Perocchè come la chimica, così allora venuta era di moda l’elettricità[298]; e il bel mondo se ne divertiva; tutti volevano aver provato la scossa, che ad alcuno costò la vita; Vittorio Amedeo III col Gerdil ripeteva le sperienze di Nollet; i materialisti se ne facevano arma per ispiegare quell’arcano che si chiama anima; e dopo che Franklin inventò i parafulmini si credette aver disarmato il cielo[299]. Il padre Beccaria di Mondovì, professore a Torino, metteva in chiaro le teoriche di Franklin comparando l’elettricità artifiziale e l’atmosferica, e dietro a Symmer e Cigna trattava delle atmosfere elettriche e di quella che chiamò elettricità vindice; dov’è notevole come egli accennò che il magnetismo potesse essere l’elettricità diffusa su tutta la superficie del globo.

Però l’elettricità pareva uno de’ molti soggetti isolati, e che possono studiarsi unicamente nelle loro relazioni interne, fin quando mostrò altrimenti Alessandro Volta comasco (1745-1826), che per esperimenti procedendo man mano e senza grandi teoriche, doveva riuscire a scoperta suprema. E prima inventò l’elettroforo perpetuo, poi il condensatore, accoppiando il quale agli elettrometri di Cavallo e di Saussure, n’ottenne uno più squisito. Armato di questi, indaga l’elettricità atmosferica, la grandine, le aurore boreali ed altri fenomeni: ma all’esattezza di sperimentatore non congiungeva elevazione filosofica tale da stabilir dottrine precise e pretendere rigore matematico; non riferì mai alla vera loro teorica l’elettroforo e il condensatore; non vide la causa vera dello svilupparsi o no dell’elettricità nell’evaporamento, nè le sue ipotesi vennero confermate dai fatti.

Fra ciò Luigi Galvani (1737-95) a Bologna avvertì che un moto musculare succedea nelle rane morte, quando si trovassero sotto l’azione d’un conduttore elettrico nell’atto di scaricarsi; e anatomico non fisico, si persuase esistere un’elettricità animale differente dalla comune. Il mondo credette: i materialisti sperarono trovato l’agente fisico onde i corpi esterni operano sul cervello, e svelati gli arcani del sentire: i filosofi improvvisarono sistemi per ispiegare il fatto. Ma il Volta ripetendo gli sperimenti, dubita le parti animali non sieno che passive, su cui i metalli operassero come stimolo esteriore. Varia i modi, rimuove muscoli e nervi surrogando de’ feltri, frapposti a coppie di dischi di rame e di zinco, e n’ha i fenomeni elettrici; moltiplica queste coppie metalliche, ed ecco la pila (1794), lo stromento più poderoso dell’analisi chimica. Il Volta sopravvisse trent’anni alla sua scoperta senza nè aggiungervi nè applicarla; intanto che Ritter, Carlisle, Davy la usavano a decompor l’acqua; incoando la chimica nuova.

L’elettricità molti applicarono alla fisiologia, attribuendole funzioni che solevansi agli spiriti vitali. Assai ne sperò la medicina, e il padovano Pivati credette perfino ottener effetto dai farmachi senza introdurli nel corpo, e col solo metterli in bottiglie vitree elettrizzate. Con miglior senno altri la usarono nelle paralisi, malgrado di Haller; e il Follini, e il Vassalli-Eandi, ed altri Piemontesi se ne valsero grandemente.

Le nuove forme sotto cui rinacque a’ dì nostri il magnetismo animale, consigliano a meditare, anzichè vilipendere questo mistero. Certo allora serviva ad illusioni e ciurmerie, che resero segnalato il nome di Mesmer. Quando questo otteneva a Parigi maggior grido, l’abate Giuseppe Simone Canini veneziano provò per istampa d’averlo prevenuto nella scoperta del magnetismo artifiziale, e aver insegnato al medico ebreo Laudadio Cases di Mantova a far mirabili guarigioni cogli effluvj magnetici. Non era uomo vulgare, e il Senato veneto gli assegnò dieci ducati il mese per aver offerto una calamita artifiziale e un ago inclinatorio.

