I viaggi fatti per tutta Europa, e principalmente nelle Sicilie e nelle isole vulcaniche, onde crescere cognizioni a sè e spoglie al museo di Pavia, descrisse con molteplice erudizione; e cercò spiegare i fuochi fatui, la fosforescenza, le fontane. Queste il Vallisnieri credea derivassero dal mare; e parlando «de’ corpi marini che si trovano sui monti, e dello stato del mondo avanti il diluvio, nel diluvio e dopo il diluvio», dichiara inette le ipotesi correnti dell’essersi sui monti abbandonate dalle acque le spoglie fossili; e sebbene non sappia proporne una soddisfacente, dubita siano dovuti ad altri diluvj che non il noetico, tanto più se è vero che non vi si riscontrino ossa umane; e crede abbondino maggiormente nei monti presso al mare, e non altissimi. Lo Spallanzani corresse alcune opinioni del Vallisnieri, e destro nelle gigantesche osservazioni della natura quanto nelle microscopiche, se non avventurò ipotesi, diede migliori descrizioni e storie de’ fenomeni vulcanici.
Sono forse i passi più inoltrati della allor nascente geologia. Giovanni Targioni Tozzetti, stando presso uno zio a Certaldo dove il Boccaccio aveva già riscontrato tante conchiglie marine[294], cominciò a raccorre testacei petrificati, e preso amore a questa scienza, le offrì bel tributo nel suo Viaggio in Toscana, scritto con pulizia e proprietà. Gian Giacomo Spada studiò le spoglie fossili veronesi, e insistette, sebbene già corresse il 1737, a provare che non fossero scherzi di natura, e non diluviane ma antediluviane. Su quelle dei monti Euganei disputarono Carlantonio Dondi padovano e il padre abate Terzi, che n’avea la miglior collezione. Ambrogio Soldani toscano esaminò i testacei microscopici di Siena e Volterra, senza nè classificazione nè teorie, accumulando fatti intorno a questi e ai terreni ardenti; e contro Santi, Fabroni, Targioni, Spallanzani sostenne gli areoliti formarsi nell’atmosfera.
Francesco Serno, medico napoletano, per ordine del re descrisse il Vesuvio quando eruttò nel 1737; negò velenoso il morso della tarantola. Il padre Giovanni Maria della Torre romano adoprò bene il microscopio, benchè ne deducesse teoremi oggi ripudiati; ma soprattutto diè la prima opera scientifica sul Vesuvio (1755), con supplementi successivi fino al 79, e col catalogo di quanti ne aveano scritto. Anche Guglielmo Hamilton, ambasciatore d’Inghilterra a Napoli, s’appassionò pei fenomeni naturali di cui è ricco il nostro mezzodì (Campi Phlegrœi, 1776). Con lui lavorò Giuseppe Gioeni di Catania, che fece la Litologìa vesuviana con teoriche e ipotesi applaudite; e destò l’amore di queste ricerche nel suo paese che tante occasioni ne offre, e che dal nome di lui intitolò un’accademia ancora in onore.
Domenico Vandelli medico padovano dettò sopra gl’insetti e gli zoofiti marini (1758); molto lavorò in Lombardia: poi reduce dal Brasile, soprantese all’orto botanico di Lisbona; contro Haller sostenne essere sensibili i tendini e la membrana fibrosa, e fu in corrispondenza con Linneo che da lui denominò le scrofulariacee vandelline. Giuseppe Tomaselli veronese la non molta sua scienza adoperava all’utile pubblico, facendo libri elementari di botanica, di mineralogia, di zoologia, e sulle nitriere e l’agricoltura.
Giovanni Arduino (1714-95), suo compatrioto, nelle miniere di Clausen studiò metallurgia e mineralogia: e prima opera geologica furono le sue Osservazioni sulla fisica costituzione delle Alpi venete, ove pose la bisezione delle roccie ignee e sedimentarie, e distinse le calcinabili e di sedimento, e le vitriscenti; nel confine tra le due trovarsi più comunemente i depositi di metallo, ch’esso riguardava come sublimazioni, accompagnanti lo sbucare de’ porfidi e delle altre produzioni ignee; e indicò la trasformazione della roccia calcarea in magnesiaca. Pertanto distinse le roccie primigenie di micaschisto e simili, anteriori alle granitoidi, impropriamente dette primitive; i monti di sedimento, secondarj o terziarj; infine le pianure anch’esse di trasporto. Ben più esatto di Werner, vide che ne’ terreni di second’ordine doveasi tener conto, non della sovrapposizione, ma «degli innumerabili sollevamenti, abissamenti, squarciature, avvallamenti e rovine operate dalle ejezioni vulcaniche in ogni qualunque luogo della terra»[295]. E un’altra verità anticipò, cioè il riconoscere l’età delle formazioni dai paleonteri, e che «tante sono le età corse durante l’innalzamento di dette alpi, quanto diverse sono le schiatte dei corpi organici fossili che dentro gli strati vi annidano»[296]. Anche l’origine vulcanica fu da lui proclamata prima che Werner facesse per breve tempo trionfare la nettunica. A confutazione della quale, il conte Marzari adduceva la sovrapposizione dei graniti al calcare secondario.
