La scultura, che fra gli antichi avea dato norma alla pittura, nei moderni la ricevette, traviò con questa, massime da che le si pose a coadjutrice per le decorazioni, mirando all’effetto per via di spicciative convenzioni, cercando il pittoresco nel panneggiamento, nelle movenze, negli accessorj, con atteggiamenti forzati, contorsioni, musculatura, enormi drappi; la difficoltà credendo merito primo, sommo dell’arte la meccanica, più ammirabile il trapano che lo scalpello. Quando mai il marmo fu condotto meglio che dall’Algardi, dal Bernini, dal Le Gros? ma alla finitezza si sagrificò il bello severo e corretto; e invece dell’affetto che spira dagl’ineruditi tentativi dei trecentisti, s’ebbero esagerazioni in cui l’uomo più non ravvisa se stesso.

«Le circostanze che mettono a prova l’ingegno ed il merito degli artisti, erano grandemente diminuite in tutta l’Italia», dice lo storico accademico della scultura: eppure in realtà mai non si fabbricò e lavorò tanto; o per fasto de’ signori, o per pomposa devozione de’ Gesuiti, o pel proposito di cogliere questa gloria quando ogni altra era interdetta; nè v’ha città, ove non fastidiscano chiese, palazzi, cortili, fontane con forme barocche e concetti sottoposti sempre alla decorazione. Roma proseguì le opere del secolo precedente, restaurò le antiche, ne intraprese di nuove; Sant’Agnese, San Carlo, Sant’Andrea, Santa Maria in Compitelli, la Vittoria, le cappelle di Santa Maria Maggiore, il palazzo di Laterano, San Giovanni de’ Fiorentini, ponte Sant’Angelo, la fontana di piazza Navona, le ville Borghesi, Ludovisi, Pamfili, i palazzi del Quirinale e di Monte Citorio ed altri assai, furono eretti ed ornati in quel tempo. Come il gotico era cresciuto nelle fabbriche de’ Francescani, così il barocco sfoggiò a servigio de’ Gesuiti, e stupendo monumento ne sono colà il Sant’Ignazio e il Gesù. Tale ricchezza trascende nelle chiese di Sicilia, ajutata dalle tante pietre fine dell’isola (Cap. CLXII).

Indicammo i grandiosi lavori che Domenico Fontana (1543-1607) da Melide presso Lugano terminò a Roma ne’ soli cinque anni di papa Sisto[173]; morto il quale, Clemente VIII, insusurrato da’ malevoli, lo cassò da architetto pontifizio, e volle conto delle somme impiegate; ma il vicerè conte Miranda chiamollo a Napoli, ove raddrizzò vie, palazzi, la piazza del Castelnuovo; fece nell’arcivescovado le tombe di Carlo I, Carlo Martello e Clemenza, il palazzo reale, molti altari, principalmente quello della cattedrale d’Amalfi, e il bellissimo sottocorpo di San Matteo a Salerno; non di rado sagrificando alla novità la correzione. Suo fratello Giovanni fece ripari al Po, servì di acqua molte ville e città, ne condusse da Bracciano al Fontanone di Roma, e di là, traverso a ponte Sisto, all’altra cascata rimpetto a via Giulia.

Di Gian Lorenzo Bernini napoletano (1598-1680) furono applauditissimi i primi busti, per facilità e gusto stupendo, e l’Apollo e Dafni, sfoggio di difficoltà esente da convenzionale[174]. La sua santa Bibiana, colla santa Cecilia del Maderno, la Susanna del Fiammingo, e il san Bruno di Houtton sono le migliori sculture di quel secolo. Imbaldanzito, credette poter aprirsi una via che non fosse nè l’antica nè la Michelangiolesca; ma sebbene intendesse la bellezza classica fin ad accorgersi che Pasquino apparteneva ai migliori tempi dell’arte; e sebbene insuperabile nel maneggiare lo scalpello, declinò sempre più al manierato, non nobilitò l’espressione, atteggiò smorfiosamente, mirò più al pittoresco e al lezioso: e il suo movimento non essendo d’ispirazione, sibbene riflesso, faceva epigrammi in marmo; scolpiva al modo onde si dipinge, in onta delle leggi dello stile plastico; alle teste imprimeva il carattere dei dipinti contemporanei, e quando vecchissimo rivide i suoi imparaticci, esclamò: — Ben poco progredii nell’arte, se giovinetto trattavo i marmi a questo modo». La sua santa Teresa nella chiesa eretta a Roma dal Maderno per la vittoria di Lépanto, esprime un deliquio isterico, reso più indecente dall’età adulta dell’angelo. Nel mausoleo di Urbano VIII, tutto a gravissimi drappi, a una polposa Giustizia sgarbatamente preme il turgido seno un lattante; la Morte scrive frattanto sul suo libro il nome del pontefice. In quello d’Alessandro VII ricorre la Carità colla poppa compressa, e il globo terracqueo schiacciato da una Verità, indecentemente ignuda; un enorme tappeto casca sopra la sottostante porta, cui la Morte solleva spargendo la clessidra ad annunziare che l’età è compita. Con tali concetti senza nè studio nè purezza nè convenienza, destava meraviglia, e diventava in lui bisogno il destarla; Urbano VIII, prima d’esser papa, gli teneva lo specchio mentre effigiava se stesso nel David; e alla sua esaltazione gli disse: — Voi vi felicitate di veder papa Matteo Barberini; ma più fortunato si crede egli, che il Bernini viva sotto il suo regno».