Nei medici durava la smania di dedurre da principio unico i fenomeni organici; e dopo la medicina meccanica del Borelli, nella quale ricorderemo Ascanio Bazzicalva di Lucca[300], e la chimica di Van Elmond, venne il solidismo del raguseo Baglivi, al quale conformasi il toscano Vaccà-Berlinghieri, pur confutando Cullen, e sostenendo che gli umori circolanti non possono soggiacere a corruzione se non fuori dei vasi; che gli alteramenti salubri o nocivi vengono da riazione dei solidi sopra i fluidi, suscitata da necessità fisica; avviamento al puro dinanismo e all’imbecillità dei moderni.

In Italia non v’ebbe originalità di scuole, ma spesso studio e buon senso. Il veneziano Macoppe diede credito al mercurio e alle terme di Abano, e soprattutto raccomandava d’astenersi dai rimedj. Michele Rosa da San Leo, nel Saggio osservazioni chimiche e più in quello Sui contagi, dalle ipotesi di moda richiama all’esperienza, benchè non sappia abbandonar la ricerca delle cagioni prime dei fenomeni morbosi. Prevenne molti moderni negli sperimenti sui fremiti e le pulsazioni delle vene, e riconoscendo negli umori una forza elastica. Il Beccari, che continuò la gloria degli illustri medici di Bologna, scrisse sui fosfori, e dissipò il prestigio miracoloso affisso ad alcuni casi di diuturna astinenza (De longis jejuniis). S’illustrò a Roma l’anatomico e litotomo Flajani. Il Nannoni fiorentino semplificò le cure chirurgiche, le quali cessavano d’essere arte ciarlatanesca.

Fra i medici o fra i ciarlatani ebbe fama Buonafede Vitali bussetano (1686-1745), detto l’Anonimo; servì nelle guerre, poi volle andar prete, infine si applicò alla medicina e chimica; viaggiò assai, Carlo XII lo spedì nelle miniere di Lapponia, a Lisbona soprantese alle regie fonderie; tornato in Italia, a Genova si propose di rispondere improvviso a qualunque quistione: era cercato dappertutto a guarir ferite e mali difficili e arcani, guadagnando molto e tutto spendendo. A Parma, a Milano, a Bologna, a Firenze era acclamato maestro, e aggregato ai collegi medici: a Palermo recitò una famosa dissertazione «che nel sangue non vi sia acido», e fu professore e direttore del laboratorio: neppur là sapendo fermarsi, a Parma soprantese alle miniere, poi l’eguale incombenza ebbe nel Vicentino, ove trovò uomini, pesci, cavalli impietriti: lungamente stette a Milano, ove lo ammirò il Goldoni come uomo cui niuna scienza era straniera, passionalissimo d’acquistar cognizioni, grande spacciatore di specifici molto accreditati, e soggiunge che montava sul palco dove, oltre i consulti, spiegava problemi di matematica, di storia, di letteratura; che comparso a Verona in occasione d’epidemia, vi fu accolto come Esculapio in Grecia, e guariva con mele apie e vin di Cipro: a Milano il suo palco era affollato di persone a piedi e in vettura, mentr’egli vendeva i suoi specifici circondato dalle quattro maschere della commedia; anzi interteneva una truppa di teatranti, che dopo averlo ajutato a raccorre i denari davano rappresentazioni coll’inusato lusso di torcie di cera. Una sua opera sulle malattie contagiose fu applaudita assai, e il re di Prussia gliene fece congratulazioni e offerte. Stampò anche sotto titoli speciosi, come Operibus credite; Facoltà, uso e dose dei dodici arcani, che si rinchiudono nella cassetta medica dispensata dall’Anonimo[301].

Antonio Cocchi (1695-1758) da Mugello antiquario, in un viaggio a Londra s’invaghì delle opinioni forestiere, e con grandi contrasti le proclamò in patria. Buon osservatore, espositore prolisso, talvolta si piace all’erudizione, come nelle dottrine di Pitagora sul vitto; ne’ bagni di Pisa trovava rimedj a tutti i mali, anche opposti; e tal conto facea di sè, che in più di cento volumi conservò ogni frivolezza della propria vita. Meglio per la sua fama se non avessergli stampati i discorsi sui mali del matrimonio ed altre leggerezze.

Il bergamasco Pasta chiese la filosofia compagna alle cure ne’ libri Del coraggio nelle malattie e nel Galateo medico, ove tende a ridurre i suoi confratelli a quell’austerità di modi e saviezza di sentimenti che sono indispensabili a chi s’accosta ai dolori dell’umanità. Dove non è da tacere il Mondo ingannato dai falsi medici del veronese Giuseppe Gazzola, spesso ristampato e tradotto.