Fra gl’inventori va posto Anton Lazzaro Moro di San Vito, prete e maestro di cappella a Portogruaro, la cui opera Dei crostacei e degli altri corpi marini che si trovano sui monti (1740) fu subito tradotta in tutte le lingue, acclamata dalle accademie di Parigi e di Londra, mentre in paese ignoravasi o canzonavasi. In essa abbattendo i sistemi nettunici di Burnet e Woodward, poneva la teorica de’ sollevamenti e rovesciamenti di terreni con una pazienza e precisione, che parve confermata ai giorni nostri[297].
Il conte Marco Carburi di Cefalonia (1731-1803), quando venne professore di chimica a Padova, non trovò tampoco un’oncia d’alcali puro o di verun acido concentrato, sicchè tutto dovette creare. Ad invito della Serenissima viaggiò nel Settentrione per conoscere i metodi metallurgici; inventò il modo migliore di fondere il ferro, e se ne valse pei cannoni con cui Emo bombardò Tunisi; insegnò una carta incombustibile per l’artiglieria; a Linneo diè pareri sul sistema mineralogico, discordandone rispetto all’origine delle forme cristalline dei metalli; dopo la scoperta casuale di Lemery che più non seppe ripeterla, trovò il modo di solidificare l’acido vitriolico; ma, a malgrado di Lavoisier, s’ostinò alla dottrina del flogistico.
Claudio Berthollet di Annecy (1748-1822), fino osservatore e sperimentatore diligente, dalla teoria di Stahl si staccò nella Memoria sull’acido marino deflogistico; ma conobbe inesatta l’opinione di Lavoisier che l’ossigeno sia il generatore universale degli acidi, essendovi anche il cloro e l’acido prussico. Dall’esame de’ prodotti organici conchiuse troppo in fretta che le sostanze animali si distinguono dalle vegetali per l’azoto; studiò i clorati, sali terribili a maneggiarsi; dalla combinazione dell’ammoniaca coll’ossido d’argento ottenne l’argento fulminante; applicò la proprietà scolorante del cloro a imbiancar le tele.
Luigi Brugnatelli da Pavia (1761-1818) credette necessario un supplemento alla teorica di Lavoisier, come quella che non rendeva ragione del calorico e della luce, sviluppantisi in certe circostanze, e ne fece una propria, denominata termossigeno.
Toaldo Giuseppe (1719-98), oriundo di Spagna e nato a Pianezzo nel Vicentino, scrisse principalmente di meteorologia, applicandola all’agricoltura; credette grandemente all’influenza della luna fin sul taglio delle unghie e dei capelli, non che sulle variazioni atmosferiche; col che per altro giovò suggerendo le osservazioni astrometeorologiche, e cominciandone una serie in Padova, imitate poi in Francia, in Germania, in Olanda. Fra molte sue operette ricorderemo quella del Merito dei Veneziani verso l’astronomia, dove, contro il Bailly che asseriva lo studio del cielo, perchè richiede grosse spese, non aver mai fatto grandi progressi nelle repubbliche, sostiene esserne assai benemerite le repubbliche d’Olanda, di Svizzera, d’America, e fra noi quelle di di Bologna e Venezia. E fra i Veneziani nota Giambattista Donato, autore d’un’opera sulla Letteratura dei Turchi, e che determinò le latitudini di Costantinopoli, ove fu balio, di Belgrado, Adrianopoli, Selimbria. Altrove espone un’antica regola del navigare de’ Veneziani, donde si raccoglie che fino dal 1462 applicavano a ciò la trigonometria, e con pochi numeri di facile ricordo potevasi senza carte nè conteggi conoscere il viaggio fatto e la direzione. Si diede gran cura d’applicare i parafulmini, e volea che fin gl’individui se ne munissero, e massime le signore, atteso l’artifizio di ferro con cui sosteneano l’architettura del crine; pensando ripararlo mediante catenelle.