fratelli, e un austero ascetismo brigavasi di pratiche esterne più che dell’interiore perfezionamento, guardavansi quali schiave, pronte a ribellarsi, come fecero quando irruppe il deplorabile cicisbeismo.

Jacopo de’ Salviati, di ricchissima casa fiorentina imparentata coi Medici, marito di Veronica Cibo dei principi di Massa, vagheggiava Caterina Canacci cittadina. La moglie gelosa guadagna un costei figliastro, che staccato il capo alla matrigna, il porta alla principessa; ed ella il presenta al marito. Il governo perseguitò gli assassini, ma non la più rea.

Isabella, figlia di Cosmo de’ Medici e sospettata d’infande dimestichezze con questo, fu sposata da Paolo Giordano Orsini duca di Bracciano; e continuò in amoreggiamenti, mentr’esso a Roma faceva altrettanto. Troilo fratello di lui, invaghitosi della cognata, uccise di propria mano un paggio cui ella davasi in piacere. Paolo tornato, chiamò l’infida moglie, e tra gli abbracci conjugali le strinse al collo un laccio.

Questo Paolo amoreggiava Vittoria Acoramboni, moglie di Francesco Peretti nipote di papa Sisto: ma mentre due fratelli di essa il favorivano, due sostenevano l’altro amante cardinale Farnese sessagenario. L’Orsini si liberò del geloso marito uccidendolo in Roma stessa, e subito volea sposar la donna se il cardinale de’ Medici non avesse trovato quelle nozze troppo disuguali per un suo cognato, e papa Gregorio gliel’impedì sotto pena di ribellione. Morto questo, e succeduto Sisto, l’Orsini sposò la Vittoria, e temendo non il papa lo punisse del nipote ucciso, ricoverò sul Veneto; e a Salò morì ben presto improvvisamente, chiamata erede la Vittoria, a danno di Virginio partoritole dalla Isabella. I Medici si accinsero a cassare il testamento: ma Lodovico Orsini, che serviva agli stipendj di Venezia, trovò molto più spiccio coll’assalire la casa in Padova dove la Vittoria stava, e scannarla con un cognato. Subito la città dà all’arme; i Dieci ne vogliono giustizia; e l’Orsini, che erasi cogli sgherri fortificato in casa, viene a forza preso e strozzato.

E strozzature e avvelenamenti ricorsero spesso nel nostro racconto, e famosi furono i tossici che allora si stillavano, come l’acqua tofána che faceva effetto un anno dopo bevuta; e così l’anello di morte, che a chi lo portasse diveniva letale; e la chiave che il principe Savelli dava ad alcun famigliare per aprir un mobile, dov’era una punta impercettibile, da cui restava appena scalfita la mano, ma ventiquattr’ore dopo seguiva la morte. Casa Medici passava per tremenda mescitrice di letali bevande; e mentre Ferdinando Tacca, figlio dello scultore, avea portato in Ispagna un suo cavallo di bronzo, fu adoperato da don Luigi de Haro o dal conte duca per fabbricar veleni, a richiesta di re Filippo. L’ambasciadore fiorentino a quella Corte, nel riferirne al granduca, aggiunge che il Tacca ne stillò di due sorta, una dal tabacco, l’altra dall’arsenico, e che crede dovessero servire contro il duca di Medina Sidonia, sospetto di voler farsi re di Andalusia, e contro altri grandi, temuti dal conte duca[172].

Insomma nell’altro secolo erasi patito di gravissime sventure esterne, in questo piuttosto d’interna decadenza; colà eranvi bottoni di fuoco e amputazione, qui visceri guasti, e corrotto il principio della vita; e n’era sintomo l’invasione dell’ozio, delle sottilità, dell’enfasi, rivelata nel barocco, ne’ guardinfanti, nelle parrucche. Ampollosa ostentazione di sentimenti non provati, ipocrisia di atti, passioni e nimistà nè sfogate nè dome, limano una gente divenuta decrepita fra patimenti senza lotta, fra miserie deprimenti, e che straziando ciascuno in grembo alla propria famiglia, non ispiravano veruna magnanima risoluzione, ma impotente dispetto o accasciata rassegnazione.