In architettura con ricca e docile immaginativa e ripieghi inesauribili meritò luogo fra i sommi, sebbene più della vera grandezza affettasse la pompa. Avendo un bel corpo d’acqua in piazza di Spagna, ma senza poterle dar getto, finse la barcaccia, che affondandosi preme sull’acqua, e la fa uscire dagli spilli laterali. Al contrario in piazza Barberini avendone un solo filo ma di getto altissimo, finse un tritone che il soffia dalla conchiglia, più bello perchè senza pretensione d’eleganza. Nella fontana di piazza Navona, benchè senza unità di concetto, è grandioso quell’obelisco, circondato da statue di fiumi; Innocenzo X stette due ore ad ammirarla ancora in lavoro, indi partiva esortando a presto finire e condurvi le acque; quand’ecco d’ogni parte zampillarne abbondantissime, onde il papa esclamò: — Questa sorpresa mi prolunga dieci anni di vita». L’esterno del Noviziato de’ Gesuiti a monte Cavallo è il colmo dello stile pittoresco, su piccolissimo spazio, e con cupola ovale di ricchezza estrema.

Anche questo secolo faticò attorno al San Pietro in Vaticano, che, cambiati pontefici, artisti, gusto, mancò di quell’unità che forma il vanto delle opere come della vita, e fu non più l’espressione di Dio e dell’universo da lui riempiuto, ma della grandezza dei pontefici. Il Barozzi da Vignola, succeduto a Michelangelo, rispettò i disegni di questo, benchè capace di migliorarli; Giacomo Della Porta finì di coprirlo; la tazza della cupola fu da Sisto fatta chiudere in due anni, e sotto Clemente VIII dal Fontana fu collocata la lanterna.

Restava la navata: e Paolo V non volendo si profanasse un pezzo di terreno consacrato dalla tradizione, o parendogli non bastare la chiesa alle maggiori solennità, o perchè nessun tempio cristiano pareggiasse in grandezza quel che era primo in dignità, preferì il disegno di Carlo Maderno (1556-1629) stuccatore di Bissone, che, abbandonando il proposito di Michelangelo di far campeggiare la cupola, aggiunse tre arcate, mutandola così a croce da greca in latina, onde, perduta l’armonia delle parti, sembrò più piccolo del vero quell’immenso monumento; alla fronte allargata mancò la severa bellezza del restante edifizio, tacendo anche la scorrezione delle forme e dei particolari: benchè meglio s’acconciasse ai riti, massime colla loggia da cui il papa benedice urbi et orbi.

Più d’ogni altro in San Pietro lavorò il Bernini: pose le statue ai piedritti della cupola, ed eseguì l’altar maggiore alto metri ventinove, cioè quanto il palazzo Farnese, con colonne di undici metri torse, quali già vedeansi nell’altare antico, e una farragine di frangie, festoni, volute. Lo compie la cattedra di san Pietro, mole resa ancor più pesante da farraginosi cartocci, eppure sostenuta con un dito dai quattro giganteschi dottori, atteggiati teatralmente: pensiero epigrammatico[175].

Il colonnato della piazza è l’edifizio più magnifico che al mondo s’ergesse per sola bellezza: e il Bernini seppe porlo in armonia coll’immensa mole e col frontispizio bizzarro, disponendo in quadruplice semicircolo ventiquattro pilastri quadrati e cenquaranta colonne per parte, alte tredici metri, sormontate d’un balaustro con censessantadue statue; tutto sì preciso, che chi pongasi ad un fuoco dell’ellissi non vede che una fila sola. Dovendo far la scala, che dal vestibolo mena alla sala regia, senza toccar le pareti, il Bernini trasse dalla difficoltà un motivo bellissimo d’effetto prospettico: nel che lodan pure il Costantino a cavallo in basso rilievo.

Colto, di bei modi, e toccando a lui dare le commissioni, il Bernini diffondeva il mal gusto[176]. Non essendosi mai trovato un disegno dicevole per finire il palazzo del Louvre, Luigi XIV mandò invitare il Bernini, come l’architetto più famoso. Di sessantotto anni egli si mosse, da feste e trionfi accompagnato; Ferdinando Medici gli preparò un’entrata solenne in Firenze, alloggio in palazzo, la propria lettiga sino ai confini d’Italia; non men cortese gli fu il duca di Savoja; in Francia le autorità rendevangli onori uffiziali, e uffiziosi i ministri e cortigiani perchè volealo il re. Bernini usava coi principi il genere di adulazione che maggiormente lusinga, quel che s’ammanta di franchezza. Ricevè la regina Maria Cristina in casacca da scarpellino, ed essa toccandola gli diceva, — È più onorevole che la porpora». Avendo essa lodato una sua statua della Verità, egli esclamò: — Siete la prima testa coronata, cui la verità piaccia»; e Cristina: — Ma non tutte le verità sono di marmo». Ritraendo Luigi XIV, proruppe: — Oh miracolo, miracolo! un re sì attivo e francese è stato fermo un’ora!» Un’altra volta andò ad alzargli i capelli sulla fronte, dicendo: — Vostra maestà può mostrar la fronte a tutto il mondo», e subito i cortigiani acconciarono il ciuffo alla bernina. Chiesto dalle dame se fosser più belle le italiane o le francesi, — Belle tutte (egli riprese); ma le italiane sotto la pelle han sangue, le francesi latte».