Ai costumi antichi signorilmente domestici subentrava un fasto isolante; a quella franchezza alquanto selvaggia, che seconda gl’istinti e abbandonasi all’immaginativa, alla coscienza, ed è forse necessaria a tutelare la libertà, succedeva un orgoglio senza fermezza, un’ambizione senza pubblica virtù; universale adulazione, inerzia senza riposo, apparato e cerimoniale negli atti come nello scrivere, nel fabbricare come nel dipingere, avventure senza gloria, religione abbujata e intollerante, amministrazione ignara, pazienza trascurante, studj senza progresso, miserie senza compianto sono lo spettacolo d’allora. Rimossi dagli elevati interessi sociali e dalle idee che ingrandivano nella restante Europa, i nostri non cooperarono al prosperamento dell’universale civiltà, côlti da letargo in mezzo ai segnalati movimenti. Più non s’acquistava nome che rinnegando l’indole italiana per farsi di modi e di pensare stranieri. L’uomo interno sparisce, o si nasconde sotto le esteriorità; a queste ogni cosa si riferisce, più curando la devozione che la fede, più la creanza che l’onestà, più i convenevoli sociali che non la moralità, più lo scopo pratico e temporale della convivenza, che non l’ideale ed eterno. Lo spirito in conseguenza si esinanisce; stillansi regole e argomentazioni non sull’essere un’azione onesta o no, ma se o no permessa; non sul diritto, ma sul titolo di esercitarlo; come l’acqua ne’ giardini, così la vita e l’arte doveano serpeggiare per canali artefatti; combattere, pregare, vestire, amare, sposarsi, predicare, poetare, tutto doveva essere conforme alle regole; insomma in ogni cosa il sentimento e l’idea subordinati agli artifizj della forma. Allora concesso ad una classe di poter accumulare senza misura e senza frutto: allora ai governatori un potere indisciplinato e, più che tirannico, irragionevole e schifoso, perchè toglieva ogni limite all’esazione, ogni sicurezza ai possessori: allora l’autorità, non limitandosi alla giustizia civile e criminale, s’impacciava direttamente dell’arti e del commercio, sicchè questa impastojava, e a se medesima diminuiva il rispetto: allora sicurezza nella forza, pericolo nell’innocenza; il vulgo arrozzito ed abituato a prostrarsi silenzioso e stupido sotto l’estremità de’ suoi mali; i signori, involti entro una rete di convenienze, più micidiali che non l’Inquisizione e la Polizia; estesi gli oscuri vizj dell’ignavia e della debolezza; mali soltanto in parte medicati da una pietà piuttosto diffusa che profonda, dal rispetto a se stessi e alla famiglia, da qualche resto di consuetudini patriarcali, che davano ancora ai casati e alla città un’importanza, la quale poi andò smarrita nei dissocianti sistemi dell’universale accentramento.

CAPITOLO CLVI. Belle arti.

Se, non ostante ciò, il nome d’Italia e il carattere si conservarono, n’han merito le tradizioni, gli ordini municipali, la Chiesa, le arti, la lingua e la letteratura; nei quali elementi dee cercarla chi voglia studiar lei, non i suoi padroni. Ma come la patria non avea libertà da difendere e acquistare, così l’arte non avea pensiero proprio da esprimere, e cadeva a contraffare materialmente la natura o servilmente i predecessori, sostituendo l’intelligenza all’ispirazione. La stessa gloria de’ maestri del gran secolo tornava pregiudicevole ai nuovi, giacchè ammirando la grazia di Raffaello, il colorire del Tiziano, lo spiritoso movere del Tintoretto, lo sfarzo di Paolo, la prospettiva del Correggio, pensavano meno ad imitare il vero secondo quelli che a copiarli, alcuni con esatta imitazione, altri con un’imitazione erudita che esprime intelligenza e scelta, sprovvista però del genio e della grazia. Chiamati a proseguire e compiere i lavori di quei grandi, ne riproduceano le figure con capricciosa speditezza, col caricarne i difetti ed esagerarne le bellezze. Pertanto i Michelangioleschi faceano Veneri che pareano Ercoli; i Rafaelleschi pervertivano la grazia in ismorfia; Veneti e Lombardi voleano sempre scorti e vivacità, convenissero o no al soggetto. Abbagliati dalle pericolose meraviglie di Michelangelo, volevano ingrandire lo stile, secco e povero giudicando ogni altro: invece di studiare per quali mezzi egli raggiungesse gli stupendi effetti e quel rilievo delle figure, credettero tutto il suo merito consistesse nell’anatomia, e di questa fecero sfoggio, neppur deducendola dal vero, ma raffazzonandola secondo certe convenzioni, che chiamavano bello ideale. Ragionevolezza nell’insieme, correzione nelle particolarità, finito nell’esecuzione più non si cercava, lavorando di maniera, cioè alla spiccia applicando formole identiche a qualsifosse soggetto e situazione, a scapito dell’individualità: se aspirassero al nuovo, traboccavano nelle bizzarrie. Lasciato il vero pel convenzionale, reputando trivialità un gesto naturale, una piega semplice, tutto fu positure manierate, panni svolazzanti anche in sale chiuse, gesti violenti anche negli affetti pacati, coscie e braccia torose benchè a storia e a dignità repugnassero. E chi più presto, meglio; tirando via a schizzi senza modelli, nè bozzetti o cartone, alcuni si vantarono di coprire dieci braccia di muro in un giorno: volle superarli il Cambiaso col dipingere a due mani.